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Partito liberale italiano – Dalla riorganizzazione del Pli al VI congresso di Firenze (1943-1953)

di Fabio Grassi Orsini e Gerardo Nicolosi

Secondo un articolo di «Risorgimento liberale» intitolato Vita clandestina del Partito liberale, il «Pli si è ufficialmente costituito dopo il 25 luglio 1943 con la fusione dei vari movimenti clandestini di tendenza che da anni avevano condotto la lotta antifascista», ma in realtà il processo di ricostituzione del Pli inizia tra la fine del 1942 e i primi mesi del 1943. In questa prima fase, è più corretto parlare dell’esistenza di un movimento, con una componente «romana» particolarmente dinamica, nuclei presenti in tutte le grandi città del sud e del nord (Palermo, Bari, Lecce, Firenze, Bologna, Genova, Milano, Torino) e un nucleo napoletano, che nonostante le differenze generazionali e ideologiche, ritrovava la sua unità nella leadership crociana.

I liberali romani si riuniscono inizialmente attorno alla «Ricostruzione» di Ivanoe Bonomi, «organo del fronte unico della libertà», in cui prevaleva una matrice demolaburista, ma alla quale, tra elementi di diversa estrazione, per i liberali collaborava Leone Cattani, destinato a essere la «mente politica» della nuova leva di liberali. Un altro importante punto di aggregazione era la casa di Alberto Bergamini in piazza del Popolo, che fungeva da vera e propria «sede clandestina» per le riunioni dei liberali romani, tra i quali anche esponenti della «vecchia guardia» come Luigi Einaudi, Alessandro Casati, Vittorio Emanuele Orlando, Marcello Soleri, Bortolo Belotti, il maresciallo Caviglia. Esistevano poi circoli intellettuali vicini a casa Savoia, di cui esponente di spicco era Umberto Zanotti Bianco. Riguardo al nucleo romano in varie fonti ricorrono frequentemente i nomi del torinese Manlio Brosio, altro elemento di collegamento tra Roma e il Nord, e di Manlio Lupinacci, autore di una Lettera aperta a Vittorio Emanuele III, il quale si occupava di mantenere i contatti con il gruppo comunista, nelle persone di Marchesi, Giolitti, Galateri. La biblioteca del Senato, in cui Lupinacci fungeva da bibliotecario sin dagli anni Trenta, fu uno dei luoghi dove avvenivano tali contatti.

Secondo la ricostruzione di Ercole Camurani, una assemblea dei gruppi liberali avveniva a casa di Bergamini il 4 agosto 1943 e ad essa partecipavano aderenti ai Gruppi di ricostruzione liberale, al Movimento Democratico Liberale Italiano, al Movimento Liberale Italiano. Dopo l’8 settembre si apre una fase in cui il variegato mondo liberale è percorso da una frattura tra una componente favorevole alla collaborazione con il governo Badoglio, pur ribadendo fermamente la pregiudiziale antifascista, e un’altra attestata su posizioni di non collaborazione, posizione questa rappresentata da Benedetto Croce e condivisa dal nucleo romano. Quest’ultimo era forse il più «avanzato» dal punto di vista dell’elaborazione politica, di cui è testimonianza la pubblicazione di alcuni opuscoli a scopo propagandistico, il primo dei quali, scritto da Niccolò Carandini, era stato pubblicato il 1° maggio 1943 con il titolo Primi chiarimenti, al quale seguirono altri scritti di Luigi Einaudi, Guido Carli, GiovanBattista Rizzo, Giuseppe Medici, Umberto Zanotti Bianco, Carlo Antoni, tutti pubblicati prima della liberazione di Roma.

