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Imprenditore

di Pietro Bini

Questa voce sull’imprenditore si propone di far emergere la radice filosofica e teorica del pensiero economico liberista italiano, dai primi decenni dell’Ottocento agli ultimi del Novecento. Verranno sintetizzate le posizioni al riguardo di Francesco Ferrara, Vilfredo Pareto, Maffeo Pantaleoni, Costantino Bresciani Turroni, Luigi Einaudi, Sergio Ricossa, tutti economisti che hanno riflettuto sul tema dell’imprenditorialità in termini di stretta interdipendenza tra libertà politica e libertà economica.

Francesco Ferrara (1810-1900) è il più autorevole economista italiano di metà Ottocento. Per lui l’imprenditore – a cui riconosce una mentalità controcorrente e una grande forza di carattere – è «l’uomo nella cui mente si concepisce l’intera produzione» [Ferrara 1955-2001, IV, p. 297] e che, nel fare questo, produce e utilizza in senso «tecnico» nuove forme di conoscenza pratica, tali da concretizzarsi in progetti di impresa [Ferrara 1955-2001, XI, p. 9]. Dell’imprenditore, Ferrara intende cioè mettere soprattutto in evidenza l’impegno intellettuale, testimoniato tanto nel dirigere a suo rischio l’impresa, quanto nel connotarla in senso innovativo e anche speculativo. Il suo compenso è il profitto che, per tutti questi motivi differenziali, Ferrara ritiene debba essere distinto concettualmente (anche se nella pratica spesso non accade) dal salario, dalla rendita e dall’interesse. Il fatto di considerare il genuino lavoro dell’imprenditore un’espressione di conoscenza, e questa, a sua volta, una sorta di bene pubblico, lo induce poi ad essere contrario al riconoscimento legale della proprietà intellettuale. Sulla massima diffusione (in quanto a costo zero) delle nuove idee, egli ravvisa peraltro il fondamento di un sistema economico in grado di sconfiggere la prospettiva pessimistica degli economisti classici inglesi fondata sul principio dei rendimenti crescenti e sulla conseguente caduta tendenziale del saggio di profitto; ovverosia in grado di realizzare un processo di crescita di lungo periodo [ivi, p. 327].

Per quanto appena detto, e come ulteriore distinzione dagli economisti classici, per Ferrara è il capitale ad affiancare in subordine lo spirito imprenditoriale [cfr. Ferrara, II, p. 547]. Affinché questo possa essere incanalato verso concrete attività di impresa, l’imprenditore deve tuttavia disporre di favorevoli condizioni istituzionali, in primo luogo il pieno riconoscimento dei diritti di proprietà, e soprattutto un contesto di massima libertà [ivi, p. 43].

Tra i temi collaterali toccati da Ferrara, assume particolare rilievo la sua posizione sul credito, di cui spiega la funzionalità in termini di accelerazione del processo capitalistico e di promozione della stessa imprenditorialità [Ferrara 1955-2001, VI, p. 225]. Una regolamentazione pubblica delle imprese, per non parlare della sostituzione di imprese pubbliche a quelle private, sono considerate invece elementi del tutto negativi nella prospettiva dello sviluppo. Garantiti questi lineamenti politico-istituzionali, l’imprenditore ferrariano è una sorta di demiurgo grazie al quale gli elementi della sua visione pessimistica e drammatica della vicenda umana finiscono per assumere traiettorie sociali virtuose: il dolore che si risolve in piacere; la «penosità del travaglio» in acquisizione della proprietà; il conflitto delle relazioni individuali nell’armonia di un processo di sviluppo economico e di progresso sociale senza mete assegnate.

