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Reducismo

di Filippo Masina

La Prima guerra mondiale non fu soltanto un’immensa carneficina che sconvolse l’Europa sul piano politico, economico e sociale; fu anche uno straordinario veicolo di mutamento culturale e politico, con cui l’intero continente dovette fare i conti [Leed 1985; Mosse 1991]. Una necessità innanzitutto delle forze politiche già presenti, le quali dovettero adattare la propria proposta all’attesa di cambiamento radicale generato dalla guerra. Questa stessa massiccia volontà di cambiamento rientra in quella più ampia categoria conosciuta come reducismo: ovvero l’insieme dei sentimenti, delle mentalità, delle rivendicazioni – morali, economiche, sociali e politiche – dei combattenti.

Nel primo dopoguerra, i combattenti italiani si raccolsero attorno a due grandi associazioni: l’Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra (Anmig), fondata nel novembre del 1917 (dunque durante il conflitto), e l’Associazione nazionale combattenti (Anc), nata all’inizio del ’19. Queste due associazioni avevano scopi di vario tipo: morali, per ottenere dalla società e dalle istituzioni quel riconoscimento verso i sacrifici sopportati per il bene dell’intero paese; sindacali, per tutelare gli interessi concreti – economici e lavorativi – dei reduci presso le istituzioni; infine quello più naturalmente associative, per favorire la socializzazione tra ex combattenti, la condivisione delle esperienze, il mantenimento della memoria: in altre parole, quegli elementi che consentono ai reduci di definirsi «comunità» [Bistarelli 2007, pp. 63-65].

Sul piano più prettamente politico, essi non si aggregarono mai in un unico polo; piuttosto si dispersero nei vari partiti esistenti, pur rivendicando sempre la propria peculiare identità di combattenti. Ciò implica che, diversamente da quanto si è a lungo sostenuto sul piano storiografico, essi non rappresentarono l’essenziale base di reclutamento del fascismo, verso il quale ebbero al contrario un atteggiamento piuttosto freddo almeno fino al 1921 [Sabbatucci 1974, p. 359; Id. 1980, pp. 20-23]. L’opportunità di creare o meno un vero e proprio partito che avesse come fondamento imprescindibile l’identità combattentistica fu comunque uno dei punti su cui più dibatté – e si lacerò – la comunità reducistica italiana in quegli anni.

Sul piano ideologico, questa può essere divisa in due tronconi principali: il combattentismo democratico e quello nazionalista. Il primo fu molto forte durante e immediatamente dopo il conflitto, sull’onda anche del montante wilsonismo; il secondo prese via via il sopravvento a causa sia del calo di popolarità del presidente americano in occasione della conferenza di pace, sia dell’avventura fiumana, che vide la maggioranza dei reduci schierarsi in favore dell’azione di D’Annunzio. Le due correnti avevano degli elementi in comune: entrambe disprezzavano infatti la storia dell’Italia pre-bellica, e vedevano nella guerra l’occasione per forgiare un «uomo nuovo». Ciò in cui differivano erano i mezzi attraverso cui realizzare questa rigenerazione: i democratici identificavano infatti il «medium» nel contadino, supposto portatore di valori incontaminati, che attraverso l’esperienza bellica si sarebbe trasformato finalmente in cittadino responsabile, in grado di dire la sua in quella comunità nazionale da cui era stato fino a quel momento escluso. Si volevano dunque coniugare nazione e democrazia. Viceversa i nazionalisti, nella condivisa ostilità verso lo stato liberale e i suoi strumenti, ritenevano ci si dovesse sbarazzare anche delle strutture stesse della democrazia parlamentare. Queste due diverse anime furono in perenne contrasto in seno alla comunità combattentistica, generando attriti e scissioni che impedirono un’azione unitaria.

L’opportunità di costituire o meno un «partito dei reduci» fu da subito al centro del dibattito interno all’Anc, fin dal suo primo congresso nazionale, nel giugno del 1919. I toni della proposta ricalcavano molti dei temi presenti sulla stampa di trincea durante la guerra, ispirate dal wilsonismo e dunque di marca prettamente «democratica». La proposta di creare un soggetto politico autonomo fu respinta dal congresso, ma nondimeno suscitò un certo interesse tra gli associati. Un interesse che fu ben compreso da Gaetano Salvemini, intellettuale che vedeva proprio nei combattenti, con la loro sete di cambiamento, il soggetto ideale per promuovere un movimento di massa per riformare lo stato liberale.

