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Trasformismo

di Sandro Rogari

Il trasformismo è un fenomeno complesso della storia dell’Italia unita. Come tale è stato oggetto di interpretazioni contrastanti e talora del tutto antitetiche. Il dato di fondo da cui partire per comprendere le ragioni del suo dipanarsi in forme complesse e ricorrenti è la debolezza della costituzione unitaria italiana. Per motivi molteplici, essa non è stata superata nel primo cinquantennio unitario e si è riproposta nel secondo dopoguerra. I motivi di tale debolezza scaturiscono da diversi livelli. L’Italia unita è un paese le cui differenziazioni interne in termini sociali, culturali e linguistici sono profonde. Esse sono il retaggio di tradizioni storiche molto diverse. Nel lungo periodo lo spartiacque fra il centro nord della penisola, che partecipa dell’esperienza europea del comune, e il Mezzogiorno è preminente, con lo Stato Pontificio che opera come cesura. Infatti, la formazione di un ceto borghese commerciale e urbano prodotto dell’esperienza comunale viene a mancare nel Mezzogiorno nel quale il feudalesimo sopravvive fino a tempi assai più recenti, nelle sue strutture gerarchiche e nelle mentalità.

Ma non si tratta dell’unica frattura. Se quello sopra accennato è il tratto dominante della divisione fra nord e sud, anche nell’ambito del settentrione come del meridione della penisola le differenze sono profonde. Su di esse grava la divisione statuale plurisecolare e il diverso filtraggio del dominio delle potenze continentali, se vogliamo restare alla pura dimensione politica. Tuttavia, sarebbe un approccio riduttivo perché la configurazione dei contratti prevalenti nelle campagne, così complessa e molteplice da riprodurre nel microcosmo italiano l’intero universo europeo e superarlo quanto a varietà, ha avuto un impatto sociale di lunga durata. In essi, nella pianura padana, risiedono le radici della mentalità imprenditoriale che ha gettato le premesse del decollo industriale del nord. Mentre lo stesso contratto di mezzadria presente in prevalenza nel centro della penisola e in astratto rispondente a una tipologia simile, in Toscana come in Romagna come nelle Marche o nell’alto Lazio, ha avuto nella sua effettività differenze di non poco rilievo. La sua dissoluzione ha manifestato effetti diversi nelle molteplici aree interessate. Nel Mezzogiorno la diffusione di patti leonini di sfruttamento della forza lavoro ha esaltato nel tempo la rendita parassitaria.

Né va trascurato che l’arretratezza sociale italiana prodotta da scarso spirito riformatore nelle campagne ha favorito il diffondersi e il radicarsi di un movimento internazionalista di forte impronta eversiva. Anche quando il socialismo d’ispirazione gradualista prese le distanze da queste correnti, in modo peraltro tardivo negli anni Novanta del XIX secolo, esse rimasero sempre forti, presenti nel partito socialista oltre che nelle organizzazioni sindacali, e in grado di riconquistare il controllo del partito. Si configurarono quindi come una minaccia permanente alla stabilità politica e sociale.

Tuttavia, altre fratture profonde della storia italiana sono all’origine del fenomeno del trasformismo. Fra queste in primis il ruolo anti modernizzante della Chiesa romana. Essa ha operato prima per impedire l’unificazione politica della penisola che, se realizzata, avrebbe gettato le premesse in tempi ben più lontani della costruzione dell’amalgama nazionale. Poi, dopo l’unità subita, ha operato sul piano interno e internazionale per riconquistare le posizioni perdute, anche al prezzo della dissoluzione dell’unità nazionale da poco conquistata, e delegittimando il ceto politico unitario e la stessa idea di risorgimento nazionale. Dato il forte radicamento della cultura cattolica nella società italiana e l’influenza dell’autorità della Chiesa, soprattutto nelle campagne, questa lotta anti unitaria era un motivo forte di indebolimento dello Stato neonato e una minaccia anche di profilo internazionale che restò a lungo aperta e i cui esiti erano imprevedibili.

