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Romanticismo

di Stefano De Luca

Premessa

Se ci chiediamo quale rapporto sia intercorso, in Italia, tra romanticismo e liberalismo, va detto che si trattò, alle origini, di un rapporto molto stretto, sino ai limiti dell’identificazione: la generazione dei primi romantici italiani – quella, per limitarci ai nomi più noti, di Ludovico di Breme, Pietro Borsieri, Silvio Pellico, Carlo Porta, Giovanni Berchet, Ermes Visconti e di un appartato ma partecipe Alessandro Manzoni, la generazione che diede vita alla memorabile polemica con i classicisti (1816-1826) e che si raccolse intorno alla rivista «Il Conciliatore» (1818-19) – può essere considerata, a buon diritto, il primo embrione del movimento liberale italiano. Le ragioni di questa identificazione sono almeno tre.

La prima è che il gruppo che fondò «Il Conciliatore» ebbe chiara coscienza di svolgere una missione inscindibilmente letteraria e politica: il «risorgimento letterario» dell’Italia – il primo obiettivo dei romantici, nonché l’unico apertamente perseguibile – era la precondizione per il suo «risorgimento politico», concepito come conquista dell’indipendenza dall’esterno e come affermazione delle moderne libertà costituzionali all’interno. In una parola, nell’Italia della Restaurazione (o, per meglio dire, in quella Milano che del romanticismo fu il centro d’irradiazione e che della penisola fu, almeno sino al 1820, la «capitale culturale»), romantico significava liberale e nazionale: e di questo ebbero chiara coscienza tanto i protagonisti del movimento romantico, quanto i loro avversari. Le provocazioni e le censure subite dagli autori del «Conciliatore», nonché la continua minaccia di una soppressione della rivista, aprirono gli occhi anche «ai più ciechi» – scrive Silvio Pellico a suo fratello Luigi nel 1819 – e «romantico fu riconosciuto per sinonimo di liberale»; e poco più avanti afferma, con parole che in seguito sarebbero parse profetiche, che il «nazionalizzamento dell’Italia è opera certa», anche se «lontana di due o tre generazioni» [Pellico 1963, pp. 171-172].

In secondo luogo, il gruppo de «Il Conciliatore» può essere considerato il primo embrione del liberalismo italiano perché l’idea di libertà che anima questi scrittori non è più quella letterario-aristocratica della tradizione alfieriana e foscoliana, bensì quella politico-istituzionale messa a punto da Madame de Staël, Constant e Sismondi nel quadro di un’articolata riflessione storica sulla modernità. Essa implica un giudizio sostanzialmente positivo sulle rivoluzioni americana e francese, il ripudio del giacobinismo e del bonapartismo, la convinta adesione ai principi di libertà e al moderno sistema costituzional-rappresentativo. Non a caso la maggior parte dei nostri romantici esprime viva simpatia per il sistema politico degli Stati Uniti, dell’Inghilterra e della Francia, ossia dei paesi in cui, dopo il 1815, esisteva la «libertà dei Moderni». Anche su questi aspetti la testimonianza di Pellico è significativa. Parlando di alcuni amici torinesi al fratello Luigi – in una lettera del 1820 – egli scrive che sono sì «ardenti patrioti, ma sempre all’Alfieri» e quindi che «aborrono la tirannide ed amano la libertà, ma sempre in astratto, sempre guardando i greci e i romani, sempre disprezzando i moderni, sempre credendo che la razza umana è degradata» [Pellico 1963, pp. 218-219]. E in una lettera di due anni prima aveva scritto che la scoperta del governo rappresentativo, questa forma di governo sconosciuta agli antichi e ai loro filosofi più eminenti, rappresenta l’inizio di «un periodo affatto nuovo di civilizzazione»: riconoscere negli antichi un modello insuperabile, come sostenevano i classicisti, avrebbe quindi portato, nella sfera politica, all’assurda conseguenza di considerare «la turbolenta democrazia, la arbitraria aristocrazia e il dispotismo» [Pellico 1963, p. 141] sistemi politici migliori rispetto al governo rappresentativo degli Stati Uniti.

