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Partito democratico del lavoro

di Lucio D’Angelo

Tra la fine della primavera e gli inizi dell’estate del 1943, mentre stava maturando il crollo del regime fascista e tutte le forze politiche antifasciste si stavano riorganizzando, l’ex socialriformista Ivanoe Bonomi e l’ex radicale Meuccio Ruini decisero di fondare, a Roma, un loro partito, che Ruini volle si chiamasse Democrazia del lavoro: nome cambiato il 13 giugno 1944, dopo la confluenza nella Dl di alcuni partitini di tendenza laburista o democratico-sociale, in quello più ambizioso di Partito democratico del lavoro. Il nuovo partito si proclamava erede della tradizione radicale e socialriformista. Non a caso, pertanto, quasi tutti i suoi dirigenti, molti dei quali massoni, erano rappresentanti del vecchio mondo politico prefascista d’orientamento liberaldemocratico (ex radicali, ex demosociali, ex amendoliani ed ex nittiani) o socialriformista. Tra i suoi dirigenti non mancavano, tuttavia, anche elementi più giovani. Alcuni appartenevano a famiglie di sentimenti genericamente antifascisti. Altri, i più numerosi, dopo aver sostenuto l’esperimento corporativo e aver fatto parte di frequente delle organizzazioni giovanili fasciste, fra la tarda primavera del 1939 e il calare del 1940 avevano avuto i primi ripensamenti, cominciando a dissociarsi pian piano dal fascismo, per distaccarsene poi in maniera definitiva tra la fine del 1942 e le prime settimane del 1943, allorché era andata profilandosi la disfatta militare dell’Asse.

Il Pdl si rivolgeva in modo indistinto a tutti i ceti che vivevano del proprio lavoro, non importa se manuale o intellettuale, esecutivo o direttivo, nella speranza di dar vita a una salda alleanza politica fra i lavoratori manuali e i ceti intellettuali e tecnici. Per questo motivo aspirava a riunire attorno a sé tutte le forze di democrazia laica, dall’ala meno conservatrice del Partito liberale fino a quella più moderata del Partito socialista, così da formare un grande Partito del lavoro che, facendo leva soprattutto sui ceti medi, agisse da «terza forza» (democratica, laica, riformista e interclassista) tra la Democrazia cristiana e il blocco social-comunista. Propugnava, perciò, l’introduzione di un sistema economico misto fondato sulla «coesistenza di libertà individuale e di intervento dello Stato», sull’«equilibrio tra l’azione statale e le energie private» e, dunque, sintesi fra «liberalismo puro e socialismo integrale».

Nel suo complesso, il programma demolaburista, le cui linee direttrici erano state tracciate da Ruini nel luglio del 1943, era un programma formalmente progressista, tanto che non solo si discostava molto poco dai lineamenti programmatici del Partito d’azione, ma che in esso convennero senza difficoltà anche la corrente di sinistra del partito, capitanata da Enrico Molè, Enrico Paresce e Mario Grisolia, e il gruppo dirigente del Movimento giovanile demolaburista, i quali identificavano la «democrazia del lavoro» con una forma particolare di socialismo, distinto da quello d’ispirazione marxista, da essi definito di volta in volta «democratico», «liberale», «aclassista», «gradualista», «legalitario», «non materialista», «positivo», «antiautoritario». Sennonché, dentro un involucro ideologico tendenzialmente progressista si celava, in realtà, una concezione sostanzialmente conservatrice della società. Quasi tutti i notabili del Pdl, infatti, a iniziare da Bonomi e Ruini, miravano ad attuare una specie di patto sociale che, attraverso l’accordo politico tra la «nuova classe» dei tecnici e degli intellettuali e le masse operaie e contadine, riuscisse ad assicurare una più efficace forma di controllo politico del proletariato. In effetto, sin da quando, nel settembre del 1943, entrò a far parte del Cln, il Pdl seguì quasi sempre un indirizzo politico nettamente conservatore, diretto a evitare cambiamenti politici e sociali troppo radicali e a garantire la continuità dello Stato. Ciò si spiega, da un lato, con gli strettissimi legami di natura politica, ideologica e generazionale che gran parte della classe dirigente demolaburista aveva con il passato prefascista e, dall’altro lato, con il fatto che la base sociale del Pdl era formata essenzialmente dalla piccola e media borghesia, ossia da quegli stessi ceti intermedi che erano stati la base di massa del fascismo.