Nella realtà così complessa della penisola il ceto politico liberale fu costretto a operare come una «piramide rovesciata», per usare la celebre espressione di Ruggiero Bonghi. Ossia, invece di essere il terminale di un processo di decisione politica che scaturisse dal basso e risalisse i vertici del paese divenendo momento di sintesi condivisa, esso dovette operare con intento pedagogico attribuendosi il ruolo di costruzione dall’alto dell’amalgama nazionale. Fra gli strumenti usati a questo fine vi era in via prioritaria l’amministrazione dello Stato alla quale fu mantenuto un forte impianto centralistico. Furono in primis gli stessi esponenti della Destra meridionale, fra questi Spaventa, a opporsi a forme diverse di decentramento, sia politico, peraltro sconfitto definitivamente nel ’48, sia amministrativo secondo l’ipotesi di Minghetti. Infatti, essi temevano le spinte centrifughe che si manifestavano in diverse forme, anche estreme come la rivolta di Palermo, e che avrebbero minato l’unità nazionale nel contesto dell’autonomia. Inoltre, la corruzione nelle amministrazioni locali, spesso in preda a faide famigliari, consigliava di tenere saldo il controllo del governo centrale. D’altra parte, la soggezione dell’amministrazione tramite i prefetti garantiva poteri d’intervento diretti del ceto politico liberale sulla realtà locale. I principi classici della separazione fra politica e amministrazione, spesso proposti da esponenti della Destra sulla base dell’idealtipo britannico, non solo non erano rispettati, ma erano sostanzialmente elusi.

Fino dall’inizio della storia unitaria del paese fu, quindi, applicato il principio che l’unità sostanziale doveva essere realizzata dall’azione di un ceto politico liberale ristretto e elitario, unico possibile garante degli interessi generali dello Stato. Solo ad un’unità sostanziale compiuta, ossia quando l’amalgama politico, sociale e quello riflesso dalla reale e diffusa condivisione di valori unitari fosse stata raggiunta la piramide avrebbe potuto tornare nella sua giusta posizione; l’amministrazione avrebbe potuto recuperare l’autonomia dalla sfera politica e la dialettica politica avrebbe potuto articolarsi in una destra e in una sinistra legittimate a governare in situazione di alternanza.

La trasformazione dei partiti, ossia della Destra e della Sinistra costituzionali, subì quindi un’accelerazione dopo l’allargamento del suffragio nel 1882 del quale fu temuta la pericolosità perché permetteva l’accesso di una più ampia base sociale al voto politico. Il possibile assalto «alla diligenza» dei «nemici» dello Stato, a destra (cattolici intransigenti) come a sinistra (internazionalisti), concorse quindi alla trasformazione dei partiti come voluta da Depretis e Minghetti. Tuttavia, tale trasformazione se produsse il «grande centro» con le sue mobili possibilità di basculla a destra come a sinistra per formare la maggioranza, non lo fece divenire area esclusiva di legittimazione politica. Infatti, la Destra di Sella e la Sinistra di Cairoli, ossia di coloro che desideravano restasse ferma la «purezza» delle rispettive parti politiche, mantennero il loro profilo costituzionale. Lo stesso gruppo dei Pentarchi, che contestò duramente il trasformismo, non si pose mai fuori dell’arco della legittimazione politica. Anzi, i cinque leader furono qualificati come aspiranti presidenti del Consiglio e due di loro, Crispi e Zanardelli riuscirono a esaudire le loro aspettative, recependo e adattando ai tempi i metodi trasformistici di formazione delle maggioranze.

Va, infatti, sottolineato che il trasformismo non fu una invenzione politica imposta dall’allargamento del suffragio, anche se questo ne accelerò il processo e conferì a esso caratteristiche nuove. In realtà, la stessa Destra si pose il problema dell’amalgama territoriale del governo ed entrò in rapida crisi fino alla perdita del controllo del governo quando le elezioni politiche del 1874 dimostrarono che essa aveva perso ogni capacità di rappresentare i collegi meridionali. Proprio rispettando lo schema della piramide rovesciata, non era possibile che la costruzione dell’unità nazionale come il processo di elevazione politica e civile del paese fosse operato da una maggioranza che non era in grado di rappresentare il Mezzogiorno del paese. Nessun ceto politico avrebbe potuto governare né, nel tempo, detenere la maggioranza senza garantire la rappresentanza e realizzare quindi la mediazione degli interessi delle diverse aree territoriali della penisola. Questo, in conseguenza dell’arretratezza del Mezzogiorno e in virtù della prima ricordata dipendenza dell’amministrazione dalla politica, si tradusse nella ministerializzazione dei collegi meridionali.