Salvemini aveva fatto parte, dopo Caporetto, dell’Ufficio Propaganda: era dunque stato a stretto contatto coi combattenti, recependone l’ansia di cambiamento, e tra loro contribuì a propagare quelle idee «wilsoniane» che costituiranno dopo la guerra una delle colonne ideologiche del combattentismo italiano. Lo storico pugliese, all’indomani del conflitto, cercò di radunare le forze dell’interventismo democratico italiano nella Lega Democratica per il Rinnovamento della Politica Nazionale, movimento nato nell’aprile del 1919 che si prefiggeva di raccogliere in un unico blocco i fermenti culturali che gravitavano attorno alla rivista diretta da lui stesso, «Unità», e ad altre testate ideologicamente affini: «Energie nuove» (diretta da Pietro Gobetti), «Vita», «La voce dei popoli», «Volontà», «Vita fraterna», alcune delle quali espressione del combattentismo italiano. La Lega fu il tentativo di passaggio dalle riviste di cultura a un movimento politico democratico, e si configurò come una sorta di «partito degli intellettuali» (anche se partito non fu mai, né voleva esserlo). Due erano i gruppi egemoni all’interno della Lega: quello dell’«Unità» di Salvemini e quello dei giovani combattenti di «Volontà». Anche in questo caso, i due blocchi si trovarono spesso su versanti diversi, se non contrapposti, sul piano sia ideologico che strategico, e ciò fu un fattore di forte indebolimento per la Lega. La componente legata a «Volontà», ancorata all’esperienza della mobilitazione bellica, auspicava infatti a essere strumento pedagogico, per formare nelle masse un’autentica coscienza nazionale; mentre quella «unitaria», che ruotava evidentemente intorno a Salvemini, riteneva che essa dovesse rimanere un movimento culturale in grado di promuovere il cambiamento, legata alla natura di rivista di studio e cultura militante che era l’«Unità». Il suo fine era quello di creare attorno a sé (e agli altri organi di stampa collegati) un movimento d’opinione, e da qui una nuova classe dirigente, in grado di assumere il governo del paese nel giro di 10 anni.

Riguardo la sua linea politica, la Lega esprimeva la critica – tipicamente liberale – della teoria della rappresentanza, della prassi giolittiana e del nazionalismo. Polemizzava altresì col partito socialista, ritenuto incapace di rappresentare gli interessi delle masse contadine e della piccola borghesia democratica oltre a quelli del proletariato di fabbrica; rifiutava pertanto qualunque idea di «rivoluzione», ritenendo inapplicabile il bolscevismo alla realtà italiana e temendo piuttosto che un’eversione di massa potesse solo dare il destro a una brutale «controrivoluzione». La Lega elaborò una teoria di «federalismo sociale» per superare il centralismo e il pesante burocraticismo dello stato unitario, affiancata da una radicale riforma della pubblica amministrazione. Sul piano economico proponeva un sistema «misto con elementi di autogestione o di gestione manageriale dei pubblici servizi». Si batté infine per il suffragio universale.

Qual era la consistenza di questo movimento? I soci erano circa 400, tutti intellettuali in grado di avere una forte influenza su un gran numero di persone, e tuttavia privi di autentici legami con le masse. La loro distribuzione era effettivamente nazionale, essendo provenienti da quasi tutte le aree d’Italia, con le eccezione di Marche, Abruzzo-Molise, Sardegna e Sudtirolo. I simpatizzanti possono essere conteggiati nell’ordine delle migliaia, dato che la sola «Unità» aveva circa 2000 abbonati, a cui andrebbero aggiunti i lettori delle altre riviste di riferimento. La questione se la Lega dovesse o meno trasformarsi in un partito vero e proprio rappresentò, anche qui, motivo di divisione interna, rivelandone la disomogeneità delle componenti e le loro diverse finalità politiche. Sia la componente «unitaria» che quella di «Volontà» erano prevalentemente contrarie a questa ipotesi, che riceveva però un certo favore da un buon numero di lettori delle due riviste (e dunque soci o simpatizzanti della Lega stessa), specie dai più giovani. Più possibilista in proposito si rivelò il blocco facente capo all’«Unità» [Grassi Orsini 1996].

