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Politica estera (1915-1921)

di Fabio Grassi Orsini

L’aggressione dell’Austria alla Serbia, giustificata dal rifiuto dell’ultimatum di Vienna, dopo l’attentato di Sarajevo, forniva l’occasione, al ministro degli Esteri Di Sangiuliano (3 agosto 1914), per dichiarare la neutralità italiana nei confronti del conflitto, non essendosi realizzate le condizioni che avrebbero comportato un intervento automatico a difesa dell’alleato austriaco se fosse stato attaccato. Del resto, la Triplice Alleanza non era più funzionale agli interessi italiani dal momento dell’annessione della Bosnia Erzegovina senza compensi territoriali e della guerra di Libia, verso la quale gli imperi centrali dimostrarono freddezza. Il mondo liberale si venne a trovare diviso nel periodo della neutralità tra due linee contrapposte: quella del «parecchio» giolittiano e quella del «sacro egoismo» di Salandra: la prima mirava a ottenere la retrocessione dall’Austria delle province italofone (Trento, Trieste e la Venezia Giulia) che avrebbe comportato il compimento dell’unità, come prezzo della neutralità, assicurando all’Italia il raggiungimento di una frontiera sicura, senza spargimento di sangue; l’altra riteneva che non fosse possibile ottenere queste concessioni senza una guerra contro l’Austria. Durante la neutralità, all’interno dello stesso governo emersero linee diverse: Di San Giuliano si attenne a una estrema cautela condividendo le stesse riserve di Giolitti sulla scarsa preparazione militare e sulle conseguenze sociali che l’impegno bellico avrebbe avuto. Egli considerava anche i rischi per l’integrità territoriale in caso di vittoria degli imperi centrali. D’altra parte, l’Austria si rifiutò di prendere in considerazione l’ipotesi di compensi, previsti dall’art. VII del trattato della Triplice in caso di ingrandimenti, dichiarando di non volere acquisti territoriali ai danni della Serbia e che le occupazioni di suolo serbo erano temporanee.

Dopo una doppia trattativa con l’Austria, da una parte, e l’Intesa, dall’altra, fu chiaro che Vienna non avrebbe ceduto il Trentino (e non Trieste) se non dopo la conclusione di una guerra vittoriosa, mentre ben altre prospettive si aprirono nei negoziati con gli anglo-francesi, che porteranno al Patto di Londra, firmato da E. Grey per l’Inghilterra, dall’ambasciatore Imperiali e dagli ambasciatori francese e russo a Londra. Il Patto di Londra prendeva in considerazione le ragionevoli richieste italiane sia nei riguardi di Trieste e della frontiera orientale che delle rivendicazioni coloniali, anche se – come osservava Imperiali – vi era forse «troppa Dalmazia» ed erano stati un po’ trascurati gli «interessi coloniali» (Turchia ed Africa). Occorre tener conto che quando veniva stipulato il Patto di Londra non si pensava a un crollo dell’impero austro-ungarico e, quindi, non era immaginabile poter inserire anche Fiume nei claims italiani. L’intervento in guerra determinò una profonda divisione nell’opinione pubblica tra interventisti e neutralisti dislocando le forze politiche su linee che non correvano più sul crinale dei vecchi cleavages, che avevano diviso il paese sino all’età giolittiana. La più grave rottura si dovette registrare all’interno del mondo liberale tra la strategia ispirata a un «neutralismo relativo» di Giolitti e quella della scelta interventista di Salandra. Si è sostenuto non senza ragione che nelle «radiose giornate» del maggio del 1915, la «piazza» prevalse sul Parlamento, dove teoricamente esisteva sulla carta una maggioranza giolittiana, anche se un gran numero di deputati legati allo statista piemontese, pur non intendendo rompere con lui, fecero una scelta a favore della guerra. Si è parlato di un «colpo di stato» del re che dichiarò la guerra senza tener conto degli orientamenti della maggioranza, ma questa decisione fu conforme al carattere del sovrano che era convinto – come dimostrò in altre occasioni – di dover privilegiare la volontà dell’opinione pubblica rispetto agli equilibri parlamentari. Non a caso, anche se senza risultati, nel dopoguerra fu posto all’ordine del giorno la limitazione dei poteri sovrani ex art. 5 e si aprì una polemica sulla cosiddetta «diplomazia segreta» (che trovò in parte consenziente lo stesso Giolitti). Ma ritornando alla crisi dell’intervento, occorre osservare che anche all’interno della diplomazia si riprodussero le stesse fratture che si erano determinate nei circoli politici: basti pensare alle posizioni irriducibilmente tripliciste del duca Avarna, ambasciatore a Vienna e a quelle neutraliste di Bollati, nostro rappresentante a Berlino, posizioni al limite dell’insubordinazione, e a quelle interventiste di Carlotti a San Pietroburgo e Macchi di Cellere a Washington; mentre il marchese Imperiali, il negoziatore del Patto di Londra, già vicino a Giolitti, che lo aveva fatto nominare senatore, inizialmente molto cauto si convertì alla causa dell’intervento per ragioni patriottiche, convintosi che l’ingresso nel conflitto fosse nell’interesse nazionale.