Questo processo consolidò nel tempo la subalternità degli interessi del Mezzogiorno a quelli del Nord del paese: ciò avvenne in particolare a partire dall’avvio in grande stile della politica protezionistica con le tariffe dell’’87. Tuttavia, la ministerializzazione garantiva pur sempre gli interessi del Mezzogiorno, anche se quelli di natura più arretrata e talora post feudale, grazie alla rendita garantita dal dazio sul grano. Al contrario, l’assenza dalla maggioranza e dal governo della deputazione meridionale avrebbe gettato le premesse della rivolta e potenzialmente della rottura della debole unità nazionale. Dal momento che l’amalgama non esisteva alla base, esso doveva essere garantito al vertice, sia pure al prezzo di transazioni e mediazioni instabili e precarie.

Il trasformismo con le valenze sopra descritte dimostrò di avere il fiato corto con la crisi di fine secolo. In relazione all’avanzata in atto da decenni delle opposizioni extra costituzionali, cattolici intransigenti e sinistra di classe, erano venute maturando ipotesi di soluzioni funzionali alla stabilizzazione del sistema che il metodo trasformista ristretto all’area politica di tradizione risorgimentale non garantiva più. Le soluzioni proposte dal ceto politico liberale furono sostanzialmente due. La prima intendeva invertire il corso della parlamentarizzazione del sistema. Era un processo caldeggiato da un filone della dottrina costituzionalistica e da insigni esponenti della Destra, da Bonghi a Sonnino, che proponeva la blindatura istituzionale del sistema. La formazione del governo del re avrebbe sottratto al Parlamento il potere di fiducia riservandolo solo al sovrano, grazie ad una interpretazione letterale dello Statuto, e avrebbe impedito l’assalto al governo delle opposizioni anti-costituzionali, anche se forti nel paese e nella rappresentanza parlamentare. Si sarebbe trattato di una drastica liquidazione della prassi trasformista perché avrebbe tolto alle massime istituzioni, gabinetto del re in primis, il ruolo di mediazione politica in funzione dell’amalgama e della costruzione dell’unità nazionale che era stato fino ad allora l’obiettivo perseguito.

La seconda soluzione, che poi prevalse attorno all’asse politico Zanardelli-Giolitti, prospettò l’allargamento del metodo trasformista alle opposizioni, sia pure con valenze diverse. Verso il mondo cattolico, grazie alla svolta imposta dal nuovo pontefice Pio X, la politica dei governi liberali puntò alla conciliazione culturale e alla convergenza silenziosa fra le istituzioni, senza che queste assumessero il carattere della mediazione parlamentare in chiave trasformista. Ciò era fondato sul presupposto che, stante la linea pontificia, i cattolici non si sarebbero mai costituiti in via autonoma in partito politico. Il Patto Gentiloni fu l’approdo di una trasformazione del ceto politico liberale nel momento della prova del suffragio quasi universale maschile. Si trattò di una trasformazione alla base, nel consenso raccolto, e non al vertice, favorita dal processo di nazionalizzazione delle masse cattoliche che la grande guerra consolidò. La trasformazione per il ceto politico liberale era sostanziale perché, mentre per tradizione storica esso era stato espresso da un consenso avverso e in lotta con la Chiesa romana per la conquista dell’unità nazionale e la secolarizzazione della società civile, ora si trovava ad avere una rappresentanza parlamentare in prevalenza condizionata dal voto cattolico. Quando nel dopoguerra nacque il Partito popolare come forza politica deputata a dare una rappresentanza politica autonoma ai cattolici il ceto politico liberale subì la perdita del consenso e collassò.

