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Liberalnazionalismo

di Eugenio Di Rienzo

Il movimento liberal-nazionale nasceva dal dissidio tra le diverse anime del nazionalismo italiano, che Prezzolini e Papini avevano messo in luce, formulando, a partire dal 1910, l’invito ad abbandonare il «vecchio nazionalismo», basato sull’«imprecisione di cognizioni sui fini e sui frutti della vita spirituale e materiale italiana», per costituire un «nuovo nazionalismo» in grado di considerare «i valori etici e ideali come assai più importanti per la vita degli italiani del brutale successo della forza, il miglioramento interno come più urgente di ogni ricerca di conquista esterna, il moto socialista e democratico con un senso di maggiore ed equanime storicità». Questo programma trovava qualche affinità in una componente minoritaria ed eterodossa del movimento nazionalista, quella del nazionalismo liberista e liberale, nelle cui fila militavano Paolo Arcari e Alberto Caroncini: due intellettuali, di diversa formazione culturale, che, nel Congresso di Roma del 1912, convocato dall’Associazione Nazionalista Italiana (Ani), avrebbero attuato una clamorosa secessione dal resto dell’organizzazione, insieme a Emilio Bodrero e Lionello Venturi.

In stretta vicinanza alla pattuglia dei «Giovani turchi» del liberalismo, guidati da Giovanni Borelli, riunitisi fin dal 1901 attorno alla rivista «Idea liberale», e soprattutto grazie all’influsso di Caroncini, i liberal-nazionali si emancipavano compiutamente dalle posizioni del gruppo di Corradini, Coppola, Federzoni, e puntavano su di un’energica azione di riforma sul piano interno, improntata a una filosofia di riferimento neo-liberista, in grado di coinvolgere anche uomini di diverso orientamento come l’antiprotezionista radicale Antonio De Viti de Marco, che si fondava su questi tratti distintivi. Riforma amministrativa, col fine di realizzare un decentramento delle attribuzioni pubbliche, necessaria a ridimensionare i danni di un esteso «funzionarismo», di cui profittavano insieme conservatori e socialisti, apparentemente divisi da steccati invalicabili, ma in realtà egualmente interessati a favorire la metastasi e il conglobamento burocratico per estendere le proprie aree di patronage. Riforma tributaria, per limitare ogni sperequazione fiscale tra ceti diversi e diverse regioni del paese, e per impedire il logoramento degli strumenti d’imposizione e di controllo. Riforma dell’insegnamento per restituire alla scuola il suo contenuto educativo e attuarne una modernizzazione delle strutture e degli obiettivi. Riforma politica, infine, da realizzare tramite una lotta accanita contro la pratica del consociativismo giolittiano e per favorire la creazione di un bipartitismo rigoroso che potesse dare luogo a una vigorosa pratica di governo condotta senza compromessi corporativi.

In questo quadro, le vecchie parole d’ordine di patriottismo e irredentismo e i più nuovi slogans imperialistici venivano riformulati, da Arcari e Caroncini in un’ottica già precocemente «produttivistica», che valutava l’attivo dell’espansione internazionale in rapporto alla ricaduta sul mercato interno e sullo sviluppo economico e industriale. Con qualche concessione almeno al valore storico del movimento democratico, socialista, sindacale, per il loro indiretto ruolo di motori della nazionalizzazione delle masse, la piccola pattuglia dei liberali nazionali intendeva realizzare compiutamente l’integrazione nazionale e consentire all’Italia lo sviluppo delle sue energie verso la penisola balcanica e l’area danubiana. Anche la questione coloniale doveva essere aggiornata alla luce di una realistica valutazione delle esigenze commerciali e industriali italiane, dislocando il flusso dell’emigrazione dalle mete tradizionali e avviandolo verso nuove zone di influenza e di egemonia nel Mediterraneo, nell’Asia Minore, nel continente africano.

Il nuovo nazionalismo liberale confluiva, in questo modo, nel diversificato fronte del «riformismo laico» (da Salvemini a Prezzolini), non legato ai programmi dei partiti tradizionali. Secondo la ricostruzione di Gioacchino Volpe quella nuova «Giovane Italia» si dichiarava estranea od ostile all’attività dell’establishment politico, rafforzava la sua tendenza antisocialista ma soprattutto antigiolittiana, eppure restava ancora lontana da ogni ipotesi di soluzione autoritaria. Le sue variegate componenti cercavano invece di costituire un comune patto d’azione riformista, che Giovanni Amendola proponeva, nell’agosto del 1911, a Salvemini, Caroncini e Prezzolini, per fissare alcuni punti fondamentali di «un programma politico da studiare», con particolare riferimento «all’Italia decentrata, alla morte della burocrazia, al rafforzamento dello Stato».

