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Moderatismo

di Stefano De Luca

Il concetto: origini storiche e difficoltà teoriche

Paradossalmente, anche il «moderatismo» è figlio della grande Rivoluzione. Il suo ingresso nel lessico politico – sia come aggettivo e sostantivo (il partito moderato, i moderati), sia come sostantivo astratto (il moderatismo) – risale infatti agli anni della Rivoluzione francese e trova la sua ragion d’essere nei processi di radicalizzazione innescati da quest’ultima. È la presenza di «esagerati» nello schieramento rivoluzionario-repubblicano che crea lo spazio per una posizione «moderata»: «È con piacere – scrive Benjamin Constant in una lettera dell’ottobre 1794 – che vedo il «partito moderato» prendere un deciso ascendente sui giacobini […]. Sento che mi sto «moderando»». Si tratta di una delle prime attestazioni dell’uso politico del termine «moderato» ed è certamente significativo il fatto che il suo autore sarà anche uno dei primi a usare il termine «liberale» nel suo significato politico. Sempre Constant osserverà, sotto il Direttorio, come il riemergente «partito monarchico» sia costituito prevalentemente da «ultrarealisti», ossia da «realisti esagerati» che rifiutano tutti i mutamenti avvenuti dopo il 1789 e che sognano un ritorno all’assolutismo d’ancien régime. È la presenza di opposti radicalismi – e il loro sistematico riemergere, in forme sempre nuove, per tutto l’Ottocento (e per buona parte del Novecento) – a creare lo spazio, nell’Europa continentale, per un’area politica «moderata», che dal centro si estenderà, attraverso un’ampia gamma di sfumature, verso sinistra e verso destra. Di qui la nascita, nell’arco di due secoli, di molti e diversi «moderatismi»: monarchici e repubblicani, liberali e democratici, di ispirazione cristiana o laica. Ma storicamente sono state soprattutto alcune componenti del movimento liberale e di quello cattolico ad autodefinirsi, in senso positivo, «moderati» e soprattutto a cercare di elaborare una dottrina della moderazione politica. In questa sede mi soffermerò, com’è ovvio, soltanto sul moderatismo connesso alla vicenda del liberalismo italiano; ma prima di entrare in medias res è necessaria un’altra precisazione.

Nella storia politica e nella storiografia italiane i termini «moderato» e «moderatismo», dal triennio giacobino in avanti, hanno avuto larghissimo uso: ma per quanto pervasiva è la loro presenza nel lessico politico-storiografico, altrettanto incerto e controverso è il loro status teorico. Questa condizione non è un fenomeno soltanto italiano, ma europeo: il termine «moderatismo» è infatti assente dai dizionari delle idee politiche, dove invece campeggiano in bella evidenza tutti gli altri -ismi della contemporaneità (liberalismo, socialismo, nazionalismo, conservatorismo, fascismo, giacobinismo; per non parlare dei più recenti repubblicanesimo, democratismo, comunitarismo e così via). La ragione di questa assenza sta nella natura formale e posizionale del moderatismo. Tutte le dottrine o correnti politiche appena citate rimandano a qualcosa di «sostanziale»: a uno specifico valore etico-politico (la libertà per il liberalismo, l’eguaglianza per il socialismo e il comunismo), a una realtà collettiva elevata a valore (la nazione per il nazionalismo, la comunità per il comunitarismo), a un insieme di valori incarnati da un determinato assetto istituzionale (la res publica per il repubblicanesimo, la democrazia per il democratismo), a una specifica esperienza storico-politica elevata a modello (principi e prassi del partito giacobino per il giacobinismo e dei fasci di combattimento per il fascismo). Il moderatismo, invece, rimanda a qualcosa di «formale»: il valore al quale si ispira (la moderazione) non indica un obiettivo da perseguire, ma un modo di agire, un metodo ispirato alla razionalità, alla prudenza, al gradualismo (concepite come antitesi del fanatismo, del radicalismo, della violenza). Possiamo intuire «come» agirà un partito che si definisce moderato, ma non «cosa» in concreto farà: per capire quali saranno le sue posizioni su un qualsiasi problema dovremo scendere sul piano del contesto storico-politico e individuare quali siano le posizioni in campo. Si è moderati sempre in «risposta a», in «relazione a» qualche forma di radicalismo: è soltanto in presenza di posizioni percepite come estreme o radicali che la moderazione, da metodo compatibile con diverse tradizioni politiche, si organizza in autonoma posizione politica. Da questa natura «posizionale» e «relazionale» nasce quel margine di indeterminatezza teorica che è proprio del moderatismo, ma anche la sua grande importanza nella storia otto-novecentesca dell’Europa continentale e soprattutto dell’Italia, paese particolarmente esposto, forse proprio in virtù della sua arretratezza politica e sociale, al fascino dei miti rivoluzionari.