La Lega sperava di poter contare sulla grande tensione al cambiamento proveniente dai combattenti, coi quali cercò fin dalla sua fondazione di realizzare azioni in comune, date anche le affinità culturali e ideologiche con la loro componente «democratica». D’altronde lo stesso Salvemini era in un certo senso il leader «predestinato» dei wilsoniani nel dopoguerra, e la stessa Lega appare come un tentativo palese di proseguire l’attività di educazione e propaganda operata dagli interventisti democratici nelle trincee. Così, la Lega cercò di raggiungere un accordo elettorale con l’Anc in vista delle elezioni legislative del ’19, repentinamente convocate in seguito agli avvenimenti fiumani. Ciò impedì di stringere un’intesa su vasta scala con l’Anc, dalla quale peraltro la Lega ricevette una risposta piuttosto tiepida. Non furono formate liste composte unicamente da rappresentanti della Lega, piuttosto vennero sostenuti singoli candidati appartenenti ad altri partiti in base a rigidi accordi programmatici. Il vero obiettivo si rivelò essere quello di ottenere l’elezione di Salvemini, De Viti De Marco e Giretti, contando che in seguito si sarebbe formato attorno a essi un gruppo parlamentare di ispirazione liberista (medesima operazione già tentata, senza successo, nel 1913). I combattenti, in definitiva, finirono per presentarsi frazionati, senza proporre all’elettorato un punto di riferimento unitario, accentuando per di più la già presente tendenza al localismo.

Le premesse non erano positive, e difatti i risultati furono deludenti: gli eletti espressione del combattentismo furono 50, di cui 21 in liste composte da soli combattenti – per questo dette «intransigenti» –, i restanti in liste concordate con altri soggetti politici. Gli esiti non furono uniformi su tutto il territorio nazionale, tutt’altro: molto deludenti al centro-nord, coi candidati combattenti presenti in appena 17 circoscrizioni su 30 e soli 16 eletti, di cui sei di liste «intransigenti»; decisamente più incoraggianti nel Meridione e nelle isole, dove furono eletti i restanti 34 deputati (15 in liste «pure»), con risultati notevoli in alcuni capoluoghi: 24,9 per cento a Cagliari, 23,5 a Cosenza, 22,1 a Sassari, 21 a L’Aquila, 19,7 a Bari.

A questo punto, il passo successivo auspicato sia dall’ANC che dalla Lega era la costituzione di un gruppo parlamentare costituito da parlamentari reduci, per poi procedere successivamente alla creazione di un vero e proprio partito. Il drappello degli eletti prese la denominazione – proposta da Salvemini ed Ettore Janni – di «Gruppo del Rinnovamento», ricevendo l’adesione di quasi tutti gli eletti «intransigenti» (sei scelsero però altri gruppi) ma scarso apporto di quelli provenienti da liste apparentate: solo cinque su 29. Richieste di far parte del gruppo giunsero comunque da altre liste, e sei di esse (tra cui quella di De Viti De Marco) furono accolte. Il programma del «Rinnovamento» era di forte impronta salveminiana e constava di due parti: politica interna ed estera. Sul piano interno riprendeva fedelmente quello redatto dallo stesso Salvemini per la lista pugliese, e aveva dunque un forte carattere meridionalista e liberista. Molto più complesso fu trovare una sintesi accettabile sulla politica estera, dove più forte era il contrasto tra la componente democratica e quella nazionalista; e difatti si dovette scendere a un compromesso: per la risoluzione della questione adriatica si faceva riferimento al patto di Londra, ma nel programma le pretese italiane si dovevano limitare alla sola Fiume, senza alcun riferimento alla Dalmazia. Sembrava inoltre che si stesse andando verso un superamento della «pregiudiziale combattentistica», poiché auspicando la formazione del nuovo partito si lasciava aperta la porta a quanti ne accettavano il programma, reduci o meno che fossero.

I due soggetti politici su cui doveva essere edificato questo partito politico erano dunque il gruppo parlamentare del «Rinnovamento» e l’Anc; era pertanto necessario stabilire uno stretto collegamento tra queste due entità. Si giunse per questo a un accordo esplicito che sostanzialmente subordinava l’attività del gruppo parlamentare all’associazione, la quale vagliava anche l’eventuale ingresso di nuovi componenti. In seguito, nell’aprile del 1920, l’Anc indì un referendum interno sull’opportunità di formare sezioni locali del nuovo partito, denominato «Rinnovamento Nazionale», il cui scopo sarebbe stato quello di attuare in campo politico gli scopi dell’associazione. La risposta dei combattenti fu largamente affermativa. Il comitato centrale dell’Anc provvide quindi a nominare una commissione mista (composta da sei membri dell’associazione e tre del gruppo parlamentare) per procedere alla costituzione del nuovo partito.