Infine, non va dimenticato che alcuni dei principali animatori de «Il Conciliatore» – da Silvio Pellico a Federico Confalonieri (che insieme a Luigi Porro Lambertenghi ne fu il finanziatore), da Giovanni Berchet a Pietro Borsieri – pagarono un prezzo molto alto per aver professato idee di libertà e di indipendenza nazionale e per aver agito in conseguenza: i primi due con una lunga e penosa reclusione nelle carceri austriache, gli altri con un prolungato esilio. Questo rapporto di identificazione tra romanticismo e liberalismo, che colloca i romantici italiani agli antipodi dei romantici tedeschi (di cui ripresero alcune idee letterarie, ma di cui non condivisero affatto le idee politiche), si perderà con la seconda generazione del nostro romanticismo. Per un verso, lo spirito romantico – nella sua declinazione storico-nazionale – finirà per identificarsi con il movimento risorgimentale, alimentando una produzione letteraria (il romanzo storico, la poesia patriottica, la memorialistica) che avrà come fine principale quello di formare la coscienza nazionale degli Italiani e che troverà espressione tanto in ambito liberale (si pensi ai romanzi e ai ricordi di D’Azeglio), quanto in ambito democratico (si pensi ai romanzi di Ruffini, Guerrazzi e Bini, alla poesia di Mameli); è persino superfluo ricordare, infine, che tutto il pensiero e l’opera di Mazzini, ossia del capofila della scuola democratica, sono fortemente permeati da temi e motivi propri della sensibilità romantica. Per altro verso, lo spirito romantico – nella sua declinazione individualistico-soggettivistica – troverà espressione in un lirismo e in un patetismo (Prati, Aleardi) che rimane distante dalla dimensione politica. Quindi nella pagine che seguono, al fine di valutare l’incidenza del romanticismo sul liberalismo italiano, ci soffermeremo soltanto sulle caratteristiche e sui motivi del primo romanticismo.

La questione romantica in Italia

La «questione romantica», in Italia, divampa nel 1816, intorno al problema dello «stato» della letteratura italiana. A dare fuoco alle polveri è un articolo di Madame de Staël (Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni), apparso sul primo numero della «Biblioteca italiana». In esso la celebre scrittrice invitava «gl’intelletti della bella Italia», troppo spesso paghi dell’imitazione dei classici o della ricerca di un’eleganza meramente formale, a rivolgere la loro attenzione alle moderne letterature europee e a tradurne le opere più significative: in tal modo l’Italia sarebbe rientrata in quel commercio intellettuale europeo senza il quale ogni nazione moderna era destinata, secondo la Staël, a rimanere culturalmente povera; e gli Italiani – che erano nazione soltanto in senso culturale e che quindi non potevano ricevere stimoli dalla politica – avrebbero trovato nella sfera dell’ingegno le novità atte a mantenerne la vitalità, impedendo loro di giacere «in un sonno oscuro, d’onde neppur il sole potrebbe svegliarli» [Bellorini, Mutterle 1975, p. 9]. Come si vede, l’articolo della Staël, anche se scritto in forma garbata, conteneva una critica severa – e a tratti sferzante – del mondo letterario italiano dell’epoca. Le repliche non si fecero attendere: l’autrice della Corinne fu investita da un’ondata di critiche (alcune ragionate, altre scomposte) e in ogni caso venne ritenuta responsabile, come ebbe a scrivere Ermes Visconti, «di lesa Nazione». In questo clima infuocato apparvero, sempre nel 1816, gli scritti di Ludovico di Breme (Intorno all’ingiustizia di alcuni giudizi letterari italiani), Pietro Borsieri (Avventure letterarie d’un giorno) e Giovanni Berchet (Lettera semiseria di Crisostomo al suo figliuolo), che in seguito sarebbero stati considerati i «manifesti» del Romanticismo italiano. In essi gli autori compivano un impietoso esame della cultura italiana, che veniva rappresentata come un mondo separato dalle correnti più vive della cultura moderna, chiuso in una anacronistica e servile imitazione del passato, caratterizzato da una vuota erudizione e da un freddo formalismo: un mondo in piena decadenza, insomma, che costituiva il fedele specchio di una nazione decaduta. Per porre rimedio a tale situazione essi abbozzavano le prime teorizzazioni di una nuova letteratura, conforme allo spirito del proprio tempo, teorizzazioni che riprendevano – selezionandole e adattandole al «caso italiano» – alcune delle idee romantiche sviluppate da A.W. Schegel nel suo Corso di letteratura drammatica (1814).