Il moderatismo in Italia: due accezioni principali

Nella storia politica italiana della prima metà dell’Ottocento il termine «moderato» viene usato in due accezioni principali. La prima, di carattere generico, viene utilizzata per indicare un insieme di scrittori e uomini politici che – dal triennio giacobino sino agli anni Trenta – si riconoscono, in vario modo e in diversa misura, nei principi di libertà, nazionalità e progresso, ma al tempo stesso si oppongono alla versione (considerata «estrema») che di tali principi danno i giacobini prima e i mazziniani poi. La seconda accezione, di carattere specifico e di consolidata tradizione storiografica, indica invece un movimento d’opinione che si sviluppa tra il 1843 e il 1848 grazie agli scritti di Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo e Massimo D’Azeglio e che rivendica apertamente il nome e il ruolo di «parte moderata». Tale «partito» si caratterizza per due scelte di fondo: la strada delle riforme (anziché quella delle congiure e delle rivoluzioni) per ottenere le libertà interne; l’accordo tra i principi italiani e la soluzione confederale per risolvere la questione nazionale. L’altro elemento caratteristico dei moderati sarà il rapporto, più o meno stretto, con il cattolicesimo: ma il modo di connettere religione e politica, nonché il personale rapporto con la fede, sarà profondamente diverso nei vari esponenti.

Un conto, infatti, è il «neoguelfismo» di Gioberti, che fa della religione cattolica la forza propulsiva del risorgimento italiano e del Papa la guida della futura confederazione, destinata a ristabilire il primato morale e civile della nazione italiana e, per questa via, ad assolvere una missione di portata storico-universale (sanare le scissioni determinate dalla Riforma protestante tra autorità e libertà, tra popoli e sovrani, tra civiltà e religione). Altro conto è il «liberalismo moderato» di Balbo, che pur avendo un’ispirazione cristiana, non teorizza né il ruolo-guida del Papato, né il primato italiano e la sua connessa «missione», ma guarda piuttosto alla tradizione politico-istituzionale del mondo anglo-americano. Quanto a D’Azeglio, egli è lo scrittore meno dottrinario (ma politicamente più efficace) del «partito moderato», nonché il più tiepido quanto a convinzioni religiose; inoltre D’Azeglio, a differenza di Gioberti e Balbo, riconosce un ruolo cruciale alla Rivoluzione francese, come evento che segna la nascita di un nuovo principio di legittimità politica (diritto comune e consenso).

Ma sui vari aspetti del «partito moderato» torneremo più avanti; adesso soffermiamoci, per cominciare, sul «vario moderatismo» che si sviluppa in Italia tra il triennio giacobino e gli anni Trenta.