Il periodo di massima espansione del Pdl fu quello compreso tra la liberazione di Roma (giugno 1944) e la liberazione del Nord (aprile 1945), quando Bonomi fu a capo del governo di coalizione antifascista. In verità, allorché il 9 settembre 1943 era stato nominato presidente del Cln, Bonomi aveva lasciato a Ruini la guida del partito. Ma l’essere considerato da tutti «il partito del Presidente del Consiglio» permise al Pdl – nel Lazio, in Abruzzo, nel Mezzogiorno continentale e in Sicilia, cioè in regioni dove nel primo dopoguerra il Partito radicale, la Democrazia sociale e il Partito socialista riformista avevano goduto di un certo seguito – di accrescere in maniera abbastanza rapida il numero tanto delle sezioni, quanto degli iscritti. Per tale ragione la sostituzione di Bonomi con l’azionista Parri alla presidenza del consiglio, nel giugno del 1945, segnò pure l’inizio della parabola discendente del partito. Al suo progressivo declino concorsero, però, anche altre cause. Anzitutto, dopo l’aprile del 1945 nella vita politica italiana crebbe sempre di più il peso delle regioni settentrionali, dove, salvo che in Lombardia, la presenza demolaburista era molto esigua. In secondo luogo, il Pdl non riuscì a sfuggire all’ambiguità derivante dal contrasto fra proposte programmatiche nominalmente progressiste e un’azione politica di fatto conservatrice, contraddistinta, sia all’interno del Cln, durante il periodo clandestino, sia nell’attività di governo, dopo la liberazione di Roma, da una salda intesa, in chiave anticomunista e antisocialista, con la Democrazia cristiana e il Partito liberale. In terzo luogo, esso aveva una struttura organizzativa precaria e antiquata, di tipo fondamentalmente notabilare e clientelare, con la quale era impossibile tener testa alla concorrenza dei tre partiti di massa (Democrazia cristiana, Partito comunista e Partito socialista). In quarto luogo, emerse molto presto l’incapacità di troppi dirigenti demolaburisti di rinnovarsi, adeguando le proprie idee a una realtà politica, economica e sociale molto diversa rispetto a quella del primo ventennio del secolo, e altresì di guardare più in là dei propri interessi personali. Da ultimo, va posta in risalto la scarsa compattezza del partito, all’interno del quale convivevano, in un clima che era spesso di reciproca diffidenza, parecchi anziani notabili ancorati a una concezione molto conservatrice della società e dello Stato ed elementi più giovani, fautori di un’alleanza con il Partito socialista e il Partito d’azione rivolta a rompere la continuità con lo stato liberale prefascista e a promuovere una politica di ampie riforme. Proprio il verificare de visu, giorno dopo giorno, l’inutilità degli sforzi tesi a far adottare dagli organi direttivi demolaburisti una linea politica di concreto rinnovamento spinse fin dai primi mesi del 1945 molti degli esponenti più giovani, e in special modo parecchi dirigenti del Movimento giovanile, a uscire dal partito.

Il graduale decadimento del Pdl diventò ancora più evidente quando nel dicembre del 1945 Ruini, il quale sin dal luglio del 1943 ne era stato la vera anima, incominciò ad allontanarsene, dimettendosi dalla carica di segretario politico, che occupava dal maggio del 1945, a causa delle severe critiche mossegli da alcuni dei principali dirigenti demolaburisti per il modo in cui aveva condotto le trattative per la formazione del primo ministero De Gasperi. L’uomo politico reggiano lasciò così il Pdl privo di una guida esperta proprio mentre stavano per essere indette le elezioni per l’Assemblea costituente. Bonomi, perciò, si vide costretto ad accollarsi l’onere di sovrintendere al partito in vista della consultazione elettorale del giugno 1946.