Durante la guerra, e soprattutto dopo Caporetto, non mancarono i contrasti tra l’Italia e gli alleati, che si manifestarono drammaticamente alla conferenza di Peschiera, quando grazie all’intervento di Vittorio Emanuele III, gli alleati si convinsero a sostenere il fronte italiano e ad appoggiare il riarmo dell’esercito e dell’aeronautica duramente colpiti nella ritirata. Benché l’Italia avesse saputo dare una grande prova di tenuta sotto la guida di V.E. Orlando e lo sfondamento del fronte austriaco fu determinante per la vittoria finale, uscendo fortemente indebolita dalla guerra, si deve rilevare che gli alleati non vollero riconoscere il prezzo pagato dall’Italia in termini di uomini e di risorse, comportandosi in modo sprezzante nei confronti della delegazione italiana a Versailles. Non si può dire, tuttavia, che l’Italia abbia perduto al tavolo verde di Versailles ciò che aveva conquistato sul terreno di battaglia. Gli italiani, che avevano creduto nel wilsonismo tanto da farne un mito, trovarono nel presidente americano il maggiore ostacolo dinanzi alle richieste di un riaggiustamento della linea di frontiera che includesse Fiume. Si è sostenuto che la sconfitta diplomatica del governo Orlando-Sonnino fu dovuta alla «linea imperialistica» del ministro degli Esteri italiano e all’imperizia dimostrata nel negoziato dal «presidente della vittoria», presentato come un leguleio provinciale piagnucoloso, irresoluto, che essendo privo di esperienza internazionale e di conoscenza delle lingue, faceva ricorso a inefficaci artifici retorici. Non si sa se le richieste di Sonnino potessero essere contrassegnate da uno spirito più imperialista di quelle imposte con il diktat alla Germania da Clemenceau e non è certo possibile affermare che l’assetto europeo e quello mediorientale rispondessero ai canoni del principio di nazionalità e dell’autodeterminazione dei popoli. La sistemazione balcanica e la creazione della «grande Jugoslavia», così come l’umiliazione della Germania non furono, poi, così lungimiranti, come del resto aveva previsto Nitti, cui toccò di firmare il trattato di pace con la Germania, il quale fu sempre critico dell’assetto europeo uscito da Versailles.