Il vario moderatismo italiano dal triennio giacobino agli anni Trenta

Anche nel nostro Paese l’uso politico del termine «moderato» è un effetto della Rivoluzione francese: oltre ai principi dell’89, le armate napoleoniche esportano in Italia le divisioni interne allo schieramento rivoluzionario. Fin dal triennio giacobino, quindi, si comincia a parlare di «moderati». Si tratta di quei protagonisti della vita culturale e politica che si riconoscono nelle conquiste dell’89 (libertà civili, eguaglianza giuridica, sistema rappresentativo, costituzione), ma che si ritraggono inorriditi di fronte al giacobinismo e al Terrore: si pensi a Giuseppe Maria Galanti e a Giuseppe Poerio a Napoli, a Pietro Verri e Francesco Melzi d’Eril a Milano, a Francesco Maria Gianni a Firenze. Per quanto riguarda Vincenzo Cuoco – nel quale Croce riconosce il capostipite del liberalismo italiano (un liberalismo, aggiunge acutamente il filosofo napoletano, «rivoluzionario e moderato insieme») – il discorso è assai più complesso e non può essere affrontato nei limiti di questa «voce»: quel che si può dire è che il grande molisano è essenzialmente un pensatore realista, dominato dal problema della nazione, al quale sta «stretta» ogni netta identificazione con una corrente politico-ideologica. Certamente, vi è nella sua critica all’astrattismo giacobino un’ispirazione liberale (non priva, peraltro, di venature conservatrici); ma non va dimenticato che nelle Lettere a Vincenzio Russo, chiave di lettura importante per comprendere il senso politico del Saggio storico, Cuoco avanza forti riserve sul principio della rappresentanza e sostiene l’idea secondo cui la volontà generale – sempre giusta – non ha bisogno né di controlli né di limiti (tesi che mal si conciliano, è appena il caso di notarlo, con alcuni assunti-chiave del liberalismo moderno e che rimandano piuttosto ad altre tradizioni del pensiero politico).

Con la Restaurazione il quadro politico italiano muta, subendo, con l’eccezione parziale della Toscana, un forte spostamento a destra. Nella Milano austriaca il gruppo del «Conciliatore» si definisce semplicemente «liberale», giacché non vi è bisogno di distinguersi da un’estrema alla propria sinistra, ma solamente quello di contrapporsi alla destra reazionaria. Agli occhi delle autorità austriache gli autori del «Conciliatore» passano per sospetti rivoluzionari: ma lo sono nei limiti in cui ogni convinzione liberale è incompatibile con un regime assolutistico; al di là di questo aspetto, le idee politiche dei «conciliatoristi» si rifanno esplicitamente al liberalismo di Coppet, che – pur essendo più individualista e «progressivo» rispetto al liberalismo dottrinario di Royer-Collard – si colloca comunque in un’area moderata.

Sempre negli anni Venti si verificano i moti liberali in Piemonte e a Napoli, che – per riprendere la definizione crociana citata poco sopra – sono rivoluzionari e moderati al tempo stesso: rivoluzionari sul piano dei mezzi, ma moderati su quello dei fini, giacché gli assetti politico-istituzionali che si intende realizzare rientrano nell’alveo del liberalismo moderato. Santorre di Santarosa, ad esempio, avrebbe preferito la costituzione francese del 1814 (più moderata) a quella spagnola del 1812 e accettò quest’ultima soltanto per non rompere il fronte rivoluzionario; ma non va dimenticato che la stessa costituzione di Cadice costituiva, in quel frangente, l’ideale dei liberali spagnoli che si autodefinivano moderados e che si contrapponevano ai liberali exaltados; quanto a Giuseppe Poerio, il patriota napoletano si proclamava apertamente un moderato. Moderato sotto ogni profilo, nel Piemonte del 1820 e anche in seguito, è il cattolico Cesare Balbo, che ritiene sempre illegittima la strada dell’insurrezione: ciò non toglie che Balbo – insieme a Carlo Vidua, Luigi Ornato, Giacinto Provana – nutrisse sentimenti liberali. Negli anni Venti prende inoltre avvio, a Firenze, la vicenda dell’«Antologia», che riprende la battaglia liberal-nazionale del «Conciliatore»: la rivista toscana – sorta per iniziativa di Gian Pietro Vieusseux – sarà una fucina di idee liberal-moderate, che in molti dei suoi collaboratori (si pensi a Capponi e Lambruschini) si coniugheranno con la fede cattolica.

