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Salandrismo

di Fabio Grassi Orsini

Se Salandra è stato tutto sommato un personaggio sottovalutato, l’espressione «salandrismo» ha avuto un maggiore corso nella storiografia. È dubbio, tuttavia, che si possa parlare di un «sistema salandrino» allo stesso modo in cui si può fare nei confronti di un sistema giolittiano.

In realtà, lo statista pugliese fu un epigono della Destra storica e visse a lungo nell’ombra di Sonnino, di cui fu uno dei più autorevoli luogotenenti, seguendolo all’opposizione e al governo. Semmai Sonnino aveva creato se non un sistema, almeno un gruppo parlamentare che assicurò un’alternativa al potere giolittiano, dalla caduta di Crispi in poi. Ad esso egli aveva affiancato dai primi anni del Novecento un autorevole quotidiano, il «Giornale d’Italia», che fu un vero e proprio «giornale-partito». Salandra finì per ereditare il patrimonio politico del suo capo quando fu chiamato alla presidenza del Consiglio, nel marzo del 1914, in occasione di quella che sembrò una delle solite ritirate strategiche di Giolitti, ma si rivelò nei fatti essere una svolta che chiudeva un’epoca.

Salandra ebbe allora un momento di gloria (ma fu anche oggetto di dura contestazione) nel passaggio tra la neutralità e l’intervento, quando pur con una camera a maggioranza giolittiana, riuscì a imporre, sull’onda delle manifestazioni di piazza, la partecipazione dell’Italia al conflitto mondiale, tanto che si parlò di un «colpo di stato». In realtà, quelle manifestazioni non furono all’inizio di segno salandrino, ma lo divennero dopo le sue dimissioni, soprattutto in Puglia e nel Mezzogiorno, dove accanto all’entusiasmo patriottico scattò una «scintilla regionale» a favore di un presidente del consiglio meridionale. Giolitti, ispiratore di un’altra strategia – quella del «neutralismo relativo» – non ritenne opportuno inserirsi nella crisi causata dalle dimissioni di Salandra, lasciandogli il campo libero. In quel momento si creò quella contrapposizione tra neutralisti e interventisti che dividerà per lungo tempo la politica italiana. Malgrado l’entusiasmo che si manifestò durante le «radiose giornate», il periodo di popolarità di Salandra ebbe corta durata. Dopo la morte del ministro di Sangiuliano, la collaborazione governativa con Sonnino riprese a parti invertite. Sarà infatti quest’ultimo, dopo la caduta di Salandra e con la formazione del governo Boselli e, poi, di Orlando, a sopportare il peso della «diplomazia di guerra». Su di lui caddero le maggiori responsabilità per una pace che, aldilà dei risultati effettivi, grosso modo in linea con le rivendicazioni italiane al momento della stipulazione del Patto di Londra, salvo che la questione di Fiume, creò molti scontenti e permise ai nazionalisti di alimentare il mito negativo della «vittoria mutilata». Il declino di Sonnino avvantaggiò Salandra, meno compromesso del «barone di ferro» agli occhi dei nazionalisti, e gli consentì l’iniziativa di chiamare la Destra liberale e nazional-liberale a fare blocco contro i neutralisti, non tanto quelli che avevano seguito Giolitti, ma le sinistre massimaliste, accusate di disfattismo, che cavalcavano la protesta sociale nell’illusione di provocare una rivoluzione socialista. A Salandra riuscì a riportare alla Camera un discreto numero di parlamentari, poi confermato nelle elezioni del 1921 (gruppo liberal-democratico, poi, Liberale). Sembrò che nella crisi del governo Facta fosse tornata l’ora di Salandra ma – dinanzi alle divisioni dei vecchi leader liberali che non nutrivano simpatie nei suoi riguardi e all’abilità manovriera di Mussolini – l’occasione di tornare alla guida del governo sfumò e a Salandra toccò di ritornare nell’ombra, anche se continuò ad avere una certa influenza nella maggioranza che sosteneva il governo, in cui vi era una non indifferente pattuglia di suoi sostenitori, eletti, insieme a lui, nel «listone» del 1924.

Nel corso della crisi Facta, Salandra cercò di costituire una Destra Nazionale con l’apporto di liberali di destra, nazionalisti ed elementi fascisti più moderati, tentativo che fallì e dopo il quale egli insistette sul progetto, a lungo maturato e propagandato, di un «grande partito liberale», nel quale dovevano confluire le varie correnti in cui si era diviso il mondo liberale. Benché non riuscì nel suo intento di una «grande unificazione» dei liberali italiani, la costituzione del Pli nel congresso di Bologna del 1922, alla vigilia della marcia su Roma, non fu impresa da poco. Dopo l’omicidio Matteotti, i rapporti con il fascismo divennero critici e nello stesso suo partito la corrente che faceva a lui riferimento venne messa in minoranza da una maggioranza di centro e di sinistra liberale, che scelse di andare all’opposizione; alcuni suoi aderenti crearono, invece, una corrente e poi un «Partito liberal nazionale», che finì per confluire nel PNF. Benché egli, dopo il discorso mussoliniano del 3 gennaio 1925, avesse preso le distanze dal regime, non fu seguito da tutti i suoi seguaci: nella riunione del gruppo, soltanto 9 dichiararono di essere disposti a dare un voto contrario – altri continuarono ad appoggiare il regime, alcuni dei quali vennero, poi, premiati con un seggio al Senato – altri ancora, invece, presero una posizione antifascista. Per quanto lo riguarda, Salandra assunse da quel momento una posizione di distacco e di tacita disapprovazione, cercando di difendere il suo operato da chi lo denigrava, pubblicando le sue memorie. Fu nominato senatore nel 1928 e Federzoni nella commemorazione, rievocando la figura dell’uomo politico liberale ricordò con garbo la sua rottura con il fascismo:

Il distacco fra lui ed il Fascismo doveva avvenire ed avvenne; ma con mutuo rispetto e serena concordanza di quella che era stata la piena ed appassionata solidarietà nel volere, nel realizzare insieme la gloriosa impresa onde l’Italia era uscita rinovellata.

Furono questi gli ultimi anni, i più amari della sua vita, che egli trascorse lontano dalla politica attiva.

Salandra fu un grande giurista ed uno statista tra i più importanti della sua generazione; ebbe una sua visione del liberalismo e dell’Italia, cui consacrò la sua vita, ma non creò un sistema di potere a sua immagine. In cosa consiste allora il salandrismo, a meno che non gli si attribuisca una posizione di destra reazionaria il cui sbocco era necessariamente filofascista? Se lo si intendesse in questo senso, esso sarebbe una categoria politica peggiorativa rispetto alla «politica nazionale» di Salandra. Si tratterebbe, tuttavia, di un’interpretazione forzata e comunque non applicabile a Salandra, il cui liberalismo era sì conservatore, ma rispettoso dello stato di diritto coerentemente con la tradizione spaventiana e con le sue posizioni teoriche e politiche.

L’opposizione a Depretis, il suo appoggio a Crispi, la battaglia antigiolittiana dimostrano la sua coerente difesa di una linea di destra liberale, antitrasformista, non priva di durezza, ma che si sposava con la ricerca dell’interesse nazionale. Il che spiega anche il riavvicinamento a Giolitti, dopo la guerra di Libia. Lo statista pugliese era sostenitore di un governo «forte», a sfondo nazionalista, di solido impianto agrario, protezionista verso l’estero ed incentrato sull’iniziativa privata all’interno; separatista in politica ecclesiastica ma pronto a concessioni alla Chiesa in tema di divorzio e di insegnamento religioso. Egli considerava «fatale» l’antagonismo nei confronti del socialismo e riteneva fosse diritto della borghesia liberale resistergli.

Salandra venne ai suoi tempi considerato da alcuni ambienti fascisti come un «precursore», un «annunciatore della rivoluzione nazionale», mentre alcuni storici liberali, valorizzando il suo distacco dal fascismo lo hanno ritenuto «un superstite della destra storica che neppure poteva concepire il rivolgimento di quei rozzi tempi». Salandra, come egli stesso si definì, non fu «un conservatore con gli occhi bendati». Egli non fu il solo ad illudersi che Mussolini avrebbe raddrizzato la barca dello stato, ricorrendo alle maniere forti, senza, però, mettere in discussione lo Statuto, anche se tardivamente aprì gli occhi nei confronti della natura del fascismo. Ma si deve riconoscere che la sua condanna del regime fu coerente con il suo passato.

Sotto la categoria del «salandrismo» inteso nel significato di liberalismo reazionario potrebbero essere collocati quei suoi seguaci che seguirono fino in fondo una deriva filo fascista e che si staccarono da lui dopo il 1925, ma che lo avevano sostenuto nella sua battaglia contro la «dittatura parlamentare» di Giolitti, nella scelta dell’intervento e che presero una posizione di fiancheggiamento del fascismo per eccesso di patriottismo e malintesa autodifesa contro il rivoluzionarismo delle sinistre. Non condivisero poi l’analisi sulla svolta totalitaria di Mussolini, elaborata dall’anziano statista pugliese, rappresentando la parte più «rispettabile» del regime. Nello stesso tempo, si devono ricordare quei sostenitori di Salandra o che avevano militato nella destra liberale che presero posizioni antifasciste come Luigi Albertini, Alberto Bergamini, Bortolo Belotti, Alessandro Casati, Alberto Giovannini e altri ancora.

In conclusione: una cosa è Salandra e la sua biografia, che aspetta ancora uno storico che la voglia scrivere, e altra cosa sono i «salandrini». Meriterebbe, tuttavia, di essere studiata anche quella parte di classe politica che era formata dai seguaci di Salandra, non solo nei rispetti del fascismo, ma di tutto l’arco della loro esperienza politica.

Bibliografia

Bignardi A., Introduzione ai discorsi parlamentari di Salandra,in A. Salandra, Discorsi Parlamentari,Stabilimenti tipografici Colombo, Roma 1969; Galizzi V., Giolitti e Salandra,Laterza, Bari 1949; Monticone A., Sonnino e Salandra verso la decisione,Firenze 1957; Rizzo M.M., Per la storia dei ceti dirigenti tra Ottocento e novecento,Congedo, Galatina 2000; Salandra A., La politica nazionale e il Partito liberale,Treves, Milano 1912; Id., Il diario di Salandra, a cura di G.B Gifuni, Pan, Milano 1969; Vigezzi B., Da Giolitti a Salandra, Vallecchi, Firenze 1969.

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