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Massoneria

di Fulvio Conti

Le prime logge massoniche si costituirono in Scozia e in Inghilterra verso la fine del Cinquecento e nel corso del Seicento, ma fu soltanto all’inizio del XVIII secolo che la massoneria cominciò a distinguersi nettamente dalle altre forme associative a carattere iniziatico-settario. Un momento decisivo fu la nascita nel 1717 della Gran Loggia di Londra (poi d’Inghilterra), che segnò l’inizio di un processo di definitiva istituzionalizzazione della massoneria britannica. Da allora in avanti l’universo liberomuratorio d’oltre Manica ebbe finalmente un modello organizzativo a cui uniformarsi e un centro che svolgeva funzioni di legittimazione e di rappresentanza sia dinanzi alle autorità politiche che alle altre società consimili fondate nel continente.

Un’importante contributo in tal senso venne dalla pubblicazione nel 1723, a opera di James Anderson, delle Constitutions of the Free-Masons, che da quel momento rappresentarono il principale quadro normativo di riferimento della massoneria universale. Nelle Constitutions si stabiliva il divieto di occuparsi di religione e politica durante le riunioni di loggia e si vincolavano i fratelli a rispettare l’ordinamento vigente in ciascun Paese. Questo allineamento legittimista sulle posizioni del governo inglese non escludeva peraltro il perseguimento di alcuni degli obiettivi già nettamente delineati dal primo Illuminismo: «pluralismo religioso-ecclesiastico, tolleranza del dissenso politico […], esaltazione del merito individuale» [Giarrizzo 1994, p. 43]. Tutti aspetti, specie quest’ultimo, che apparivano assolutamente eversivi rispetto alle logiche della società cetuale d’ancien régime e che dettero alle logge una schietta connotazione liberale.

L’adozione del corpus normativo dettato dal reverendo Anderson, integrato poi da rituali e catechismi per i diversi gradi e riti, fece sì che le logge massoniche si trasformassero in «microsocietà civili fondate contrattualisticamente e rette costituzionalmente» [Jacob 1995, p. 54]. Le logge si distinsero perciò nettamente dai club borghesi o da altre forme associative coeve, proprio perché i «fratelli» vissero al loro interno una precoce esperienza di autogoverno e di apprendistato politico.

Nel corso del Settecento la massoneria si diffuse in tutta l’Europa continentale e negli Stati Uniti, subito avversata dalla Chiesa cattolica, che vide in essa – e in particolare nella sua propensione al deismo e al libertinismo, oltre che nella rivendicazione di una sfera di autonomia morale e intellettuale da parte dei fratelli raccolti in loggia – una concreta minaccia al proprio principio di autorità. Così già nel 1738, nello stesso anno in cui Anderson pubblicava una nuova edizione delle sue Constitutions, si ebbe la prima condanna pontificia della massoneria con la bolla In eminenti emanata da papa Clemente XII, i cui contenuti vennero poi ripresi e ribaditi da tutti i suoi successori.

In vari Paesi europei, dove si scontrò con le logiche di chiusura dei regimi assolutistici o con l’intransigente opposizione della Chiesa cattolica, la massoneria finì con l’assumere il carattere di una sociabilità irrequieta e avversa all’ordinamento politico vigente. Essa esercitò un’indubbia influenza anche sulla Rivoluzione francese: sia dal punto di vista ideologico (basti pensare all’apporto dato dalle logge alla diffusione dell’idea egualitaria e alla sperimentazione di forme di rappresentanza democratica), sia sotto il profilo organizzativo, con molte figure del mondo liberomuratorio che rivestirono contemporaneamente ruoli direttivi durante l’esperienza rivoluzionaria o nel giacobinismo europeo.

Alle tensioni e alle contraddittorie dinamiche dell’età rivoluzionaria seguì il periodo napoleonico, che vide invece la massoneria divenire un fenomeno à la page, svuotata del messaggio cosmopolita delle origini e impegnata apertamente a sostenere i disegni espansionistici dell’Impero. Napoleone la utilizzò come strumento di governo e nelle terre cadute sotto il suo dominio favorì la diffusione delle logge, che si riempirono di militari, di burocrati e di funzionari del regime. Anche nella Penisola con la nascita nel 1805 del Grande Oriente d’Italia si costituì per la prima volta un unico centro di aggregazione della massoneria su scala nazionale, elemento che non poco contribuì a fare delle logge un veicolo di circolazione delle nuove idee liberali e un luogo di elaborazione del sentimento patriottico.

Bandita da tutti gli antichi Stati italiani dopo la Restaurazione del 1815, la massoneria risorse e tornò ad avere una presenza organizzativa stabile solo quando giunse a compimento il processo risorgimentale: non a caso fu a Torino, nel dicembre 1859, che si costituì un Grande Oriente Italiano, poi denominato Grande Oriente d’Italia (Goi). Accomunava i fondatori (un gruppo di liberali di fede cavouriana) l’intenzione di creare una struttura associativa con finalità essenzialmente politiche, che si riassumevano nella volontà di sostenere il costituendo Stato unitario sotto la guida piemontese e di favorire l’affermazione di un liberalismo laico moderatamente progressista.