La Rivoluzione di Luglio cambia ancora una volta il quadro politico europeo e, di riflesso, quello italiano, spostandolo questa volta a sinistra: le nuove minacce di una rivoluzione democratico-sociale portano, in Francia, allo sviluppo della «dottrina del giusto mezzo» (il cui principale interprete sarà Guizot), mentre in Spagna, dopo la morte di Ferdinando VII (1833), rinascono i moderados, che appoggiano la linea dinastica «liberale» (incarnata dalla reggente Maria Cristina e della figlia del re, Isabella II) contro quella «assolutistica» (impersonata da don Carlos, fratello del re). Quanto all’Italia, al settarismo carbonaro succede quello mazziniano: in questo quadro – dove alla rigida chiusura conservatrice dei governi si contrappone la propaganda e l’azione rivoluzionaria dei mazziniani – maturano le convinzioni politiche di uomini come Cesare Balbo e Massimo D’Azeglio, nonché del giovanissimo Cavour. Di grande importanza, tra gli anni Venti e Trenta, è infine lo sviluppo di posizioni liberali in ambito cattolico: si tratta di quegli autori (oltre a Manzoni, i già citati Lambruschini e Capponi, ai quali va aggiunto Rosmini e, a partire dal 1834-35, Gioberti) che cercano di coniugare alcune conquiste di libertà del mondo moderno con la tradizione cattolica, distinguendosi tanto dai reazionari intransigenti, quanto dai cattolici democratici alla Lamennais (cioè da quelle che, per usare le categorie di Gioberti, rappresentavano la destra e la sinistra cattoliche). Caratteristico dei cattolici liberali sarà la trasposizione politica del valore etico-religioso della moderazione: in questi autori il richiamo alla moderazione significherà non soltanto il rifiuto del metodo rivoluzionario, ma un’attitudine alla ragionevolezza, alla mediazione, all’operosità e al gradualismo che si distingue dal radicalismo astratto, dal fanatismo e dall’impazienza rivoluzionaria. Questo atteggiamento, unito ad una maggiore considerazione per le «ragioni dell’autorità» e all’esigenza di non contraddire le pronunce del magistero, porterà i cattolici liberali italiani ad essere molto prudenti e graduali sul piano delle soluzioni politico-istituzionali, ma in compenso più sensibili e avanzati sul piano della questione sociale.

Il «partito moderato»: 1843-1848

«A me par veder chiaro come la luce del dì – scrive Cesare Balbo nel giugno del 1847 – che l’opinione moderata esisteva […] da gran tempo in Italia, ed esisteva più o meno espressa in parecchi scritti, più o meno attuata in parecchie azioni d’Italiani: ma il primo scritto dov’ella sia stata espressa chiaramente, largamente, grandemente, epperciò efficacemente, fu quello di un nostro concittadino, pubblicato nel 1843 fuori d’Italia; e che seguirono d’allora in poi molti altri scritti, i quali più o meno determinarono, ordinarono, compierono od applicarono quell’espressione dell’opinione moderata italiana». In queste parole, scritte a caldo da uno dei protagonisti degli eventi, troviamo una delle rappresentazioni più lucide della vicenda del moderatismo italiano. Posizioni moderate, nel senso di intermedie tra chi non voleva cambiare niente e chi pensava di mutare tutto, esistevano in Italia da molti anni, come abbiamo visto anche nel precedente paragrafo. Ma è solo nella temperie degli anni Quaranta – e grazie ad una fioritura di scritti politici – che il moderatismo assume una specifica fisionomia sul piano politico, come partito delle riforme e della soluzione confederale alla questione italiana, e sul piano teorico, come dottrina neoguelfa in Gioberti e come dottrina del liberalismo moderato in Balbo e D’Azeglio.

