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Plebisciti

di Cosimo Ceccuti

Il plebiscito, quale strumento di legittimazione della sovranità popolare attraverso la consultazione a suffragio universale maschile, risalente in origine al periodo rivoluzionario francese, conosce nel Risorgimento italiano varie fasi di applicazione, mano a mano che si procede alla liberazione del territorio nazionale o comunque si tenta di farlo. Le condizioni storiche risultano ovviamente diverse, nell’arco di tempo che va dal 1848 al 1870.

Il 12 maggio 1848 Carlo Alberto, prima ancora di sconfiggere definitivamente gli austriaci, impone il plebiscito per unire la Lombardia al Regno di Sardegna, deludendo quanti preferirebbero attendere la felice soluzione del conflitto e temono la trasformazione della guerra federata in un conflitto per l’estensione dei confini sabaudi. Il quesito posto ai votanti verte proprio su questo punto nodale: la scelta è fra la fusione immediata al Regno sardo o il rinvio della decisione istituzionale «a causa vinta». Sono chiamate a esprimersi la Lombardia e le province venete di Padova, Rovigo, Treviso e Vicenza. I risultati confortano le velleità e le ambizioni di Carlo Alberto: 561.002 voti a favore della fusione contro 681. A Venezia, dove Daniele Manin guida la Repubblica di San Marco, il risultato si ripete, con 127 voti favorevoli contro 6 (in questo caso però a pronunciarsi è un’assemblea elettiva). Entrambi i risultati sono vanificati dall’armistizio dell’agosto 1848 e dalla definitiva sconfitta di Novara nel marzo 1849.

In condizioni diverse si svolge il plebiscito nel 1860. L’unione al Regno di Vittorio Emanuele è stata già deliberata dalle Assemblee elettive degli Stati dell’Italia centrale, (ex Granducato di Toscana, Legazioni, Ducati), una volta allontanati i rispettivi sovrani. La forte resistenza francese, successiva agli accordi di Villafranca (11 luglio) confermati dalla pace di Zurigo (10 novembre), impediscono al Re di Sardegna l’accettazione di quel voto, sollevando una complessa questione internazionale, risolta infine dall’abile e paziente opera di Camillo Benso di Cavour, tornato alla guida del governo nel gennaio 1860, e dall’intraprendenza di Bettino Ricasoli, «dittatore» di Toscana.

Il problema di più difficile soluzione è rappresentato proprio dal destino dell’ex-Granducato, poiché fino all’ultimo i francesi cercano di impedire che il regno di Vittorio Emanuele II oltrepassi l’Appennino, rompendo lo schema di un’Italia divisa in tre Stati (più quello della Chiesa), spalancando la via in modo irreversibile all’unità nazionale. Da Parigi giunge l’estrema proposta di lasciare la Toscana come Regno separato sotto un Principe di casa Savoia, magari lo stesso figlio di Vittorio Emanuele, l’allora quindicenne Umberto.

È l’intransigenza di Bettino Ricasoli, «forte come un macigno», a spazzar via con giuoco duro le manovre diplomatiche. In contrasto con Cavour sull’opportunità di tenere i plebisciti, che sembrano vanificare e mortificare le precedenti delibere delle Assemblee, si convince infine della necessità di ribadire agli occhi dell’Europa la volontà popolare, superando i timori di un rigurgito dei nostalgici del granduca e della propaganda avversa dei clericali, scavalcando ogni tentativo volto a prendere tempo o addirittura a paralizzare la situazione di stasi: pertanto fissa di sua iniziativa, senza intesa con alcuno, lo svolgimento del plebiscito nei giorni 11 e 12 marzo.

La vera «sfida» non è sull’esito, ritenuto scontato al di là dello scarto fra le due opzioni, ma sulla partecipazione al voto cui sono chiamati i cittadini, in grandissima maggioranza per la prima volta. Le forze contrarie all’unione infatti (clericali, reazionari, nostalgici del vecchio regime) contano su un forte astensionismo per ridurre fortemente il valore dell’esito stesso del plebiscito.