Prendeva così avvio la battaglia tra «romantici» e «classicisti», che sarebbe proseguita sulle riviste sino alla metà degli anni Venti e che avrebbe svolto un ruolo decisivo nel mutamento della letteratura e della cultura italiana dell’Ottocento. La fase più interessante e creativa di tale battaglia coincise con la breve ma significativa vicenda de «Il Conciliatore» (1818-19), che fu l’organo dei romantici (anche se ospitò sulle sue colonne scrittori che romantici non erano, come Romagnosi e Gioia) e che avrebbe lasciato il testimone, dopo la sua soppressione, alla più compassata «Antologia» del Vieusseux (1821-1833). Intorno al 1820 la polemica romantica aveva comunque già dispiegato i suoi argomenti principali, tanto che per ricostruirne i temi e coglierne il significato complessivo si può fare riferimento a due testi dell’epoca che conservano ancora una straordinaria lucidità: la Notizia sul Romanticismo italiano di Ermes Visconti (scritta nel 1820 e diretta, per il tramite di Manzoni, a Claude Fauriel) e la Lettera sul Romanticismo dello stesso Manzoni (scritta nel 1823, indirizzata a Cesare D’Azeglio e pubblicata per la prima volta, nonostante la contrarietà del suo autore, nel 1846). Se la Lettera di Manzoni ricostruisce le tesi letterarie del Romanticismo tanto nella pars destruens (ripudio della mitologia antica, del principio dell’imitazione dei classici e delle unità drammatiche aristoteliche), quanto nella pars construens (il vero storico e morale come fine e sorgente del bello), la Notizia del Visconti è un breve ma efficacissimo resoconto del periodo 1816-20, che mette chiaramente in luce il principale bersaglio polemico dei romantici italiani (il «falso italianismo») e l’obiettivo di fondo che essi perseguivano: «congiungere in alleanza la letteratura d’Italia collo spirito del secolo» [in Manzoni, 2008, p. 206], il che significava, in sostanza, riagganciare l’Italia al cammino della civilizzazione europea, dominato in quella fase storica dai principi di libertà e di nazionalità.