Gli scritti ai quali fa riferimento Balbo sono il Primato morale e civile degl’Italiani di Vincenzo Gioberti, apparso nel 1843 a Bruxelles (definito da Balbo non un evento letterario, ma un «fatto nazionale» e che ebbe uno straordinario successo – basti pensare a quel che ne dice Luigi Settembrini nelle sue Ricordanze), le Speranze d’Italia dello stesso Balbo (1844) e gli Ultimi casi di Romagna di Massimo D’Azeglio (1845); di lì a poco sarebbe infine apparso il Programma per l’opinione nazionale italiana di D’Azeglio (1847). Anche se tra questi scritti non mancano le differenze (nello stile, nelle analisi e nelle proposte), è evidente la volontà dei loro autori di collocarsi su una medesima linea: se Gioberti aveva dedicato il suo libro a Silvio Pellico (simbolo, agli occhi dell’opinione pubblica europea, della causa italiana grazie a Le mie prigioni, ma anche protagonista della stagione del «Conciliatore»), Balbo dedica le Speranze d’Italia a Gioberti e D’Azeglio dedica gli Ultimi casi di Romagna a Balbo. C’è – in questi rimandi personali fatti in pubblico – la consapevolezza e la volontà di dare vita a un medesimo movimento d’opinione, che aspira a rappresentare la nazione italiana nei suoi bisogni reali e diffusi: non a caso quello che può essere considerato la sintesi e il manifesto del liberalismo moderato prenderà il titolo di programma per l’opinione «moderata e nazionale».

Il richiamo all’opinione pubblica è, sotto molti punti di vista, l’elemento caratterizzante del pensiero e dell’azione dei moderati ed è strettamente connesso al rifiuto del metodo rivoluzionario e all’opzione per le riforme. Questa scelta si basava su un insieme di ragioni, alcune di carattere normativo (ascrivibili all’etica cristiana e alla tradizione illuministico-liberale), altre legate a una concezione della politica di tipo realistico-storicistico. Non a caso il rifiuto della via rivoluzionaria veniva argomentato sulla base della storia italiana recente e su un’analisi dello stato attuale e delle tendenze della civilizzazione europea.

Per quanto riguarda l’Italia, i moderati sottolineavano come la strategia rivoluzionaria – frutto dell’imitazione del modello francese da parte di esigue minoranze di patrioti e innovatori – aveva dato luogo a una lunga serie di fallimenti, producendo soltanto vittime, scoraggiamento e discredito internazionale (polacchi e irlandesi, avrebbe osservato D’Azeglio negli Ultimi casi di Romagna, erano compatiti; gli italiani, con le loro «rivoluzioni in miniatura», erano oggetto di derisione). Si era giunti così a una sorta di paralisi, le cui maggiori vittime erano proprio i fautori delle idee del secolo (progresso, libertà, nazionalità). Inutile, secondo Balbo, disquisire sulle responsabilità: se fosse stato l’assolutismo dei governi ad aver generato le società segrete e i metodi cospirativi, oppure se fossero stati tali metodi ad aver irrigidito i governi nel più chiuso conservatorismo assolutistico. Fatto sta che si era innescata e cronicizzata una spirale rivoluzione/reazione, insurrezione/repressione, che finiva sempre con un ritorno al punto di partenza (non di rado peggiorato). Era quindi necessario interrompere questa spirale: e lo si poteva fare soltanto riprendendo quella stagione delle riforme che, iniziata nel Settecento, aveva dato avvio al risorgimento italiano, risorgimento interrotto (su questo Gioberti e Balbo concordavano) dall’irruzione delle truppe e delle idee francesi nella Penisola. Dalle congiure preparate nel segreto, da parte di minoranze rivoluzionarie il cui scopo era abbattere i governi, bisognava quindi passare alla «congiura alla luce del sole», ossia al pubblico dibattito delle idee, il cui destinatario era l’opinione pubblica e il cui obiettivo finale era spingere i governi a riprendere la strada delle riforme (anzitutto civili ed economiche, e poi – con la dovuta cautela – politiche). Si trattava di imparare, come scriveva D’Azeglio negli Ultimi casi di Romagna, l’arte di mutare la casa a un mattone per volta, abbandonando quell’impazienza e quell’improvvisazione rivoluzionarie che avevano condotto la causa nazionale e liberale in un vicolo cieco.