Non è facile indurre tanta parte della popolazione maschile a recarsi al voto, nella ristrettezza dei tempi e dei mezzi per sensibilizzarla, per sopire antichi legami e interessi, per vincere pregiudizi religiosi (numerosi sacerdoti dal pulpito ammoniscono che si commette peccato recandosi a votare), perfino per rasserenare le donne che si sentono escluse (e lo erano effettivamente) da una scelta epocale. In certi luoghi si temono proteste e manifestazioni: alla fine non ci sono e ad ogni «cittadino» viene affidato il compito di convincere, se necessario, padri, fratelli, coniugi e figli a compiere quel fondamentale diritto-dovere civico.

La partecipazione è quanto mai elevata e il timore fugato. «Raramente un’intera popolazione ha esercitato il suo diritto sovrano con tanta calma, con tanta dignità, con tanta cognizione di causa come in questa circostanza»: questo, ad esempio, il commento del cronista del quotidiano fiorentino «La Nazione», Carlo Collodi, sul comportamento dei toscani chiamati al voto l’11 e 12 marzo.

Dopo la Toscana e l’Emilia, altri plebisciti sanciscono nell’autunno 1860 l’aggregazione delle province meridionali, delle Marche e dell’Umbria; nel 1866 è la volta del Veneto e di Mantova; nel 1870 di Roma e del Lazio. Unica «eccezione», cioè unica annessione senza ricorso al referendum, la Lombardia, passata al Veneto col trattato di Zurigo: conferma, tuttavia, del plebiscito del maggio 1848.

La formula adoperata in Toscana e in Emilia per il plebiscito dell’11 e 12 marzo, poneva il quesito, nelle due schede sottoposte alla scelta dei votanti, «unione al Regno di Vittorio Emanuele» oppure «Regno separato». Unione, non annessione: su questo concetto Ricasoli e Farini erano stati perentori e alla mancata distinzione fra «unione» e «annessione» vanno fatti risalire molti equivoci del Risorgimento. Unione significava fusione fra due distinte realtà, che danno vita a una realtà nuova, mentre l’annessione si risolveva in una realtà che ne incorpora un’altra, la inserisce nel proprio contesto, che si impone e prevale.

Con la proclamazione del regno, nel marzo 1860, Vittorio Emanuele diviene Re d’Italia conservando la numerazione di «secondo» (secondo nella successione del regno sardo) e non assume quella di «primo» come avrebbe dovuto, nella guida di un nuovo regno, di una nuova realtà politica mai esistita fino ad allora e che nasce col libero concorso e volontà di tutti.

Una rapida occhiata ai risultati dimostra come le manifestazioni di voto contrarie all’unione furono più numerose in Toscana rispetto alle altre regioni. Ecco le cifre: in Toscana 366.571 voti per l’unione, 14.925 per il Regno separato; in Emilia 426.000 contro 756; nelle Marche 133.807 favorevoli e 1212 contrari; in Umbria rispettivamente 97.040 e 380.

Plebisciti in entrata, ma anche in uscita. Il consenso di Napoleone III «costò» come è noto il sacrificio di Nizza e della Savoia, cedute dal Regno di Sardegna alla Francia col trattato di Torino, del 24 marzo 1860, previo esito favorevole del plebiscito. Il 15 aprile si tenne a Nizza, e vide la vittoria dei sì (25.743 su 25.933 votanti); il 22 aprile in Savoia, con 130.523 favorevoli al passaggio alla Francia e appena 235 contrari.

Di pura registrazione il tenore dei plebisciti svoltisi nel Veneto dopo la guerra del 1866 e nel Lazio dopo la presa di Roma, nel settembre 1870. «Dichiariamo la nostra unione col Regno d’Italia sotto il governo monarchico costituzionale del re Vittorio Emanuele II e dei suoi successori»: 647.426 voti a favore nel Veneto, 135.188 a favore e 1.507 contrari nel Lazio.

La vocazione unitaria, al di là delle diverse formulazioni e interpretazioni, risultava evidente alla fine di un processo iniziato con l’allontanamento degli antichi sovrani dal territorio, col voto delle assemblee elette, con la ratifica dei plebisciti a suffragio universale.

I decreti regi che sancirono l’annessione delle varie parti della penisola al Regno di Sardegna estesero ovunque lo statuto e la legislazione piemontese nei territori acquisiti. Il ricorso al suffragio universale, sperimentato con i plebisciti, sarebbe rimasto un’eccezione. Il diritto di voto restava vincolato al censo e alle capacità, «riservato» per il momento a seicentomila su trenta milioni d’italiani di ambo i sessi.

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