Del resto, sin dall’inizio la battaglia romantica aveva assunto, nel nostro Paese, un profilo inscindibilmente letterario e politico: se è vero che essa era nata intorno allo «stato» della letteratura italiana, e che ruotava intorno a due diverse teorie estetiche (ispirata all’imitazione dei classici e della natura negli uni, fondata sull’invenzione e sull’espressione dello spirito del tempo negli altri), è altrettanto vero che essa portava con sé due differenti visioni della nazione italiana, che avevano evidenti risvolti politici. Per i classicisti più aperti, come Pietro Giordani, Madame de Staël poteva avere anche qualche ragione nel dare un giudizio negativo sulla letteratura italiana più recente; ma aveva senz’altro torto nel ritenere che essa potesse risorgere andando ad abbeverarsi alle letterature straniere (e, in particolare, a quelle del settentrione europeo), giacché queste erano estranee al suo «genio nazionale», il quale aveva le sue più alte espressioni negli scrittori tre-cinquecenteschi e le sue radici – radici di ineguagliabile valore – nei classici latini e greci. La nazione italiana, in questa visione, non era che un ramo di quella pianta le cui radici affondavano nel mondo classico: essa quindi, per ritrovare se stessa, doveva rifarsi al proprio passato. Secondo i romantici, invece, quella pianta era ormai disseccata: la letteratura moderna, nata con la formazione delle lingue romanze, era espressione di una realtà religiosa, morale e politica completamente diversa rispetto a quella del mondo antico; tale realtà aveva prodotto nuovi modi di pensare, di sentire e di esprimersi e portava con sé nuove esigenze, che si erano ulteriormente evolute dopo la straordinaria accelerazione impressa alla storia dalla Rivoluzione francese e dall’avventura napoleonica. In questo quadro, lo scopo della letteratura consisteva nell’esprimere lo spirito del proprio tempo, vale a dire lo spirito di quella civilizzazione moderna da cui l’Italia – nonostante la grande letteratura di Dante, Petrarca, Ariosto e Tasso – era rimasta tagliata fuori per un insieme di ragioni che, secondo Breme, erano culturali (il pernicioso spirito di imitazione e di ossequio servile verso il passato e l’autorità, «importato» in Italia dai Bizantini nel XV secolo) e politiche (la persistente frammentazione politica della penisola, che aveva impedito lo svilupparsi di quelle grandi controversie civili e politiche nelle quali si era forgiato lo spirito, la letteratura e la lingua delle grandi nazioni moderne). Di qui la decadenza culturale dell’Italia e l’attuale svogliatezza della sua «anima»: al di là di alcune felici ma trascurate eccezioni (Vico, Genovesi, Beccaria, i fratelli Verri, Gioia, Cuoco) i nostri studi, afferma Breme nel 1816, «sono di bibliografia, di cartolari municipali, di parole e modi toscani» ed escludono «tutto ciò che non sia ben circoscritto già e determinato da qualche Autorità, segnato di formule, registrato nelle rubriche della consuetudine» [in Calcaterra 1951, p. 90]. Quindi la nazione italiana, per rinnovare la propria linfa vitale, non doveva volgersi al passato, ma aprirsi al mondo moderno, all’«immenso vero che raggia in Europa»: doveva tradurre e studiare le grandi opere letterarie e filosofiche della cultura europea, dotarsi di buoni giornali e di un buon teatro e produrre opere (romanzi anzitutto, poesie, saggi) che parlassero non a un’infima minoranza erudita ma a quelle «mille e mille famiglie» – come scriveva Berchet – che «pensano, leggono, piangono, fremono e sentono le passioni tutte, senza pure avere un nome a teatro» [in Calcaterra 1951, p. 279]. Quello dei classicisti, con il suo pregiudizio su un preteso primato italiano di origine classica e con il peso intollerabile del passato, era quindi un falso e pericoloso italianismo, che in realtà inibiva «la ricerca di un’identità nazionale capace di figurare degnamente accanto alle altre nazioni europee» [Raimondi 1997, p. 55]. Ad esso bisognava opporre il vero italianismo, che implicava una radicale operazione di «svecchiamento» culturale e ideologico. I principi che presiedevano a tale operazione, e che secondo Visconti avevano ispirato tutta l’avventura de «Il Conciliatore», erano due: il primo consisteva nel considerare la letteratura come qualcosa di «inerente allo stato sociale di un popolo», che «ne segue necessariamente le fasi, ne raccoglie lo sviluppo, e ne diviene la più bella espressione»; il secondo consisteva nel considerare la natura umana come qualcosa di progressivamente perfettibile, da cui la necessità, per gli scrittori, di sostituire alla «Legge vincolante dell’imitazione» il «libero diritto dell’invenzione» e «alla nostra blandita immobilità il bisogno vitale dell’azione» [Manzoni 2008, pp. 204-205]. Principi, come si vede, connessi con alcune istanze di fondo del liberalismo moderno: alla legge viene contrapposto il diritto, ossia la facoltà dell’individuo (in questo caso, l’artista) di esprimere la propria personalità senza obbedire a canoni prefissati, ad autorità dogmatiche (ma sempre in connessione con la dimensione storica e sociale: di qui l’assenza, nel nostro primo Romanticismo, di quelle derive soggettivistiche che avrebbero fatto di certo Romanticismo il «male del secolo»); in secondo luogo, per quel richiamo al bisogno vitale dell’azione, che non restringe il concetto di libertà alla dimensione puramente interiore, ma lo connette alla sfera pubblica, e vuole informare di sé la vita intellettuale, civile e politica. Principi, inoltre, che testimoniano dell’incontro, nei nostri primi romantici, tra motivi di chiara derivazione illuministica (teoria della perfettibilità, concezione sociale della letteratura e, come troviamo affermato nel Programma de «Il Conciliatore», i valori della pubblica utilità e del progresso tecnico-economico) e istanze proprie della cultura romantica (concezione attiva e creativa del soggetto umano, profondo senso della storicità, idea di nazione, rivalutazione della dimensione spirituale e religiosa). Da questo incontro nascerà una delle caratteristiche più interessanti e feconde del nostro primo Romanticismo, ossia la presenza, al suo interno, di una serie di endiadi i cui termini – letteratura e politica, italianismo ed europeismo, libertà individuale e fede religiosa, individualismo e associazionismo – invece di opporsi, stanno tra di loro in un rapporto di reciproca implicazione.