Ma la scelta riformista e legalitaria non nasceva soltanto dalla «dura scuola della sventura» italiana. Essa si fondava anche sulla convinzione – comune a tutti i moderati (e che nel ’48 avrebbe ricevuto una clamorosa smentita) – secondo cui il cammino della civilizzazione europea era ormai entrato in una nuova fase, caratterizzata dal progressivo e inesorabile scemare delle rivoluzioni. Gli argomenti addotti a sostegno di questa tesi erano vari: anzitutto, si evidenziava come la logica stessa della civiltà, consistente nel progressivo affermarsi della ragione e del diritto sulla forza, andasse nella direzione dei cambiamenti per via legale; in secondo luogo, si registrava la progressiva affermazione di regimi liberal-rappresentativi (in Inghilterra dal 1688, negli Stati Uniti dalla loro fondazione, in Francia dal 1830, nella nuova nazione belga dal 1831), nei quali i progressi, anche significativi, avvenivano tramite riforme (ultimo, clamoroso caso era la legislazione anti-protezionistica inglese); infine, si sottolineava, con Balbo, come il passaggio dalla società nobiliare, fondata sulla nascita, a quella notabiliare, fondata sul merito, portava con sé la fine della rigida divisione in ceti e la formazione di un largo ceto «educato e liberale», che desiderava un progresso senza scosse e non si riconosceva più nelle contrapposizioni radicali di un tempo (tra democratici e aristocratici, così come tra repubblicani e monarchici). Tutti questi fattori contribuivano a fare della pubblica opinione il vero nuovo «sovrano» delle società contemporanee. Le considerazioni dei protagonisti del moderatismo, su questo tema, erano pressoché identiche: la pubblica opinione, afferma Gioberti nel Primato, «è il primo motore dell’umano consorzio, e governa i principi come i popoli»; su di essa si fonda l’ordine degli Stati moderni, scrive Balbo nelle Speranze; è «la vera dominatrice del mondo, de’ principi come de’ popoli», afferma D’Azeglio negli Ultimi casi di Romagna.

Ecco perché era così importante, nel caso italiano, risvegliarla, sollecitarla, indirizzarla e formarla: perché solo il suo sostegno avrebbe reso inevitabili e durature le conquiste in tema di libertà e indipendenza. Ed ecco perché la richiesta della libertà di stampa (la «pubblicità») era una delle richieste che i moderati avanzavano con maggiore insistenza. Essa infatti avrebbe permesso di formare la pubblica opinione e, al tempo stesso, di darle voce: avrebbe rappresentato il «succedaneo» di quella libertà politica che – nelle forme del moderno parlamentarismo – i moderati ritenevano di non poter richiedere per non pregiudicare l’obiettivo che più gli stava a cuore, la questione nazionale. Se l’indipendenza nazionale – viste le debolezze interne e le resistenze internazionali – poteva essere raggiunta solo con la collaborazione dei sovrani esistenti, era necessario non spaventarli con la richiesta di mutamenti sostanziali nella forma di governo. Di qui la formula giobertiana della «monarchia consultativa», una sorta di tappa intermedia tra «monarchia assoluta» e «monarchia deliberativa» (caratterizzata cioè dalla presenza di un’assemblea eletta dai cittadini): nelle monarchie consultative il sovrano sarebbe stato affiancato da un’assemblea i cui membri, scelti dal sovrano stesso, dovevano costituire l’aristocrazia intellettuale della nazione e farsi «portavoce» della pubblica opinione. Sempre da questa cautela nasce la momentanea propensione di Balbo, che pure è un fervente ammiratore del modello inglese, per le monarchie consultative e soprattutto la preminenza che egli accorda, sino al 1848, al fine dell’indipendenza su quello della libertà (nella convinzione che queste ultime avrebbero diviso, mentre l’indipendenza richiedeva la massima unione possibile).

Su questo tema, indubbiamente importante, va ricordata l’opinione contraria di Giacomo Durando, che nel libro Della nazionalità italiana, apparso a Losanna nel 1846, aveva sostenuto, in polemica con Balbo, come proprio la libertà politica fosse necessaria al fine di avere l’energia necessaria per realizzare l’impresa nazionale (differenza che ha spinto alcuni interpreti, a partire da De Ruggiero, a ritenere i moderati dei conservatori e a distinguerli dallo «schietto liberalismo moderno», al quale invece apparterrebbero a pieno titolo Cavour e lo stesso Durando).