Nel febbraio del 1946 proprio Bonomi avanzò la proposta di costituire un blocco elettorale fra i partiti di democrazia laica. Dopo poco più di un mese, alla fine di marzo del 1946, mise in piedi, con l’aiuto di Croce e Orlando, un improvvisato cartello elettorale, l’Unione democratica nazionale, di cui entrarono a far parte il Pdl, il Partito liberale, l’Unione nazionale per la ricostruzione, il piccolo partito di Nitti, e altri raggruppamenti minori d’orientamento liberal-democratico. Gli ostacoli che Bonomi dovette affrontare furono parecchi, anche all’interno del suo stesso partito, dove soprattutto i rappresentanti del gruppo di sinistra espressero perplessità e riserve, legate più che altro al carattere troppo conservatore che stava assumendo la concentrazione elettorale voluta dall’uomo politico mantovano. Le difficoltà maggiori sorsero a proposito della questione istituzionale. Ma si riuscì ad appianarle lasciando i singoli aderenti all’Udn liberi di schierarsi a favore della repubblica o della monarchia. La maggior parte dei candidati demolaburisti, dal canto suo, non nascose, nel corso della campagna elettorale, le proprie preferenze per la soluzione repubblicana.

La prova elettorale del 2 giugno 1946 si risolse per l’Udn in un clamoroso insuccesso. Essa ottenne soltanto 1.560.638 suffragi, corrispondenti al 6,79 per cento dei voti validi, e 41 seggi. Ma la sconfitta risultò ancora più grave per il Pdl, giacché dei 41 eletti dell’Udn solo 13 erano demolaburisti: Bonomi, Ruini, Mario Cevolotto e Luigi Gasparotto eletti nel collegio unico nazionale; Guido Basile e Virgilio Nasi in Sicilia; Molè e Domenico Tripepi in Calabria; Aldo Bozzi e Dante Veroni nel Lazio; Giovanni Persico in Campania; Carlo Bassano in Abruzzo e Molise; e Giuseppe Grassi in Puglia. Un quattordicesimo demolaburista, Costantino Preziosi, fu eletto in una lista autonoma del Pdl presentata nel collegio di Salerno-Avellino. Tuttavia, solamente nove di costoro alla Costituente si iscrissero al gruppo demolaburista: Basile, Bassano – sostituito alla sua morte, nel settembre del 1947, da Antigono Donati – Cevolotto, Gasparotto, Molè, Nasi, Persico, Preziosi e Veroni. Gli altri cinque, cioè Bonomi, Ruini, Bozzi, Grassi e Tripepi, difatti, avevano abbandonato il Pdl nel giugno del 1946, disapprovando la decisione presa poco dopo le elezioni dal comitato direttivo demolaburista di disdire l’accordo con i liberali e di ripristinare la completa autonomia del partito.

Da allora in avanti il Pdl visse una vita sempre più stentata. Orfano dei suoi due capi «storici», vale a dire Bonomi e Ruini, il partito andò disgregandosi rapidamente e a nulla valsero gli sforzi compiuti dal suo nuovo leader, Molè, per cercare di ridargli un minimo di vitalità. Se non altro, però, l’uscita di Bonomi e di Ruini e, più tardi, la morte del segretario generale, Bassano, permisero a Molè di modificare in modo radicale la linea politica del partito, dandole un’impronta sempre più spiccatamente anticonservatrice. Non per caso, in occasione sia delle elezioni amministrative del novembre 1946 e dell’ottobre 1947, sia di quelle regionali siciliane dell’aprile 1947 il Pdl aderì in molti collegi ai «Blocchi del popolo». Del pari, già dal febbraio del 1947 il gruppo parlamentare demolaburista ritirò il proprio sostegno alla politica degasperiana.

Lo scioglimento del Pdl fu decretato dalla direzione centrale intorno alla metà di febbraio del 1948, due mesi prima delle elezioni per il primo parlamento repubblicano, dopo che le polemiche suscitate dall’adesione di buona parte dei suoi residui dirigenti al Fronte democratico popolare avevano spaccato quel che restava del partito in due tronconi. I demolaburisti inseriti nelle liste del Fronte furono 11, ma soltanto due di essi riuscirono a essere eletti, entrambi alla Camera: Donati e Nasi. Altri tre demolaburisti, ossia Gasparotto, Molè e Veroni, furono nominati, invece, senatori di diritto per una legislatura, al pari di Bonomi e Ruini.

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