Come sostenuto sopra, è indubbio tuttavia che l’attività politica dei liberali napoletani fu di importanza decisiva per la ri-nascita del partito. Le memorie ancora inedite di Alfredo Parente, intimo collaboratore di Croce, permettono di verificare che la creazione di «Italia Libera» e la fondazione del Partito d’azione agirono da momento chiarificatore per una azione organizzativa indipendente di un rinnovato Partito liberale italiano senza ulteriori aggettivazioni, secondo le idee di Benedetto Croce. Un abbozzo di organizzazione era stato disegnato durante un incontro a Sorrento il 28 luglio 1943 tra Croce, Parente, Morelli e Rosati. Il 2 agosto successivo nel suo taccuino Croce annotava di avere scritte alcune «noterelle di un appello, da stampare in un opuscoletto, per la ricostituzione di un partito liberale italiano» e inoltre di avere «scritte parecchie lettere per amici che si recano a Roma, a Torino, a Firenze» [Croce (1943) 2004, p. 14].Nell’ottobre del 1943, infatti, il Movimento Liberale ebbe a Napoli una sua sede, dalla quale avviò un tesseramento – la tessera n. 1 fu consegnata a Croce – con una organizzazione di cui facevano sicuramente parte Parente e Giovanni Cassandro, poi altri elementi, tra i quali anche alcuni operai e ferrovieri. Un convegno liberale si tenne a Napoli il 2, 3, 4 giugno del 1944, nel corso del quale viene approvato uno statuto provvisorio che sanciva la costituzione del Pli con il compito di unificare tutte le formazioni politiche liberali. Il Pli che rinasceva a Napoli era ancora un’organizzazione in cui confluivano per il momento i liberali meridionali, raccolti attorno al movimento liberale «crociano» (era ancora operante nel Sud la «Democrazia Liberale» e in Sicilia vi era un’organizzazione autonoma, senza pensare poi alla situazione nel Nord occupato); non poteva dirsi ancora, infatti, un’organizzazione nazionale, anche se simbolicamente nella direzione erano presenti dei rappresentanti dell’Italia occupata. Gli organi del partito prescritti nello statuto, a livello centrale, erano il Congresso, il Comitato Nazionale e la Giunta esecutiva. Il Comitato nazionale promotore era responsabile sino alla celebrazione del congresso della «condotta politica del Partito» (art. 6); esso doveva nominare un presidente e tre vice-presidenti del partito, nonché una Giunta esecutiva di un massimo di undici membri, di cui dovevano far parte il presidente del partito, il segretario, i ministri e i sottosegretari. La Giunta doveva «indirizzare, coordinare e controllare l’attività degli organi periferici e prendere le opportune decisioni in esecuzione delle direttive del Comitato Nazionale» (artt. 7, 8, 9). Non meglio definita, rispetto allo statuto del 1925, che gli assegnava funzioni organizzative, è la figura del Segretario generale, da cui dovevano dipendere i «centri» (Organizzazioni, Studi, Propaganda e Amministrazione), ma che insieme alla Giunta (e in particolare il presidente del partito) ebbe di fatto sino al Congresso le massime responsabilità politiche. A livello periferico, lo statuto del ’44 prevedeva le Sezioni comunali, rette da un comitato direttivo, eletto dall’Assemblea comunale; Direzioni provinciali e Comitati regionali di coordinamento tra la Direzione nazionale e le direzioni provinciali (artt. 10,11,12,13,14). Nello statuto del 1944 non vi sono «gruppi di categoria» all’interno del partito, come nello statuto del 1925, che costituivano una qualche concessione alla rappresentanza degli interessi forse in considerazione non solo dell’impostazione corporativa del fascismo, ma anche del dibattito politico che si era avuto nell’area riformista nel primo dopoguerra. I «gruppi di categoria» erano sostituiti da «organizzazioni dipendenti dal Partito» cioè da organizzazioni «collaterali» le quali erano destinate a «raccogliere i liberali secondo le loro attività». Tali associazioni si dovevano proporre di «far valere nel campo in cui agiscono, i principi liberali» (art. 24). Un’apertura verso un’organizzazione liberale nel campo sindacale è fornita dall’art. 25, che stabiliva che «Il Pli promuove nel campo del lavoro la formazione di “Unione Libere Apolitiche” che si propongono la difesa degli interessi morali ed economici degli aderenti» e «assicura loro il proprio appoggio morale e politico».