Il liberalismo dei romantici italiani

Che i nostri primi romantici si considerassero dei liberali – e tali venissero ritenuti dai loro avversari – è un dato di fatto, che emerge chiaramente dagli scritti, dagli epistolari e dalle relazioni delle polizie dell’epoca. Negli Stati italiani della Restaurazione, privi di libertà costituzionali e camere rappresentative, il conflitto politico poteva esprimersi soltanto attraverso la battaglia letteraria: e se romantico significava liberale, classicista era sinonimo di reazionario. Ma, al di là dei termini, in cosa consisteva effettivamente il liberalismo dei nostri primi romantici? Quali ne erano le fondamenta teoriche, i principi politici, i modelli istituzionali, gli autori di riferimento, i bersagli polemici? Dal punto di vista dei fondamenti, i romantici italiani condividevano – in modi e gradi diversi, dipendenti dalle varie sensibilità culturali – una concezione dell’uomo e della storia fondate sulla teoria della perfettibilità. La natura umana, per tutti costoro, è caratterizzata dalla capacità di perfezionarsi, capacità dovuta al prevalere nell’uomo della dimensione attiva del pensiero e dello spirito; e la storia è il luogo in cui si realizza questo progressivo perfezionamento. Sono molti i passi in cui i nostri romantici esprimono la loro fede nel progresso. Il tempo, afferma Breme, non è un distruttore, ma un costruttore: esso è «il maggiore e più indefesso di tutti i novatori» [in Branca, 1948, I, p. 114], «una forza ineluttabile» che trascina con sé «governi, istituti, moda, abitudini» e trionfa sempre su ciò che non risponde più al suo grado di avanzamento; Visconti, a sua volta, parla della «forza sovrana del tempo», che deve spingere gli scrittori a seguire attentamente le continue mutazioni che si producono nelle scienze, nelle opinioni, negli interessi e nelle istituzioni, abbandonando ciò che il tempo stesso ha reso «inservibile» [in Manzoni 2008, p. 205]. Tale impostazione ha evidenti e «modernizzanti» risvolti politici, come emerge chiaramente dal seguente passo di Visconti, contenuto nelle Idee elementari sulla poesia romantica: «per quella gran ragione che l’uomo è perfettibile, e che le scienze progrediscono – scrive Visconti – è naturale che noi, ammaestrati da Montesquieu e da Smith, da Necker e da Malthus, testimoni delle rivoluzioni d’America e di Francia, della recente potenza francese, della resistenza spagnuola e della lega tedesca, siamo in grado di giudicare gli Stati e le leggi con piú perspicacia e prudenza che non sapessero farlo i concittadini d’Alessandro e di Pericle, di Traiano e d’Augusto» [in Branca 1948, I, pp. 378-379].