È dunque evidente il tentativo dell’Anc di riproporsi come soggetto centrale nel processo di formazione del nuovo soggetto politico, nel tentativo di controllare un processo innescatosi autonomamente all’indomani delle elezioni. A riprova ve n’era non soltanto la costituzione del «Gruppo del Rinnovamento», ma anche altre iniziative tra cui spiccava quella di un giovane combattente sardo, Camillo Bellieni, il quale reputava troppo elitarie le posizioni della Lega, e invitava Salvemini a rompere le ambiguità e le incertezze che ne avevano caratterizzato l’azione. La sua iniziativa aveva essenzialmente tre obiettivi: creare in Sardegna un apposito partito, denominato Partito sardo d’azione, sull’onda del successo ottenuto alle locali elezioni dai combattenti; organizzare a livello nazionale le frammentate forze del combattentismo democratico; far sì che dall’esperienza dell’Anc potesse nascere un partito di massa, capace di incarnare gli ideali democratici e anti-nazionalisti di quella porzione del combattentismo. Anche in Abruzzo (grazie all’iniziativa di Janni) e in altre regioni meridionali si ebbero progetti consimili.

Nel gennaio del 1920 «Unità» e «Volontà» convocarono un congresso della Lega per cercare di ricomporre le differenze che ne stavano ostacolando l’attività e lo sviluppo. Il convegno si svolse effettivamente solo in giugno, a testimonianza del complicato rapporto che si era instaurato tra le due anime del raggruppamento salveminiano. Nonostante le incomprensioni e le polemiche (in particolare sulla questione di Fiume, irrisolvibile casus belli tra democratici e nazionalisti), a prevalere fu la voglia di costituire il partito: a tal fine furono creati i «Gruppi di rinnovamento politico», nuclei promotori del nuovo organismo, coordinati da apposita commissione esecutiva. La loro vicenda fu alquanto velleitaria, finendo di fatto fagocitati dall’esito del referendum indetto dall’Anc, che portava l’iniziativa della creazione del partito nelle mani dell’associazione. In ogni caso, essi affiancarono il comitato dell’Anc (essenzialmente grazie a Bellieni, presente in ambo gli organismi) e furono rappresentati al congresso costitutivo del nuovo partito, nell’agosto del ’20.

Qui, però, gli eventi precipitarono: Salvemini, messo in minoranza dalla componente nazionalista, abbandonò il consesso insieme coi rappresentanti di Bari e dei «gruppi d’azione». Si consumava così la rottura definitiva tra l’intellettuale pugliese e i combattenti. Il movimento reducista italiano si stava spostando sempre più su posizioni nazionaliste, e a confermarlo intervenne pochi giorni dopo il secondo congresso nazionale dell’Anc, che con la scissione interna sancì il fallimento del Partito del rinnovamento e, più in generale, quello della corrente democratica in seno al movimento combattentistico. L’associazione, nata poco più di un anno prima, finiva frammentata in tre tronconi: quello di Bellieni e del Partito sardo d’azione, più la secessione delle sezioni settentrionali e di quelle molisane e pugliesi [Quagliariello 1996]. La situazione divenne ancora più caotica nel giugno del 1921, quando un nuovo convegno convocato a Roma da una delle correnti scissionistiche dichiarò ricostituita l’Anc: a quel punto vi erano due associazioni, tra le quali si scatenò una durissima guerra combattuta a suon di lettere sui giornali e scambi di accuse. Il fascismo provvide poi a «normalizzare» l’associazione, anche se dopo il delitto Matteotti essa si ritrovò – «suo malgrado», scrive Sabbatucci [Sabbatucci 1980, p. 23] – all’opposizione, nell’insospettata compagnia dei vecchi notabili liberali.