In realtà, la cautela sulla libertà politica di uomini come Balbo e D’Azeglio era legata a cause circostanziali (a un eccesso di «realismo», se si vuole): non vi sono dubbi, infatti sulla loro ammirazione per i sistemi parlamentari dei grandi paesi europei. Quello che è più rilevante è piuttosto l’atteggiamento complessivo dei moderati sulla sovranità, tema sul quale furono sempre molto cauti, se non reticenti, giacché quel che interessava a questi moderati non era la soluzione astratta del problema della sovranità (che portava il discorso sul piano inclinato delle soluzioni «moniste»), ma la ricerca concreta di un equilibrio tra il principio d’autorità (incarnato dal monarca) e quello di libertà (incarnato da individui e società), tra istanze aristocratiche (nel senso della necessaria formazione di classi dirigenti qualificate) e istanze democratiche (partecipazione della nazione alla vita politica). Il governo rappresentativo, nella forma della monarchia costituzionale, sembrava ai moderati un buon compromesso tra queste differenti esigenze, che andavano salvaguardate. Il loro ideale era una sorta di «governo misto» in forma moderna, che nel caso di Balbo si ispirava apertamente al modello inglese, ma nel caso di Lambruschini, ad esempio, si traduceva in interessanti e avanzatissime considerazioni sulle autonomie locali. Si potrebbe sostenere, con qualche approssimazione, che ai moderati interessava più il problema del «governo» che quello della «sovranità». In fondo, quest’ultimo era tema (e termine) tipico della tradizione assolutistica, che Hobbes aveva sviluppato all’interno di una «geometria della politica» e che Rousseau aveva declinato in termini democratici. I moderati italiani non potevano riconoscersi in questa tradizione: per loro la politica è scienza pratica, nel caso di Balbo e D’Azeglio «sperimentale», in cui quel che conta è la capacità di definire soluzioni praticabili; e il potere legislativo, secondo la lezione anglosassone, deve essere condiviso da organi diversi, che si bilanciano e si controllano reciprocamente.

Se sul piano politico il riformismo dei moderati era cauto, sul piano civile ed economico esso si faceva portatore di un programma di modernizzazione che, come ha dimostrato a suo tempo Raffaele Ciasca, aveva dietro di sé una lunga tradizione, le cui origini stavano nel liberismo degli economisti italiani della seconda metà del Settecento. Questo programma di riforme avrebbe preso, nel Programma azegliano del 1847, la sua forma definitiva, con la richiesta di larghe riforme civili (eguaglianza civile e fiscale, principio di legalità, moderata libertà di stampa), amministrative (consigli comunali e provinciali eletti per via popolare), giudiziarie (pubblicità dei dibattimenti, giudizi tramite giurie), economiche (sistema ferroviario nazionale, riduzione al minimo delle dogane, uniformità di monete, pesi e misure), scolastiche (miglioramento della formazione scolastica, educazione delle classi inferiori, uniformità dei sistemi universitari con reciproco riconoscimento dei titoli).

Si trattava, come si può vedere, di un ampio programma riformista di ispirazione liberale, che rappresentava – come scriveva D’Azeglio nel Programma – il «nuovo corso» del liberalismo italiano, moderatamente progressista, lontano ormai dalle pretese astratte e utopistiche e dai metodi cospiratori e rivoluzionari. È certamente degno di nota che lo scopo del Programma fosse proprio quello di far conoscere questo nuovo corso agli Europei, i quali avevano generalmente, sottolinea D’Azeglio, «un’idea inesatta delle cose nostre». Non si trattava solo di formare l’opinione pubblica italiana; si trattava anche di informare (e rassicurare) il gran tribunale dell’opinione pubblica europea, giacché la questione nazionale italiana era (e doveva diventare, sotto ogni profilo) una questione europea, riallacciandosi al cammino della civiltà moderna.