Nel maggio del 1914, le conclusioni del convegno dell’Ani, dominato dalle posizioni di Francesco Coppola e Filippo Carli, che dichiaravano esaurite le ragioni del liberalismo, del liberismo e della democrazia, urtavano violentemente con le posizioni delle componenti liberali del nazionalismo. Queste forze, come avrebbe ricordato Volpe, ripugnavano a quel «sacrificio totale dell’individuo e a quella concezione trascendente dello Stato» e negavano con forza l’identificazione e la condanna di liberalismo e socialismo, considerando invece l’uno, lo strumento di bilanciamento dell’altro ed entrambi «un mezzo di elevazione del popolo, cioè di potenza della nazione», che proprio il dogma protezionista sostenuto da Coppola avrebbe non favorito ma anzi ostacolato.

L’inconciliabilità di questi riferimenti teorici con quelli propugnati dall’Ani, continuava Volpe, provocava un «esodo di gregari che unendosi anche con altri liberali, di più antico stampo o di stampo borelliano, o di nessuno stampo, istituirono Gruppi nazionali liberali», e non più quindi liberali nazionali, che reclutavano, tra ottobre 1914 e gennaio 1915, a Milano, Firenze, Roma, Ferrara, Bologna e in varie altre città italiane, con l’esclusione del Mezzogiorno, numerosi esponenti della classe intellettuale. Tra questi: lo stesso Giovanni Borelli, Giovanni Amendola, Giuseppe Borgese, Emilio Bodrero, Scipio Slataper, Giustino Arpesani, Alessandro Casati, Francesco Ercole, Lionello Venturi, Antonio Anzilotti, Arrigo Solmi, Widar Cesarini Sforza, Ugo Monneret de Villard, Maffio Maffi, Luigi Valli, Lionello Venturi, ai quali si aggiungeranno i più giovani Nello Quilici, Concetto Pettinato, Dino Grandi.

I nazionalisti dissidenti si aprivano a una politica di larghe intese con socialisti riformisti, radicali, repubblicani, democratici cristiani dell’attivissimo cenacolo di Cesena, sulla base di un comune credo antiprotezionista e fondavano un proprio organo di stampa: «L’Azione». Il nuovo settimanale politico-culturale, stampato a Milano su iniziativa di Giovanni Amendola, Giulio Bergmann, Paolo Arcari, Alberto Caroncini, veniva definito da Alessandro Casati «l’Unità di destra», con scontato riferimento al taglio antigiolittiano del giornale di Salvemini, e da Giovanni Boine «una Voce fatta da Amendola». Tra maggio e ottobre, il periodico articolava il suo programma in una serie di editoriali a firma dei due direttori (Arcari e Caroncini) e di Antonio Anzilotti. In essi, si ribadiva la stretta fusione tra gli ideali nazionali e gli ideali di quel liberalismo «tradizionale», «italiano», già affermatosi nella stagione riformistica settecentesca, compiutamente elaborato e tradotto in azione nel corso del secolo XIX, poi soffocato e stravolto dalle esigenze della costruzione dello Stato unitario, che troppo spazio aveva concesso all’apparato burocratico, agli interessi di gruppi parassitari e monopolistici.

In quello stesso periodo, «L’Azione», dopo aver rapidamente superato la pregiudiziale filo-triplicista, comune all’intero schieramento nazionalista, entrava a militare attivamente nel movimento favorevole all’intervento a fianco delle potenze dell’Intesa, mobilitando, per la realizzazione di quell’obiettivo, intellettuali già affermati (da Borgese a Solmi, a Cesarini Sforza, ad Anzilotti, ad Amendola, a Giocchino Volpe), ma anche giovani esordienti che si troveranno, nel futuro, su diversissime e contrastanti posizioni, come Dino Grandi e Ferruccio Parri. Agli inizi di novembre del 1914, si costituiva, a Milano, il gruppo nazional-liberale, presieduto da Volpe. L’associazione che, nonostante il comune antigiolittismo e l’appoggio alla politica estera di Salandra, agiva senza contatti diretti con i liberal-conservatori del capoluogo lombardo, pubblicava nel mese successivo alcuni interventi programmatici, redatti dal suo presidente.