Un primo passo verso l’unificazione delle forze liberali fu la fusione tra il Pli e la Democrazia Liberale, partito che faceva capo agli onn. De Caro e Rubilli, che aveva una sua rappresentanza nel Regno del Sud e che si era scontrato con il movimento liberale «crociano» per l’appoggio di quei dirigenti politici al primo gabinetto Badoglio. La Democrazia liberale era rimasta infatti fuori dai Cln, ciò che aveva contribuito a dare a essa un’immagine di partito conservatore filomonarchico, la cui forza stava nell’appoggio delle vecchie clientele. La Democrazia Liberale aveva in alcune province meridionali basi di massa e rivendicava invece un ruolo liberaldemocratico. La «riappacificazione» venne formalizzata con l’incontro delle delegazioni dei due partiti nell’agosto del 1944.

Intanto, a partire dal giugno del 1944, presso la sede del partito a Roma, in via Frattina 89, che rimase la sede storica della direzione nazionale del Pli, si svolse un’intensa attività di riorganizzazione delle file liberali di cui dava notizia un’apposita rubrica di «Risorgimento Liberale», l’organo del Pli diretto da Mario Pannunzio sino al dicembre 1947 e poi condiretto da Manlio Lupinacci e Vittorio Zincone sino al 1948, anno della sua chiusura. Tale attività organizzativa seguiva tre linee principali: quella classica di carattere territoriale; quella dell’organizzazione dei simpatizzanti liberali «per categorie» e «per gruppi regionali»e infine quella indirizzata ai giovani. Il Pli, che cercò di inserire una sua corrente nell’ambito del movimento sindacale organizzato, reagì negativamente alla rifondazione della Cgil come sindacato unico, esprimendo la sua contrarietà a un monopolio della rappresentanza dei lavoratori da parte di una confederazione espressione dei tre grandi partiti e preoccupazione per il futuro della libertà di organizzazione. Si puntava inoltre alla ricostituzione del partito nelle province liberate ed in via di liberazione del centro Italia, così come aveva fatto il gruppo napoletano per il Sud, approfittando della presenza nella capitale di esponenti liberali sfollati dalle province. Nel terzo livello di attività rientrava la riorganizzazione della gloriosa «Unione Goliardica della Libertà».

Dopo la liberazione di Roma la segreteria del partito che era stata retta da Cassandro, eletto nel convegno di Napoli, passò a Manlio Brosio, che era stato membro della giunta militare ed esecutiva del CCLN, che era considerato un esponente progressista e rappresentava la componente settentrionale e resistenziale del partito. Cassandro rimase nella giunta del partito come vice segretario generale. Il 4 settembre 1944, si tenne a Roma la riunione del Comitato Nazionale del Pli, che confermò i due vicepresidenti: Enrico Altavilla e Raffaele De Caro e procedette alla nomina della Giunta Esecutiva provvisoria che risultò così formata: Nicolò Carandini, presidente, Vincenzo Arangio-Ruiz, Manlio Brosio, Antonio Calvi, Giovanni Cassandro, Leone Cattani, Amerigo Crispo, Raffaele De Caro, Mario Ferrara, Franco Libonati, Giambattista Rizzo. Manlio Brosio fu confermato segretario del partito e furono nominati tre vicesegretari: Calvi, Cassandro e Libonati. Quando, nel dicembre del 1944, Brosio entrò nel ministero Bonomi come vice presidente del Consiglio, gli subentrò Leone Cattani.