Ma le dinastie italiane, con la sola eccezione di quella piemontese, non si mostreranno all’altezza delle sfida riformista del liberalismo moderato, né sul piano delle riforme interne, né riguardo alla questione nazionale. Di qui l’inesorabile declino, dopo il 1848, del moderatismo come programma politico (anche se va ricordato che la soluzione confederale ricomparirà, persino con l’elemento neoguelfo della presidenza papale, negli accordi di Plombières). Rimaneva tuttavia in piedi – grazie soprattutto a Balbo e ai suoi scritti successivi al ’48 – il lascito teorico e culturale del moderatismo, ossia il riformismo come questione di forma e sostanza al tempo stesso, lo spirito di legalità, il legame tra questione nazionale e dimensione europea, la centralità della pubblica opinione, il rifiuto della strumentalizzazione della religione (o dell’irreligione) a fini politici, una concezione sobriamente realistica della politica (egualmente avversa al volontarismo politico astratto e al cinismo di chi negava ogni rilievo alla dimensione ideale nell’azione politica). Caratteristico del liberalismo moderato di Balbo sarebbe stata la preferenza per un sistema bipartitico all’inglese e il nesso – di sapore tocquevilliano – tra principi di libertà e fede religiosa. Temi che nella cultura politica italiana, anche liberale, sarebbero rimasti minoritari, a causa di ragioni storiche ben precise.

Prima di concludere, è necessario accennare, sia pure in modo sintetico e schematico, al dibattito interpretativo sul moderatismo. In buona sostanza, le diverse interpretazioni discendono dall’intreccio tra due criteri valutativi: il ruolo che viene accordato al cattolicesimo, ovvero al neo-guelfismo, nel determinare la natura politica del moderatismo e il giudizio che si dà sul rapporto di compatibilità o meno tra cattolicesimo e liberalismo. Gli interpreti che accentuano l’ispirazione cattolica del moderatismo e che considerano la dottrina cattolica difficilmente conciliabile con i principi del liberalismo ritengono che quello dei moderati, se di liberalismo si vuole parlare, fu un liberalismo «decurtato», insufficientemente moderno, sostanzialmente conservatore. Di qui l’inclusione e la valorizzazione, nel novero dei moderati, di Rosmini e dei cattolici toscani e l’esclusione di Cavour e Durando (che a differenza dei moderati, sarebbero degli autentici liberali). Si tratta della linea interpretativa che trova la sua espressione più netta e radicale in De Ruggiero e che è stata variamente ripresa e sfumata nella seconda metà del Novecento. Chi condivide la rilevanza dell’ispirazione religiosa, ma non la considera incompatibile con i principi liberali, considera invece il moderatismo l’embrione di un «altro» liberalismo, non insufficientemente ma diversamente moderno. Questa linea è ovviamente sostenuta da una parte della storiografia cattolica e trova una delle sue più articolate versioni in Passerin d’Entrèves. Vi sono interpreti, infine, che ridimensionano l’ispirazione cattolica del movimento moderato e lo riconnettono al riformismo e al razionalismo settecenteschi: anche in questo caso viene riconosciuto al moderatismo un ruolo essenzialmente liberale, ma vengono esclusi dal novero dei suoi esponenti personaggi come Rosmini e si sottolinea come il neoguelfismo sia una dottrina attribuibile solo a Gioberti. Si tratta della linea sostenuta da Ciasca e Salvatorelli, ai quali si debbono ricostruzioni articolate e documentate del moderatismo. Va infine ricordato come una delle prime sistemazioni critiche – quella di Francesco De Sanctis, che sottolineava l’ispirazione cattolica dei liberal-moderati e che considerava incompatibili il moderno liberalismo e la dottrina cattolica – non per questo negava la «funzione liberale» esercitata dai moderati (inclusi Rosmini e Gioberti) nella fase storica che va dagli anni Trenta al 1848. Diverso era il giudizio di De Sanctis sui tentativi di ripresa del moderatismo dopo l’unificazione e in particolare dopo il 1870: in questo caso, infatti, esso avrebbe costituito, a suo parere, il supporto di un partito conservatore e clericale.

Bibliografia

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