Il progresso sociale e la politica di potenza sullo scenario internazionale, la necessità di riforme all’interno, il rafforzamento dell’autorità dello Stato e il libero sviluppo delle organizzazioni di partito e di classe, la lotta contro il protezionismo, la messa all’ordine del giorno del problema dell’emigrazione (non senza consonanze, in questo caso, con le argomentazioni di Corradini), e finanche una valorizzazione in senso nazionale del socialismo, erano altrettanti nodi inscindibili del programma dei nazionali liberali milanesi, che sarebbe stato ribadito, di lì a un anno, nella dichiarazione di intenti del novembre 1915, firmata tra gli altri da Paolo Arcari, Giustino Arpesani, Arrigo Solmi, Alessandro Casati e naturalmente da Volpe.

Durante il corso della guerra, i nazional-liberali condividevano i dubbi sull’opera del governo manifestati con maggiore violenza dall’Ani, accusandolo di agire in un’ottica incerta, eccessivamente guardinga e timorosa, manchevole di una strategia globale, che per molti coinvolgeva la responsabilità specifica di Sonnino e, più ancora, di Salandra, cui si faceva addebito di «civettare col giolittismo» e di volerlo disarmare adottandone idee e criteri. Questa prospettiva oltranzista non riguardava però l’intero gruppo dell’«Azione», che nel luglio del 1916, avrebbe interrotto definitivamente le pubblicazioni, travolta dalle sue divisioni interne e dopo aver visto la sua linea politica letteralmente fagocitata da quella dell’Ani.

Solo alla metà di aprile del 1919, su impulso di Anzilotti, di Giovanni Borelli e di Umberto Ricci, si assisteva alla rinascita dei Gruppi Nazionali Liberali con la stesura di un manifesto intitolato Per riorganizzare le forze liberali. Il documento poneva in primo piano il discrimine invalicabile tra democrazia e liberalismo, riecheggiando la polemica in atto in quegli stessi anni tra Gentile e Missiroli. Invitava poi ad una vigorosa riscossa borghese contro lo spettro rosso del bolscevismo e sembrava ispirarsi in generale a una completa assimilazione tra ideali liberali e liberisti, propugnata soprattutto da Umberto Ricci. La risurrezione del movimento nazional-liberale portava poi alla stesura di un programma politicamente più organico, che preludeva direttamente alla sua discesa in campo nella competizione elettorale. Nel novembre del 1919, Volpe era infatti tra i sottoscrittori, insieme a Luigi Einaudi, Giovanni Gentile, Widar Cesarini Sforza, Giuseppe Prato, Lionello Venturi, Ettore Lolini, ovviamente Umberto Ricci, di un nuovo manifesto dei Gruppi Nazionali Liberali Romani, i quali, uniti ad altre associazioni liberali, nazionalistiche e a gruppi di ex combattenti, organizzati politicamente, partecipava all’Alleanza nazionale per le prossime elezioni.

Il ritorno in campo della piccola formazione dei Liberali Nazionali avveniva, anche in questo caso, sulla base di un programma ispirato ai principi del «nazionalismo modernista» e modernizzatore, per la più parte elaborato da Umberto Ricci, dove si proclamava l’insoddisfazione per la vittoria mutilata al tavolo delle trattative di pace di Versailles. Per quello che riguardava la politica interna, si ribadiva la fiera avversione al bolscevismo, ma anche a ogni incauto riformismo istituzionale. Si riproponeva inoltre la rivendicazione di uno «Stato forte», eppure provvisto di larghe autonomie regionali e comunali, in grado di combattere la metastasi burocratica, di fronteggiare i conflitti sociali, disciplinando le pretese del padronato e del proletariato. La nuova struttura statale doveva sposare un intransigente liberismo dentro e fuori i confini nazionali, per farsi motore essenziale di una politica favorevole all’incremento della produzione, delineando un modello di sviluppo, disposto a realizzare un ampio progetto di riforma fiscale di carattere vigorosamente perequativo, ma radicalmente alternativo alle incaute aperture democratiche del governo Nitti sul piano economico e finanziario.

Bibliografia

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