I nostri romantici hanno quindi una visione sostanzialmente positiva del periodo apertosi con le grandi rivoluzioni di fine Settecento. Nelle sue lettere del 1814-15 Breme lega le vicende rivoluzionarie francesi alla «lotta per la dignità umana» [Breme 1966, p. 272] e sostiene che gli abusi compiuti in nome dei principi della philosophie non hanno reso questi ultimi meno «santi e inviolabili». Persino su «Il Conciliatore», che doveva sottoporre i suoi testi alla censura, troviamo considerazioni, sia pure abilmente velate, sui frutti positivi prodotti dall’89. Nel Programma della rivista, apparso nel 1818 a firma di Borsieri, possiamo infatti leggere la seguente analisi: in Italia, trent’anni fa (ossia, si badi bene, nel 1788) il dibattito letterario e filosofico era affare di «dotti e letterati di professione», che si parlavano tra di loro «ne’ chiostri e ne’ licei», mentre il pubblico restava inerte e noncurante sullo sfondo. Oggi, invece, esiste un ampio «pubblico giudicante», capace di valutare le opere letterarie e filosofiche al di là delle opinioni di scuola: e tutto questo lo si deve a «tanti solenni avvenimenti della nostra età, tante lezioni della sventura, tante funeste esperienze di mutamenti sociali», i quali «hanno svegliato gli uomini col pungolo del dolore; e riscosso una volta il sentimento, hanno essi per necessaria conseguenza imparato a pensare» [Branca 1948, I, p. 4]. Mettendo in rilievo gli aspetti deleteri del processo rivoluzionario (le lezioni della sventura, le funeste esperienze, il dolore) l’autore riesce a far passare un concetto dirompente: è grazie a questo processo che si è formato, in Italia, un largo strato sociale capace di pensare; in altre parole, è grazie al processo rivoluzionario che è sorta, anche nel nostro Paese, una moderna opinione pubblica, di cui vengono forse sopravvalutate le dimensioni, ma che certo rappresenta un fatto di straordinario rilievo, giacché la pubblica opinione sarà il vero protagonista dell’età liberale e democratica. Inoltre, per gli intellettuali de «Il Conciliatore» la Rivoluzione francese ha portato sul Continente europeo quei diritti di libertà (libertà intellettuale, libertà di stampa, libertà religiosa, garanzie giudiziarie) e quei princìpi costituzionali (eguaglianza di fronte alla legge, divisione dei poteri, moderno sistema rappresentativo) che si erano già affermati in Inghilterra e negli Stati Uniti, i cui sistemi politici vengono spesso richiamati come modelli positivi.

Come si vede, le preferenze dei nostri romantici sono chiare: esse vanno verso quei paesi, come avrebbe detto Constant nel celebre discorso del 1819, in cui esiste la libertà dei Moderni. Questo non significa che non vi siano sfumature: nelle Avventure letterarie di Borsieri, ad esempio, si può trovare un aperto elogio della Rivoluzione americana, condotta in nome dei diritti di libertà e contro un Paese, «la libera e potentissima Inghilterra», che venendo meno ai suoi stessi principi aveva violato «lo spirito delle costituzioni» delle colonie, imponendo loro «assoluti comandi» [Calcaterra 1951, pp. 166-167]. Volendo dare un esempio di «spirito cavalleresco» in epoca moderna, Visconti scrive che esso «risplenderebbe d’una grazia assolutamente nuova ne’ volontari francesi al campo di Washington portativi dall’amore d’idee liberali». Anche nei carteggi di Breme e di Pellico si trovano espressioni di particolare simpatia verso gli Stati Uniti, probabilmente sia perché la rivoluzione americana non aveva dato luogo a nuovi dispotismi (come era accaduto in Francia con il giacobinismo e il bonapartismo), sia per la maggiore eguaglianza delle condizioni sociali e politiche rispetto al caso inglese.