Forse la condotta diplomatica italiana non tenne in dovuto conto il nuovo equilibrio di potere uscito dalla guerra. Orlando, molto più flessibile del suo ministro degli Esteri e che parlava un buon francese, non era così sprovvisto di doti di negoziatore, come affermato dagli storici inglesi e francesi. Alla luce dei documenti diplomatici italiani e del diario di Imperiali, recentemente pubblicato, si può ricostruire quanto, invece, le incomprensioni dipesero dall’atteggiamento pregiudizialmente favorevole agli jugoslavi di Wilson, dal malvolere del presidente del consiglio francese e dallo scarso appoggio di Lloyd George alle tesi italiane, che determinarono l’impasse sulla frontiera orientale. Si deve ritenere, tuttavia, un azzardo quello di lasciare il tavolo delle trattative e un suicidio politico da parte di Orlando porre la questione di fiducia.

Al momento in cui Orlando lasciò il tavolo delle trattative l’acquis del patto di Londra, nonostante le minacce di non volerne tener conto nel momento più critico delle trattative, non poteva essere messo in discussione e sarebbe stato già un risultato sufficiente per dire che gli obiettivi di guerra italiani si potevano ritenere soddisfatti. Di qui l’infondatezza della leggenda della «vittoria mutilata», inventata dai nazionalisti e fatta propria dal fascismo. Restava aperta, in definitiva, la questione fiumana, che fu motivo di tensione con gli alleati e ovviamente con Belgrado. Ma che non poteva trovare una soluzione se non su base bilaterale, vista l’opposizione di Wilson a un compromesso che avrebbe visto al centro la cessione di parte dei territori dalmati, assegnati all’Italia, contro il riconoscimento della italianità di Fiume. Ma la trattativa rischiò di essere compromessa dall’avventura dannunziana, mentre il nuovo governo Nitti-Tittoni, sostenuto da una maggioranza che faceva perno sulle forze legate a Giolitti, in una prospettiva antisonniana e revionistica, dovette affrontare il negoziato con Belgrado, avvalendosi della collaborazione di Sforza. Si dovette all’opera di Sforza se i negoziati con Pasic e Trumbic, nel novembre del 1920, portarono alla soluzione del contenzioso con il Trattato di Rapallo. Nell’intervento, in occasione dell’approvazione di quel Trattato, Sforza dichiarava che questo strumento diplomatico aveva riconosciuto «il confine delle Alpi Giulie in una linea quale dal Brennero al mare non potrebbe essere più perfetta», realizzando un confine sicuro e rappresentando il «simbolo della vittoria». Egli osservava che questo accordo – che era una scommessa sull’unità della Jugoslavia – era una testimonianza della volontà del governo di consolidare la pace e un «atto di fede in un Europa migliore». La politica di Sforza, anche quando fu ministro degli Esteri di Giolitti, fu fondata come da lui dichiarato su «un programma di espansione e di influenza che in niun luogo vuol significare oppressione dei diritti altrui». La preoccupazione per la «tranquillità dell’Europa» lo portava a operare per soluzioni moderate per quanto riguardava le riparazioni tedesche, convinto che la rinascita della Germania fosse necessaria per l’Europa, così come si impegnò per la ripresa delle relazioni commerciali con la Russia e per la cooperazione con gli altri paesi europei. L’europeismo e la cooperazione internazionale furono i pilastri della politica estera degli ultimi governi liberali, di cui Sforza fu l’interprete. Egli lo ricorderà nel secondo dopoguerra nel perorare la causa dell’accettazione del trattato di pace: «Non dimentichiamo quanto si verificò all’epoca dell’ultimo governo Giolitti di cui feci parte. Allora una politica di calda cooperazione europea che sarebbe stata feconda di bene in ogni campo per l’Italia cadde sotto i colpi di forze reazionarie; oggi la creazione della nuova Italia potrebbe venire compromessa da una politica estera che ci separasse dal mondo». Sforza aveva ragione a richiamare quel modello di politica estera nel momento del reinserimento dell’Italia nel contesto internazionale, ma per verità storica Mussolini, nonostante qualche colpo di testa, non uscì dai binari fissati dai governi liberali sino al 1926.

Bibliografia

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