L’egemonia liberal-moderata fu però di breve durata e già verso la metà degli anni Sessanta la componente democratica e liberal-progressista riuscì ad assumere il controllo del Goi, imponendo come gran maestro Giuseppe Garibaldi. Da quel momento la parte maggioritaria della massoneria italiana si identificò con le posizioni della cosiddetta sinistra costituzionale, arrivata al potere nel 1876 e a sua volta divisa in gruppi regionali di tendenze più o meno avanzate. Appartennero all’ordine liberomuratorio presidenti del Consiglio come Agostino Depretis, Francesco Crispi, Giuseppe Zanardelli, Alessandro Fortis, Paolo Boselli, e ministri come Giovanni Nicotera, Ferdinando Martini, Michele Coppino, Guido Baccelli, per limitarsi soltanto a qualche nome fra i più significativi. Non mancò comunque un gruppo di più spiccato orientamento democratico, che si riconobbe sia nella linea radicale, cioè di quella che potremmo definire l’estrema sinistra parlamentare, il cui esponente più noto fu Agostino Bertani, sia, in misura minore, nell’opposizione repubblicana e socialista (basti pensare a Ernesto Nathan e a Ettore Ferrari, arrivati entrambi alla carica di gran maestro, oppure ad Andrea Costa, Arturo Labriola e Giovanni Lerda).

All’inizio del Novecento la massoneria cercò anzitutto di favorire l’aggregazione e l’organizzazione di quelle forze che si riconoscevano nel progetto di difesa dello Stato laico e che quindi potevano avversare il disegno giolittiano di intesa con i cattolici. Oltre a garantire ampio sostegno ai radicali e a favorire la formazione dei «blocchi popolari» in molte città italiane, la massoneria si fece addirittura ispiratrice e levatrice di una nuova forza politica, il partito democostituzionale, che nel suo intento doveva rappresentare il polo di attrazione di alcuni segmenti del liberalismo progressista e incrinare le basi della maggioranza giolittiana. Questa crescente politicizzazione in senso democratico provocò il dissenso della componente più moderata e conservatrice, la quale nel 1908, prendendo anche a pretesto la propria contrarietà al progetto di fusione fra rito simbolico e rito scozzese, promosse la scissione di un gruppo di logge e la costituzione di una nuova obbedienza, che avrebbe più tardi preso nome dalla sua sede, a Roma, in piazza del Gesù.

Negli anni che precedettero la Grande guerra il variegato fronte degli avversari della massoneria si arricchì di nuove componenti, in primo luogo i socialisti e i nazionalisti. Fra coloro che si espressero in termini molto severi nei confronti della massoneria vi furono, però, anche alcune importanti figure del mondo liberale, come Benedetto Croce, Luigi Einaudi e Francesco Saverio Nitti. Appartenne invece alla massoneria Giovanni Amendola, che venne iniziato nel 1905, nella loggia Gian Domenico Romagnosi di Roma.

Al congresso nazionale di Ancona del 1914 i socialisti approvarono la mozione presentata da Benito Mussolini e Giovanni Zibordi, con la quale si decretava l’incompatibilità fra l’iscrizione al partito e la frequentazione delle logge. Nell’atteggiamento di avversione per la massoneria fra il Mussolini fascista del 1925 e quello socialista del 1914 vi fu una linea di apparente continuità e di sostanziale coerenza. In realtà, nel periodo racchiuso fra queste due date la massoneria italiana guardò a Mussolini come a uno degli interlocutori più credibili della scena pubblica nazionale. La comune scelta interventista e il fervore patriottico cementarono un rapporto di collaborazione che si protrasse ben oltre la fine della Grande guerra e fece sì che nei nuclei fascisti delle origini la presenza massonica fosse tutt’altro che marginale. Dopo la marcia su Roma, però, le strade si divaricarono e si giunse alla legge del 1925 che proibiva le associazioni segrete e che nei fatti, distruggendo la massoneria, ormai schierata con l’obbedienza di Palazzo Giustiniani nel fronte antifascista, rappresentò un passo significativo verso la costruzione dello stato totalitario.

Esilio e clandestinità furono allora le uniche alternative che si pararono di fronte ai massoni più in vista – specialmente quelli giustinianei, fra i quali figuravano molti esponenti dei partiti democratici di matrice post-risorgimentale e social-riformista – rispetto alla sottomissione incondizionata al regime. Notevole fu il contributo dato dai massoni al movimento antifascista all’estero e alle sue varie articolazioni organizzative, soprattutto in Francia attraverso la Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo e il Grande Oriente d’Italia ricostituito in esilio nel 1930.