Va infatti considerato che uno dei bersagli polemici principali dei «conciliatoristi», oltre al concetto di autorità arbitraria, è il privilegio aristocratico: contro di esso si appuntano gli strali di borghesi come Pellico e Berchet, ma è dalla penna dell’aristocratico Breme che viene la critica più severa e storicamente articolata. Le prerogative di cui godeva un tempo l’aristocrazia, scrive Breme [Breme (1817) 1970, pp. 127-131], derivavano dalla sua capacità di costituire un potere intermedio tra sovrano e popolo, capace di frenare gli eccessi dell’uno e dell’altro e quindi di proteggere la società dai pericoli simmetrici del dispotismo e dell’anarchia; ma l’autorità, negli Stati moderni, si è condensata a poco a poco «intorno al monarca, il quale gode oggi, da solo, del privilegio di potere ciò che vuole»; e la nobiltà ha finito per legarsi stabilmente al trono. Tutto ciò ha fatto sì che le prerogative che rendevano l’aristocrazia importante, influente ed efficace nell’organizzazione della società siano «perdute senza ritorno». Non solo: le condizioni di privilegio mantenute dai nobili li ha resi la classe più inutile e oziosa, più superstiziosa senza essere religiosa, più ignorante e insensibile, perché priva di una «vera coscienza del dolore». Chiusi nelle loro belle dimore, sotto i loro soffitti dorati, i nobili consumano oziosamente quel tempo «ogni particella del quale è una goccia di sangue, di pianto o di sudore per i tre quarti dei loro simili». L’unico modo per evitare che la nobiltà appaia agli uomini come «la più detestabile razza immaginabile» consiste quindi, per Breme, nel mettere le condizioni di privilegio al servizio dell’umanità, nel diventare «l’avanguardia nella via del perfezionamento sociale». Nell’eguaglianza dei diritti e dei doveri che si è ormai affermata, l’unico titolo alle distinzioni sociali è infatti legato ai servigi resi alla società, al merito: è questo il principio schiettamente liberale che viene proclamato – per «interposta rivista», cioè riprendendo l’articolo di una rivista francese – sul n. 72 de «Il Conciliatore» [Branca 1948, II, p. 567]. Accanto alla critica ai principi ed ai valori dell’ancien régime, troviamo la critica al giacobinismo, alla «decemvirale tirannia». Ma se l’identificazione di ultras e giacobini come nemici opposti ma convergenti delle idee liberali è in qualche modo scontata, meno ovvia – almeno in Italia – è la chiara identificazione dei bonapartisti come «falsi liberali» [Pellico 1963, p. 144] e del regime bonapartista come «moderna tirannide, erede ed usurpatrice di tutte le arti e di tutti i più sicuri ritrovati della filosofia» [Branca 1948, I, p. 118]. Certo, ai «conciliatoristi» non sfugge il ruolo modernizzatore svolto da Bonaparte in Italia; ma che dei liberali sinceri leghino le loro speranze al regno di un uomo come lui – scrive Breme in una lettera del 1818 a Sismondi – dimostra a quale livello ancora elementare sia la cultura politica e sociale in Italia.