Non è da sottovalutare il ruolo avuto da Luigi Einaudi nell’attività di organizzazione politica, non abbastanza messo in luce dalla storiografia. L’economista era infatti attivo a Roma già prima della sua partenza per l’esilio svizzero, come ricorda Guido Carli nelle sue memorie, e a lui Croce si rivolgerà nel dicembre del 1944 per la cura di un indirizzo economico del nuovo Pli, confessandogli di avere «pertinacemente, e tra molte opposizioni in Napoli ed anche in Roma, tenuto il Partito liberale affatto puro dai cosiddetti programmi economici totalitari» [Einaudi, Croce (1944) 1988, pp. 104-106]. Nel dicembre del 1945 Einaudi informava Croce di aver provveduto alla redazione delle linee fondamentali di un programma economico liberale, che venne pubblicato sul primo numero de «La Città libera».

Per quanto riguarda la questione istituzionale, sulla quale le posizioni interne al partito erano differenziate, la linea di Cattani fu quella di non assumere una scelta definitiva, ritenendo che la decisione dovesse essere presa in un’atmosfera di libertà e di unità nazionale. Di certo, non mancavano considerazioni di realismo politico, ben sapendo che per parte dei liberali italiani, non tanto Vittorio Emanuele III, ma la monarchia come istituzione continuava a esercitare un certo appeal. Molto netta, e condivisa dalla maggioranza del partito, era la posizione di Cattani sui Cln, intesi come «sedi di incontro e di consultazione dei partiti», ma che mai avrebbero dovuto «soffocarne l’individualità e l’autonomia». Cattani infatti fu uno dei più convinti assertori della necessità di ritirare l’appoggio al governo Parri nel novembre 1945, perché non dava sufficienti garanzie in ordine al problema dell’epurazione, del ruolo dei Cln, considerato appunto esorbitante e dell’ordine pubblico, e ciò contrariamente alle frange più «resistenziali» del partito. Entrato Cattani nel primo governo De Gasperi come ministro dei Ll.Pp., la Giunta esecutiva affidò la direzione interinale del partito ai vice segretari, Cassandro, Coda e Libonati, ma al Comitato nazionale del 14 gennaio 1946, toccò ancora a Cattani difendere la scelta in ordine alla crisi del governo Parri, quando ribadiva l’indirizzo antitotalitario da sempre tenuto dal ricostituito Pli. Si trattò di una decisione non unanimemente accettata dal partito, tanto è vero che pochi mesi dopo prenderà forma un flusso in uscita quantitativamente non molto corposo, ma che coinvolge esponenti di spicco legati alla lotta al nazifascismo (Calvi, Antonicelli, Pepe, Scialoja, altri). Anche Brosio in quella occasione non nascose le sue perplessità nei confronti di quella scelta, anche se alla fine prevalse in lui lo spirito unitario. Nel corso del Comitato Nazionale erano emerse due tendenze, una sinistra e una destra, anche se è difficile individuare quali fossero i cleavages, (frattura generazionale, continuità della tradizione/partito nuovo, monarchia/repubblica, continuazione della solidarietà ciellenistica/autonomia del partito). Tuttavia, a parte la miniscissione di cui sopra, a dominare è ancora la preoccupazione di mettere in discussione l’unità del partito.

Alle elezioni amministrative della primavera del 1946, i liberali uscirono se non sconfitti, fortemente ridimensionati rispetto alle aspettative. Aldilà del puro dato quantitativo, nella lettura che ne fecero sia il «Risorgimento Liberale», che gran parte del gruppo dirigente, le elezioni avrebbero dimostrato l’esistenza di un terzo blocco costituito da liste liberali o liste di centro-destra con partecipazione liberale o di collaborazione tra liberali e altri partiti democratici minori. A urne aperte, due editoriali di «Risorgimento Liberale» attribuibili a Pannunzio accennarono a una possibile strategia terzaforzista, nell’ambito della quale il Pli, portatore della «più alta tradizione politica italiana», avrebbe dovuto avere ruolo trainante. Si sottolineava però che il partito liberale non era un «partito di massa», laddove per «massa» si intendeva «una qualità che deriva dall’essere parte indifferenziata di un tutto, dall’aver perduto l’individualità delle idee, delle credenze, perfino dei gusti per divenire un granello di sabbia in un mucchio». Una qualifica che si addiceva «alla maggior parte dei seguaci del comunismo e del socialismo», «un po’ meno alle schiere democristiane», niente affatto «ai liberali e a tutti coloro che rifiutano di marciare in ordine chiuso dietro le bandiere rosse e alle bandiere bianche» [Pannunzio 20 marzo 1946]. Non essere un partito di massa non significava però rifiutare l’organizzazione e lo scopo del Pli doveva essere quello di coordinare tutte quelle forze democratiche che non si riconoscevano nei due blocchi.