Il trasformismo politico giolittiano perseguì, al contrario, l’obiettivo dell’amalgama al vertice della sinistra socialista, che si era costituita da tempo in partito politico autonomo. Il metodo trasformista rispondeva sempre al modello della piramide rovesciata, ossia al principio che l’integrazione politica si realizzava al vertice grazie al coinvolgimento nelle responsabilità di governo istituzionali in un processo guidato di costruzione dell’unità nazionale che doveva poi discendere alla base. Tuttavia, questo versante del trasformismo giolittiano fallì: sia perché la trasformazione parlamentare del gruppo socialista restò in mezzo al guado, con una effimera e incerta adesione alla maggioranza, ma senza raggiungere l’obiettivo primario dell’entrata nel governo della delegazione socialista; sia, soprattutto, perché mancò alla base la nazionalizzazione delle masse socialiste che avrebbe richiesto l’impegno e la mobilitazione dei quadri del partito presso i quali la componente riformista era strutturalmente debole.

La crisi del dopoguerra mise in crisi i fondamenti del trasformismo liberale. La perdita della rappresentanza del nord, ossia delle aree politicamente più pesanti e incisive del paese, profilò la crisi di dissoluzione del ceto politico liberale. La collaborazione, peraltro obbligata, con il Partito popolare non poteva essere ricondotta allo schema trasformista perché si era esaurita la capacità di mediazione territoriale del ceto politico liberale. Da qui l’emersione della soluzione estrema, autoritaria e violenta per la riconquista del nord.

Nel secondo dopoguerra la prassi trasformista si manifestò in forme nuove, ma ripropose una risposta possibile alla necessità permanente di una mediazione e integrazione politica nazionale. Nella Repubblica dei partiti la risposta non poteva più venire dalla trasformazione parlamentare delle maggioranze. Doveva essere un partito a giocare il ruolo di mediazione nazionale rispondendo alle nuove regole di sistema. La Democrazia cristiana era l’unico partito in grado di svolgere questo ruolo perché era fondata sul presupposto dell’unità dei cattolici e perché era l’unico ad avere una equilibrata e diffusa rappresentanza nazionale. Poteva rispondere quindi alla regola fondamentale della mediazione politica territoriale. D’altra parte, il presupposto dell’unità politica dei cattolici garantì la tenuta per più di quarant’anni a un partito d’integrazione di massa estremamente composito nella rappresentanza sociale e negli orientamenti politici. Queste caratteristiche peculiari della Dc che hanno garantito la governabilità del paese in un quadro di relativa stabilità permisero anche di perpetuare la soluzione trasformista che si manifestò nella politica d’allargamento delle maggioranze. Ferma la centralità della Dc, il partito d’ispirazione cattolica poteva realizzare alleanze a geometria variabile, ma prevalentemente orientate a sinistra secondo la logica riproposta della corresponsabilizzazione governativa delle opposizioni in funzione della loro legittimazione. Restava fermo il presupposto che era valso in età liberale, ossia che la trasformazione avveniva al vertice perché il processo si riverberasse alla base in un amalgama guidato. L’operazione riuscì in parte col Partito socialista, ma al prezzo del suo sostanziale svuotamento. Non riuscì col Partito comunista che dopo la breve stagione della solidarietà nazionale recuperò le sue posizioni di partito non legittimato ad assumere responsabilità di governo del paese. Nel biennio 1992-1994 la Dc perse, come il ceto politico liberale nel biennio 1919-1921, i presupposti della rappresentanza politica nazionale. Fu espulsa dai collegi elettorali del settentrione e vide frantumarsi il principio, ormai divenuto consunto, della unità politica dei cattolici.

Si aprì dunque una nuova lunga transizione nella quale le regole profonde della governabilità italiana si riproponevano. Ossia prevalevano nel governo del paese le alleanze, trasformate o meno, che garantissero la mediazione e l’amalgama territoriale con particolare riferimento agli interessi dei collegi settentrionali, salvo, al contrario, a mettere a repentaglio la stessa unità nazionale. Questo avveniva in un quadro nazionale nel quale i processi di legittimazione delle forze politiche diversamente collocate facevano passi avanti significativi, ma non risolutivi.

Bibliografia

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