Vilfredo Pareto (1848-1923) è stato sia un grande economista che un grande sociologo. Facendo propri, a seconda del campo di indagine coltivato, metodologie diverse, egli di fatto ha elaborato non una bensì due concezioni dell’imprenditorialità. Quella di economia «pura» è coerente con l’analisi dell’equilibrio generale di cui egli può considerarsi, insieme all’economista francese Léon Walras, uno dei fondatori. L’imprenditore è raffigurato al centro di un processo circolare di beni e servizi. Negozia scambi efficienti, realizza la combinazione ottimale dei fattori della produzione, coordina i flussi di input e output tanto dell’impresa quanto, in generale, dell’intero sistema economico. Sono tutte funzioni qualificate, ma, in un certo senso, anche anonime. Vale a dire, a nessun soggetto è preclusa in via di principio la possibilità di diventare imprenditore una volta che sia disposto ad acquisire conoscenze specifiche adeguate. Sotto la duplice cruciale ipotesi che l’imprenditore cerchi di massimizzare i propri profitti, e che i mercati siano di concorrenza perfetta, viene a determinarsi un meccanismo in virtù del quale i prezzi di vendita tendono a eguagliarsi ai costi di produzione, e quindi una situazione di equilibrio nella quale l’imprenditore «non realizza né guadagno, né perdita (il suo salario come direttore di impresa è compreso tra le spese di produzione») [Pareto 1961, p. 49]. Questa rappresentazione è entrata a far parte del patrimonio teorico standard dell’economia, come tassello centrale di un modello di equilibrio dove, proprio in virtù di questo tipo virtuale di imprenditore, il sistema economico riesce a conseguire una posizione di ottimalità, non a caso detta «paretiana». Al tempo stesso, è però anche una rappresentazione che favorisce l’occultamento di alcune tipiche manifestazioni destabilizzanti degli imprenditori reali. Lo stesso Pareto, a un certo punto della sua vita di studioso, non solo comprende, ma anche mostra tutta la propria insoddisfazione nei confronti dei limiti esplicativi di una simile impostazione e, con l’intento di superarli, intraprende una vasta opera di sociologia dove l’imprenditore appare in tutt’altra luce [Pareto 1988]. Se nell’analisi economica «pura» è colui che contribuisce più di altri al conseguimento dell’equilibrio, nella sociologia si distingue per lo spirito d’avventura, il gusto delle novità e del cambiamento, tutte propensioni che creano instabilità economica e sociale. Del resto, è proprio dalle situazioni squilibranti che l’imprenditore ritiene di ottenere sia extra-profitti, che posizioni di successo, per entrare nelle «classi elette». In realtà, Pareto, che aveva una concezione unitaria delle scienze sociali, ambiva a trovare una sintesi tra questi due livelli di conoscenza dell’imprenditorialità. Tuttavia, così come oggi continuiamo ad avere due Pareto, l’economista e il sociologo, in modo analogo continuiamo a cogliere nel complesso dei suoi scritti due figure di imprenditore, diverse e non facilmente integrabili tra loro.

Secondo Maffeo Pantaleoni (1857-1924), la cui opera è caratterizzata da un approccio filosofico fortemente individualistico, l’imprenditore è colui che esprime al massimo grado elementi edonistici di comportamento e una visione del proprio futuro fatta di esperienze creative, atti vitalistici, obiettivi ambiziosi. Tra i fattori della produzione, l’imprenditorialità assume una valenza speciale. L’imprenditorialità è una vocazione prima che una funzione. Oltre a ottimizzare le risorse a sua disposizione, l’imprenditore di Pantaleoni presenta altre due essenziali prerogative. La prima consiste nell’attuare progetti innovativi che innalzano il vantaggio competitivo dell’impresa. Questa concezione, mentre anticipa straordinariamente la teoria dell’«imprenditore innovatore» di Joseph Schumpeter (1911), al tempo stesso ne supera i confini e si ammanta di forti significati ideologici. La seconda prerogativa consiste invece nell’individuare le opportunità di guadagno che un sistema di prezzi che non è mai in equilibrio continuamente offre a chi ne sa cogliere con prontezza la valenza speculativa. Cosicché, se da una parte l’imprenditorialità è concepita (in virtù delle innovazioni che introduce) come una funzione dinamica squilibrante, dall’altra produce (a seguito di attività di arbitraggio speculativo) una tendenza endogena all’equilibrio. Nell’uno come nell’altro caso l’imprenditore realizza profitti netti positivi, non «rubati ad altri, ma tolti alla natura di cui la resistenza resta vinta» [Pantaleoni 1963, I, p. 262]. L’atto imprenditoriale è anche tale da caratterizzare il mercato concorrenziale in modo del tutto diverso da quello atomistico di perfetta concorrenza. Questo è un modello pensato al fine di individuare le proprietà formali dell’equilibrio. La libera concorrenza di Pantaleoni è invece una forma di mercato che incentiva decisioni aventi contenuto innovativo, cosicché la si può considerare, piuttosto che una ipotesi da assumere come dato di partenza per l’analisi, una variabile endogena della stessa azione imprenditoriale. Oltre a un’essenziale funzione economica, l’imprenditore svolge anche un importante ruolo sociale. Chiarito infatti che durante la crescita economica vengono a sedimentarsi numerosi elementi in instabilità che conducono a crisi economiche, egli ritiene che la soluzione a esse non debba essere ricercata né nell’intervento dello stato, né ancor meno nel socialismo. Bensì proprio nella funzione imprenditoriale che, lasciata libera di esprimersi, gli sembra in grado di dar luogo a sempre nuovi e confacenti assetti organizzativi delle imprese e dei mercati. In breve, per Pantaleoni – che in tal senso sviluppa il discorso di Ferrara – l’imprenditore è il protagonista per eccellenza del progresso economico, sociale, civile.