Su questa base fu costituita la Unione Democratica Nazionale, il cartello elettorale tra Pli, Democrazia del lavoro e Unione della Ricostruzione, con il quale vennero affrontate le elezioni politiche del 1946. L’Udn fu annunciata da uno scarno comunicato stampa pubblicato sugli organi di partito il 31 marzo e sembrò una decisione calata dall’alto, dopo trattative tra i leaders della democrazia pre-fascista finalmente riconciliati (Bonomi, Croce, Orlando e Nitti). Che si trattasse di un’operazione di vertice fu dimostrato dal fatto che i quattro «grandi vecchi» ne elaborarono il «manifesto» (Croce ebbe in questo un ruolo molto importante) e presero accordi per la compilazione delle liste.

Il III Congresso del partito si riunì dal 29 aprile al 2 maggio del 1946 a Roma, alla vigilia del referendum e delle elezioni politiche per la Costituente. L’adozione della numerazione del congresso, che riprendeva quella pre-fascista, non unanimemente condivisa soprattutto dai «giovani», e la consegna della medaglia d’oro a Edy Sogno in apertura dell’assise erano due fatti simbolici che dovevano rappresentare la continuità tra primo e secondo anti-fascismo e il ruolo resistenziale del partito. Sia Nitti che Bonomi, ma anche Croce, richiamarono nei loro interventi la tradizione dell’Italia pre-fascista, se non altro per ragioni biografiche, ma non si può dire che volessero accreditare un’immagine conservatrice del liberalismo, anzi sottolinearono la necessità di tener conto delle realtà sociali del dopoguerra. Si dimostrarono attenti ai pericoli della divisione del mondo e del riaffacciarsi di una nuova minaccia totalitaria, che aveva come conseguenza sul piano interno la formazione di due blocchi contrapposti e, quindi, della necessità di dar vita a una coalizione delle forze liberaldemocratiche e socialriformiste, mettendo da parte le antiche divisioni. Dal canto suo, il vice segretario Cassandro sulla questione istituzionale si schierò sulle posizioni di Croce e cioè di lasciare liberi i propri aderenti di dichiararsi per la monarchia o la repubblica, e sostenne con vigore la necessità di dar vita a un «terzo blocco». I «nuovi liberali», ma in particolare Carandini, Brosio, erano nella loro maggioranza tendenzialmente repubblicani, favorevoli alla programmazione economica, convinti nella necessità della continuazione della solidarietà ciellenistica, fortemente critici nei confronti della Dc e sulle prospettive di un’alleanza con le forze moderate; più flessibili sulla questione della ratifica del trattato di pace, in forza della loro interpretazione sulle responsabilità della guerra e della priorità di far parte di un’alleanza atlantica. La posizione di Cattani divergeva invece sulla sopravvivenza del Cln ed era decisamente anti-comunista. Cattani era portato, in virtù della sua amicizia con De Gasperi, a dare fiducia allo statista trentino, anche se cercava di spingerlo a rompere con i comunisti, di cui aveva denunziato la connivenza con quei gruppi che praticavano la violenza. Non mancarono gli scontri sulla politica economico-sociale, come tra Carandini e il liberista Epicarmo Corbino, fautore di una privatizzazione delle imprese nazionalizzate. Un contrasto arbitrato da Luigi Einaudi, che ribadì le sue tradizionali posizioni di contrarietà allo Stato-Levatiano e allo stesso tempo ai monopoli privati.