Nel secondo dopoguerra, la frammentazione del movimento combattentistico italiano sarà ancora più evidente. All’Anmig e all’Anc si affiancheranno infatti qualche altra decina di associazioni, alcune più grandi, altre minuscole. La stessa Anc si trasformerà, fondendosi nel 1947 con la neonata – nel ’44 – Associazione nazionale reduci (A), rivolta ai soli ex prigionieri e internati, dando vita all’Ancr. Per la cronaca, dai «dissidenti» dell’Anr contrari alla fusione nacque l’Associazione nazionale reduci dalla prigionia (Anrp). Furono fondate associazioni rivolte specificamente ai reduci di Russia, d’Africa o dell’Egeo, agli ex Internati militari italiani (Imi), ai combattenti di specifici battaglioni, reggimenti o divisioni, più i vari «doppioni» frutto delle inevitabili scissioni. Oltre a tutto questo, vanno segnalate le associazioni dei combattenti saloini, almeno due. Questo frazionamento fu il frutto più evidente della «pluralità dei ritorni» [Labanca 2000, p. XXIX] che forgiò specifiche identità di combattente in base alle relative esperienze di guerra e/o prigionia. Troppo diversi erano stati i teatri bellici, i nemici contro cui si era combattuto, le modalità del rientro perché i reduci potessero, a guerra finita, rispecchiarsi in un’unica identità, e di conseguenza accettassero di essere rappresentati da un unico soggetto. Esattamente all’opposto, invece, la tendenza fu quella a valorizzare la propria esperienza, marcando le differenze rispetto agli «altri» e rivendicando le diversità piuttosto che i punti in comune, benché ci si dicesse tutti affratellati – repubblichini esclusi – da quell’esperienza straordinaria e dolorosissima che era stata la guerra.

Sul piano politico, anche nel secondo dopoguerra uno dei punti di più acceso dibattito all’interno della ora molto variegata comunità combattentistica fu l’eventuale creazione di un «partito dei reduci» che potesse promuovere e difendere direttamente nell’agone politico gli interessi della categoria. Non c’era, nemmeno ora, quella tendenza all’estremismo – in particolare di destra, ma anche di sinistra – che molti hanno attribuito, quasi come fosse congenita, alla categoria reducistica: piuttosto in essa era decisamente preponderante il rifiuto degli «ideali» e dell’esperienza fascista, il cui fallimento aveva sperimentato sulla propria pelle. Vi era una quasi totale accettazione del nuovo corso democratico-repubblicano, pur con le fortissime critiche mosse alla vita politica del paese, accusata di essere caotica e di avere effetti disgreganti sulla società italiana, in quanto l’identità ideologica tendeva a prevalere su quella nazionale provocando conflitti politici profondi che frenavano la ricostruzione morale e materiale del paese. Come già nel primo dopoguerra, i reduci chiedevano che si mettessero al primo posto gli interessi nazionali, non quelli di una specifica fazione; e ritenevano di essere proprio loro a incarnare quei valori che avrebbero potuto pacificare lo scenario politico e sociale italiano e portare alla rinascita del paese: dirittura morale, moderatismo ideologico, un patriottismo scevro da tendenze nazionaliste.

Tutto questo, però, non si tradusse quasi mai in iniziative direttamente politiche, e comunque mai su larga scala, capaci cioè di coinvolgere l’intera comunità combattentistica. Nei primissimi anni del dopoguerra era infatti molto diffuso un forte sentimento di antipolitica, per cui di politica – e men che meno di partiti – non si voleva sentir parlare. Ma dinanzi allo scarso peso delle associazioni, spesso incapaci di rappresentare efficacemente presso le istituzioni (e i partiti) le rivendicazioni morali e materiali dei combattenti, alcuni cominciarono a chiedersi se non fosse il caso di cambiare atteggiamento impegnandosi in maniera più diretta, anche con la creazione di uno specifico soggetto politico. Ma nell’Italia post-fascista l’iniziativa politica era tutta nelle mani dei partiti, i quali – contrariamente al primo dopoguerra – ebbero cura di inserirsi direttamente nelle associazioni (quelle principali almeno, innanzitutto l’Ancr), lottizzando le posizioni dirigenziali e di fatto usandole per i propri scopi. A queste condizioni, qualunque progetto direttamente politico delle associazioni era irrealizzabile. L’unico tentativo rilevante fu l’Unione combattenti italiani (Uci) del maresciallo Giovanni Messe, associazione creata nel 1953 col malcelato scopo di tramutarsi in un vero e proprio partito politico (di tendenze decisamente conservatrici e filomonarchiche), come attesta il giornale «Bandiera d’Italia». L’Uci si presentò alle elezioni del 1958, apparentata con l’Uomo qualunque e il Partito monarchico popolare di Achille Lauro: il modestissimo risultato (3 per cento) segnò la fine della parabola politica del maresciallo, e il fallimento dell’unico partito fondato – almeno in teoria – sull’identità combattentistica.

Bibliografia

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Fonti giornalistiche

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