L’insieme di queste idee coincide, come si può vedere, con gli assunti del liberalismo di Coppet, i cui protagonisti costituiscono i punti di riferimento politici dei nostri romantici: Sismondi collabora a «Il Conciliatore» (suo è il primo articolo sul primo numero della rivista e sull’ultimo, il n. 119) e le sue opere, insieme a quelle della Staël, vengono puntualmente ed elogiativamente recensite; Constant rimane più sullo sfondo, ma «Il Conciliatore», riprendendo il suo elogio di Sir Romilly pronunciato all’Ateneo reale nel 1819, lo definisce «implacabile censore delle aberrazioni del potere» e «intrepido difensore de’ buoni principj e delle savie istituzioni» [Branca 1948, II, p. 338]; dai carteggi privati, poi, emerge come Breme e Pellico ne seguano con interesse e ammirazione l’attività pubblicistica e la carriera politica. Del resto, anche la scelta degli interlocutori politici è significativa: se le opere dei liberali di Coppet tornano continuamente negli scritti e nelle lettere dei nostri romantici – i quali formano e affinano su di esse le loro convinzioni liberali – le opere politiche di romantici tedeschi come Novalis, F. Schegel e A. Muller sono del tutto assenti, mentre di Chateaubriand possiamo leggere, su «Il Conciliatore», che «troppo sovente […] compromette il suo meraviglioso talento» firmando l’articolo finale de «Le Conservateur» (mentre del coevo «Le Censeur Européen» i «conciliatoristi» scrivono che i suoi autori «hanno il merito d’avere i primi osato dopo la restaurazione di professare con franchezza i principj costituzionali in tutta la loro integrità» [Branca 1948, III, p. 769].

È quindi al liberalismo di Coppet – che, come è noto, ha non pochi legami di affinità con la tradizione liberale anglo-americana – che si ispira il primo gruppo «organizzato» e consapevole di liberali italiani. Il liberalismo dei nostri primi romantici è dunque un fenomeno di importazione, come e più del loro romanticismo: se infatti quest’ultimo assunse ben presto una sua originale fisionomia (con la poetica del vero storico e del vero morale) e contribuì in modo decisivo alla formazione di un gigante della letteratura europea come Manzoni, il liberalismo dei nostri primi romantici non fu originale dal punto di vista teorico, né produsse opere politiche. Del resto, sarebbe stato difficile che da un Paese come l’Italia – dove il dibattito politico era impossibile, dove non esistevano né garanzie costituzionali, né libertà di stampa, né assemblee rappresentative e dove, soprattutto, incombeva il problema «preliminare» di rendere indipendente la nazione e di unificarla politicamente – potessero venire contributi originali all’elaborazione politico-istituzionale del liberalismo. Ma l’assenza di originalità teorica non implica l’assenza di rilevanza storico-politica. In realtà, l’importanza non sempre sufficientemente riconosciuta di questi primi liberali sta proprio nel fatto che essi importarono e tentarono di acclimatare in Italia una dottrina liberale matura e articolata e che per fare ciò sostennero, con il mezzo tipicamente moderno del «giornale», una vivacissima battaglia culturale. Una battaglia che avrebbe lasciato in eredità al nascente liberalismo italiano un respiro e una sensibilità europei, la ferma convinzione che questione nazionale e questione costituzionale dovessero andare di pari passo, l’opzione per una netta separazione tra Stato e Chiesa insieme a una profonda sensibilità religiosa, l’attenzione per i temi del progresso tecnico-economico (nella sfera agricola e in quella industriale) e una sensibilità sociale che trovò espressione nella spiccata attenzione al mondo femminile, al fenomeno dell’associazionismo e all’istruzione popolare. L’attenzione al mondo femminile, in particolare il tentativo di allargare il pubblico femminile «leggente», è un tema ricorrente sulle pagine de «Il Conciliatore». Quanto all’istruzione popolare, una delle battaglia più famose dei nostri romantici fu quella per il metodo lancasteriano, ossia per le scuole di mutuo insegnamento, pensate per diffondere l’istruzione tra gli strati popolari. Numerosi sono gli articoli dedicati all’argomento da «Il Conciliatore», con resoconti anche dall’estero. Ma non si trattò soltanto di una battaglia culturale: i romantici italiani si adoperarono in prima persona per la fondazione di varie scuole popolari, in Piemonte, in Lombardia e in Toscana.

Bibliografia

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