L’iter di rifondazione della massoneria prese avvio già il 26 luglio 1943, quando alcuni esponenti giustinianei costituirono a Roma un «Governo dell’ordine massonico italiano», che dichiarò fin da allora di perseguire «il principio democratico nell’ordine sociale e politico, senza identificarsi con alcun partito». Il 10 giugno 1944, all’indomani della liberazione di Roma, l’ordine tornò ad assumere l’antico nome di Grande Oriente d’Italia.

Nel primo quindicennio di vita dopo la fine della guerra il Goi ebbe un nucleo direttivo fortemente orientato a sinistra, anche se gli affiliati si distribuirono in un variegato gruppo di formazioni politiche che andava dal Partito comunista ai monarchici e all’Uomo qualunque. La linea dell’obbedienza fu dettata comunque dal gruppo dirigente e si caratterizzò per una chiara opzione antifascista, che all’inizio determinò anche un atteggiamento rigido sul tema dell’epurazione, per un’intransigente difesa dei valori laici e anticlericali (particolarmente significativo fu l’impegno profuso contro l’approvazione dell’art. 7 della Costituzione), per un esplicito orientamento repubblicano sulla questione istituzionale, che peraltro non si tradusse in un vincolo imperativo per gli iscritti in occasione del referendum del 2 giugno 1946 e, almeno formalmente, non comportò alcuna preclusione nei confronti dei sostenitori dell’idea monarchica.

Su un piano più generale, il Goi continuò a riconoscersi nell’antico progetto politico della massoneria italiana d’inizio Novecento, che aveva portato all’esperienza dei blocchi popolari, e che era stato riproposto anche nel 1919-20: vale a dire l’alleanza fra i partiti di area laica e democratica. Netta fu per contro l’avversione del Goi per la Democrazia cristiana, la cui ideologia veniva ritenuta difficilmente conciliabile con l’obiettivo dell’assoluta laicità dello Stato, che era parte essenziale del paradigma identitario massonico.

Fra i quadri direttivi del partito liberale post-fascista spiccano alcune importanti figure, che avevano avuto trascorsi massonici e in qualche caso risultavano ancora affiliate al Goi o ad altre obbedienze liberomuratorie: Epicarmo Corbino, Raffaele De Caro, Arturo Labriola. Nell’insieme, però, nelle prime legislature repubblicane i parlamentari massoni etichettabili come liberali e di centro-destra furono abbastanza pochi. Fra i nomi più noti, oltre ai tre già menzionati, vi furono Roberto Bencivenga, Giuseppe Fusco, Vito Reale, Pasquale e Nicola Lagravinese, Francesco Colitto, Paolo Greco, Mario Ricciardi e Giuseppe De Francesco. Tutti o quasi i parlamentari liberali e moderati che appartenevano (o avevano appartenuto) alla massoneria erano di provenienza meridionale: nessuno dei deputati e senatori eletti nel Nord aveva trascorsi massonici.

Se spostiamo lo sguardo dalla leadership alla membership, dai quadri direttivi delle varie forze politiche di area liberale alla società civile, vediamo invece che in alcuni segmenti sociali il radicamento massonico era assai più profondo e più diversificato dal punto di vista geografico. Alcune indagini condotte su elenchi parziali di aderenti al Goi all’inizio degli anni Cinquanta consentono infatti di affermare che oltre un quarto di essi (il 25,9 per cento) si riconosceva nelle posizioni del Partito liberale, il quale nelle preferenze seguiva il Partito repubblicano (28,6 per cento) e superava nettamente il Partito socialdemocratico (18,6 per cento).

Quanto all’obbedienza di Piazza del Gesù, dopo la caduta del fascismo faticò molto a riorganizzarsi intorno a un centro unitario che fosse capace di raccogliere le diverse famiglie della tradizione scozzese. Nel loro insieme, i vari gruppi si contraddistinsero per una linea politica più moderata rispetto a quella del Goi, talora anche apertamente filomonarchica, per uno spiccato anticomunismo e per un laicismo meno pronunciato che, in qualche caso si spingeva fino a posizioni di esplicita apertura nei confronti della Chiesa cattolica.

Per quanto riguarda il Goi, il quadro sarebbe cambiato radicalmente negli anni Sessanta con la gran maestranza di Giordano Gamberini e col mutato scenario sociale e politico del Paese. In questi anni l’asse politico della massoneria italiana si sarebbe spostato a destra: anticlericalismo e antifascismo non furono più, come nell’immediato dopoguerra, i valori di riferimento dell’appartenenza liberomuratoria e vennero sostituiti, nell’acuirsi delle tensioni della guerra fredda, da ideali di patriottismo istituzionale e di rigida difesa dell’opzione atlantica. Fu in questo quadro che si posero le condizioni per lo sviluppo di un progetto come quello di Licio Gelli e della P2.

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Brano tratto dal "Dizionario del liberalismo italiano", edito da Rubbettino Editore. Clicca qui per acquistarlo con il 15% di sconto