Sulla questione istituzionale vennero presentate tre mozioni: una «agnostica», che portava le firme di Croce, Cassandro, Medici Tornaquinci, Viscardi, Di Giacinto e Cattani; una «monarchica», sostenuta da Sogno, Jacini, Lupinacci, Zini, De Peppo, Cassano, Perrone Capano, e una terza repubblicana, sottoscritta da Brosio, Sogno, Serini, Carnicini, Afferni e altri. La mozione Croce venne respinta con 508 voti su 309. Vennero, poi, messe in votazione la mozione repubblicana che ottenne 261 voti e quella monarchica che prevalse con 412. La mozione monarchica esprimeva la convinzione che in quel momento difficile occorreva preservare la continuità istituzionale e che la scelta a favore dell’istituto monarchico, che andava profondamente rinnovato, era una maggiore garanzia per la libertà e per la progressiva evoluzione dell’ordine democratico. Si dichiarava che in caso di una vittoria della Repubblica il responso elettorale sarebbe stato rispettato e ci si sarebbe opposti a ogni tentativo di restaurazione monarchica contro la volontà popolare.

Al congresso venne inoltre sottoposto uno schema di statuto che doveva sostituire quello provvisorio, adottato a Napoli. Venne deciso che il Consiglio Nazionale sarebbe stato formato da 100 membri di cui 30 su base regionale e 70 eletti dal Congresso Nazionale. In luogo del Comitato Nazionale e della Giunta esecutiva, prevista dallo statuto provvisorio, venne reintrodotta la Direzione Nazionale, composta da 15 membri, eletta dal Consiglio Nazionale nel suo seno. Alla direzione potevano partecipare, con diritto di prendere la parola, i ministri e i sottosegretari di stato e il presidente del gruppo parlamentare, ma la qualità di membro del governo era incompatibile con quella di membro della direzione. Al presidente del partito venivano affiancati due vicepresidenti e al segretario generale, eletto dalla Direzione, tre vice segretari. Dalla segreteria dipendevano gli uffici organizzazione, amministrazione, stampa e le commissioni di studio. Il Congresso nominò la nuova dirigenza del partito: Benedetto Croce venne rieletto presidente, con vice presidenti Nicolò Carandini e Raffaele De Caro; alla segreteria generale fu nominato Giovanni Cassandro.

Alle elezioni per la Costituente, l’Udn riportò – come è noto – soltanto 1.559.417 voti (7,4 per cento e 41 deputati), molto al di sotto delle aspettative, anche se bisogna ricordare che fu una percentuale che il Pli non riuscì mai a riconquistare, se non con la gestione malagodiana. La forza elettorale dell’Udn fu costituita dall’innegabile richiamo delle grandi personalità politiche che avevano avuto un ruolo istituzionale o politico nazionale, ma anche dal seguito popolare di alcuni vecchi e nuovi esponenti liberali, come De Caro nella circoscrizione di Benevento-Campobasso o Martino a Messina, nonché dall’esistenza di un’antica tradizione liberale di alcuni collegi come Napoli, Salerno-Avellino, Lecce, Bari, Potenza, Palermo-Agrigento. La rappresentanza dell’Udn fu sostanzialmente meridionale con l’eccezione di Roma (Bozzi e Visocchi) e delle circoscrizioni piemontesi come Cuneo e Torino; ne fu espressione un gruppo parlamentare che ebbe Einaudi come presidente e che poteva contare su 29 deputati (altri 10 formarono il gruppo della Democrazia del Lavoro, altri tre aderirono al gruppo misto; in seguito quando si costituì il gruppo del Pli vi furono altri passaggi al gruppo misto). L’Udn tenne a marcare rigorosamente un confine a Destra, presentandosi come un partito di centro, con punte di centro-sinistra, fondamentalmente agnostico con oscillazioni filo-monarchiche nei riguardi della questione istituzionale e con una rigorosa pregiudiziale antifascista, dimostrando incomprensione per il qualunquismo, bollato come populista.

Al Comitato Nazionale che si riunì dopo le elezioni – in cui maturò l’espulsione di Brosio dopo che la Direzione ne aveva constatato il distacco dal partito – prendendo atto della posizione di minoranza derivata dal risultato elettorale, si riconosceva che al Pli spettasse una funzione di critica e di controllo in piena autonomia ed indipendenza che non escludeva un appoggio al governo quando «esso avesse difeso gli insopprimibili diritti della nazione riconsacrati dalla sua partecipazione alla guerra di liberazione». Intanto, mentre ai primi di ottobre del 1946 si dava il via all’accordo Cassandro-Selvaggi per una unione con il Partito democratico italiano (di tendenze monarchiche), veniva ribadita la linea di opposizione al governo tripartito, sino alla «svolta» del maggio 1947 e alla fuoriuscita dei socialcomunisti dal governo, quando i liberali giocarono un ruolo chiave per la formazione del IV gabinetto De Gasperi e per l’avvio del «centrismo» [Grassi Orsini 2004].

Al IV Congresso del partito, che si tenne a Roma ai primi di dicembre del 1947 al Teatro Valle, il segretario Cassandro sottolineava l’opportunità della scelta di non collaborazione con i comunisti, data la loro «impossibilità costituzionale» di accettare una liberaldemocrazia. È in occasione del IV Congresso che tuttavia matura una divergenza interna che porterà alla fuoriuscita di quella che da quel momento verrà definita la «sinistra liberale». Già nel dicembre del 1946, la congiunzione con il Pdi aveva provocato dei dissapori interni, soprattutto in coloro che, come Panfilo Gentile, lo consideravano un primo passo in direzione di una alleanza con i qualunquisti e le altre forze monarchiche. La vittoria congressuale della destra, anche se per pochi voti, determinò la fuoriuscita di Antoni, Carandini, Cattani, Ferrara, Gentile, Libonati, Storoni, sebbene si possa parlare più di un comune sentire di insofferenza nei confronti del partito, maturata per ragioni anche differenti, piuttosto che di una organica posizione unitaria «di sinistra».

Come ha dimostrato la più recente storiografia, la svolta «a destra» del partito, sancita dall’elezione di Roberto Lucifero alla segreteria, fu mitigata da un accordo interno con la componente di centro e piuttosto «enfatizzata» dalla fuoriuscita della «sinistra». In realtà, si trattava di una strategia centrista finalizzata a un allargamento dei consensi attraverso «il consolidamento del profilo del Pli come garante e difensore dell’ordinamento democratico contro le nuove minacce di eversione» [Capozzi 2008, p. 332]. La presenza della Unione di ricostruzione nazionale di Nitti assieme a Pli e UQ nel Blocco Nazionale, il nuovo trust con il quale furono affrontate le elezioni del 1948, in effetti consigliano di non vedere nella manovra di Lucifero soltanto un bieco conservatorismo e lo stesso messaggio che viene veicolato dal partito, in cui si accentuano i toni in difesa della borghesia, rientra nel quadro di quella strategia moderata di cui sopra, di semplice difesa dei principi fondanti di ogni liberal-democrazia, le cui basi, «attorno» alle elezioni del 1948, non erano poi così salde.

Il deludente risultato conseguito alle elezioni del 1948 con la formula del Blocco Nazionale rimise in discussione gli equilibri interni e al Consiglio nazionale dell’ottobre di quell’anno venne eletta una nuova Direzione con Bruno Villabruna segretario, poi confermato al V Congresso del luglio 1949. Mentre il Pli rinnova il suo appoggio al V governo De Gasperi, secondo la formula della «collaborazione condizionata» proposta da Cocco Ortu, tra i «dissidenti» fuoriusciti nel dicembre 1947 si registrano alcuni tentativi di organizzazione, tra i quali, oltre al fallito tentativo di fare della rivista «Rinascita liberale» di Gentile un movimento, il più rilevante è senz’altro il Movimento Liberale Indipendente di Carandini, nato a Milano nel giugno 1948. Si trattò di un momento tutt’altro che irrilevante [Blasberg 2008], sebbene di breve durata, che proseguiva il discorso sulla «terza forza» in funzione interlocutoria sia con il Pli, che con le altre forze laiche e democratiche e pur sempre in un’ottica centrista. In generale, si tratta di una fase in cui tra le forze liberali si registrano delle difficoltà sul piano organizzativo: non bisogna sottovalutare che nel 1948, travolto dalle difficoltà economiche, aveva chiuso i battenti «Risorgimento liberale», la gloriosa testata della Resistenza che aveva retto al meglio l’urto con i quotidiani dei grandi partiti, sorretti soprattutto da finanziamenti esteri. Nell’area del «dissenso» nasceva il «Mondo», diretto da M. Pannunzio, che nei primi anni di vita mostra attenzione nei confronti del Mli, e rimane in atteggiamento dialettico con il Pli, che non avrà più un suo organo di stampa ufficiale, sebbene nel 1956 si registri la nascita della «Tribuna», espressione della maggioranza malagodiana. I primi anni Cinquanta fanno registrare però la fuoriuscita del Pli dalla maggioranza centrista, una scelta dettata soprattutto dalla posizione critica che i liberali avevano nei confronti dei progetti di riforma agraria di Segni. Il Pli, nella sua grande maggioranza, non era contrario ad una riforma del sistema agrario in Italia, soprattutto per quanto riguardava la promozione della piccola e media proprietà, ma sin dai tempi della transizione alla Repubblica e poi della Costituente rigettava ogni ipotesi basata su visioni demagogiche del problema, dietro alle quali si poteva nascondere una minaccia alla proprietà. Il Pli proponeva invece una riforma basata su criteri produttivistici, così come aveva indicato Einaudi, che salvava la grande proprietà «attiva», laddove cioè essa si basava su sistemi capitalistici di produzione. Ad ogni modo, quando nel gennaio 1950 si dimette il V governo De Gasperi, non viene raggiunto alcun accordo per una successiva collaborazione.

Momento importante di questo periodo è il Congresso di unificazione delle forze liberali di Torino che si svolge il 7 e 8 dicembre 1951, lungamente preparato sin dal Consiglio nazionale del luglio precedente, quando la segreteria Villabruna produsse un documento approvato all’unanimità che fissava i punti di un programma molto comprensivo, una piattaforma che favorì il reingresso della sinistra liberale. Nel 1951, in occasione della formazione del VII governo De Gasperi, il gruppo parlamentare liberale alla Camera e al Senato si astenne, ma, a parte l’opposizione su alcuni punti, come l’attuazione del programma regionale, va maturando in quegli anni una convinta posizione «centrista», che trova una sua formalizzazione nell’accordo ufficiale del novembre 1952 tra Dc, Pri, Pli, Psdi per un’azione politica comune che si concretizzava nel sostegno a una riforma elettorale che introduceva un premio di maggioranza alla coalizione di partiti che avesse ottenuto il 65 per cento dei seggi, poi approvata nel 1953. La linea centrista venne sostanzialmente riconfermata al VI Congresso di Firenze del gennaio di quell’anno – sebbene non fossero mancate voci in dissenso alla riforma elettorale, come quella di Corbino, che infatti uscì dal partito – che si concluse con l’approvazione a larga maggioranza di una mozione di Unità liberale, votata dal centro ma sulla quale confluirono anche esponenti della sinistra, dopo il ritiro da parte di Carandini della propria mozione. In quella assise, non mancarono interventi che guardavano all’esigenza di un rinnovamento del liberalismo italiano, come quello di Orsello in rappresentanza della Gioventù liberale italiana (Gli), o che sottolineavano l’esigenza di una maggiore apertura alla questione sociale, come quello di Paggi. Da sottolineare è poi l’approvazione di una mozione economica ispirata a principi liberisti, elaborata da una commissione presieduta da Giovannini, mozione di cui relatore fu Giovanni Malagodi, che di lì a poco sarebbe diventato il nuovo segretario del Pli.

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