Il pensiero politico-economico di Luigi Einaudi (1874-1961) è caratterizzato da due elementi di base: un’idea di libertà come esigenza morale dettata dalla dignità della persona umana e dalla sua vocazione a una «vita libera»; e una concezione di libera concorrenza quale istituzione in grado di promuovere, oltre ad assetti allocativi efficienti, una più ricca trama di relazioni sociali e civili. In merito alla natura e al ruolo dell’impresa e dell’imprenditore, egli adotta, in prima approssimazione, l’approccio della teoria neoclassica dell’equilibrio, già visto in Pareto economista «puro». E quindi: «Se esiste la concorrenza, il profitto non esiste» [Einaudi 1972, p. 220]. Però, in una seconda approssimazione alla realtà, Einaudi introduce nuovi aspetti della funzione imprenditoriale da cui scaturisce una «fonte permanente dei profitti» [ivi, p. 225]. Tali aspetti, in sintesi, riflettono: a) la capacità di effettuare innovazioni di prodotto o di processo; b) la prontezza nell’assecondare i mutevoli gusti dei consumatori; c) l’acume dimostrato nel valorizzare le dotazioni di capitale umano a disposizione dell’impresa; d) l’intelligenza strategica nel realizzare accordi con altri imprenditori. I due temi che riguardo alla imprenditorialità egli predilige sono il confronto tra imprese pubbliche e imprese private, e quello tra piccola e grande impresa. Per Einaudi la proprietà pubblica delle imprese è giustificata (come nel caso delle imprese municipalizzate) dalla necessità di garantire, in settori caratterizzati da monopolio naturale, l’efficienza allocativa. Il riconoscimento di questo potenziale fallimento del libero mercato non è però sufficiente per lui per sostenere la gestione pubblica diretta di tali attività. La soluzione verso cui propende è quella della concessione regolamentata a un gestore privato di impianti, macchinari e reti, da parte dell’ente pubblico proprietario. Questo perché il privato viene postulato come il miglior garante dell’efficienza, purché sottoposto a regole e ad una autorità pubblica di controllo a garanzia dei consumatori. Quanto al tema riguardante le dimensioni d’impresa, egli non individua alcuna tendenza immanente al sistema capitalistico. A fronte delle economie di scala ottenibili grazie alle grandi dimensioni, si pone la maggior flessibilità gestionale delle piccole imprese. Il vero discrimine tra piccola e grande impresa sta nel fatto che, mentre la prima può reagire a nuove condizioni di mercato solamente rinnovando il proprio progetto industriale, la seconda può invece rimandare una simile decisione grazie al potere di mercato di cui gode, e che le permette di eludere in tutto o in parte la disciplina della concorrenza. Da qui nasce il giudizio ambivalente sul grande imprenditore, che lo studioso considera geniale nel momento in cui fonda la nuova impresa, ma verso cui esprime biasimo quando indossa i panni del monopolista. Inoltre, mentre nelle piccole imprese prevale la resistenza ai richiami del conformismo, nelle grandi imprese accade esattamente l’opposto, e ciò per lo più a causa del modus operandi burocratico in esse prevalente. Il sospetto che Einaudi nutre verso la grande impresa, quale luogo di possibili complicità tra i poteri forti dell’economia e quelli deboli della politica, è affiancato, a contrario, da una adesione quasi sentimentale verso la piccola e media impresa. Egli prospetta un modello di sviluppo economico fondato sull’intreccio funzionale tra le caratteristiche spaziali-territoriali e la cultura sociale dei luoghi, intreccio che si rivela nei termini di più versatili assetti organizzativi e tecnologici delle imprese, e di un più rapido conseguimento di obbiettivi di crescita e benessere. Inoltre, è soprattutto nella piccola impresa che il binomio proprietà privata-libertà mostra il suo potenziale in termini di progresso economico e sociale. Il sistema delle piccole imprese riesce sia ad innalzare l’offerta di capacità imprenditoriali, che a stimolare la ricerca dell’autonomia e della diversità da parte degli imprenditori e dei lavoratori: in termini attuali, la piccola impresa innesca un processo moltiplicativo del capitale umano. Egli non ignorava la problematica dei fallimenti di mercato di cui ebbe ad analizzare varie tipologie. Ma la sua critica dell’impresa pubblica, unita alla diffidenza nei confronti delle grandi imprese, ci restituiscono lo sguardo smaliziato di chi riteneva che affidare le sorti dell’economia alle cure delle autorità pubbliche sarebbe stato un rimedio peggiore del male.

Costantino Bresciani-Turroni (1882-1963)sottolinea in primo luogo il contesto di incertezza entro cui l’imprenditore opera. Ma ciò che ne caratterizza principalmente l’attività, legittimandolo al profitto, è la capacità di elaborare modalità organizzative d’impresa maggiormente produttive, di concretizzare le conoscenze offerte dal progresso tecnico in veri e propri progetti di impresa, così da soddisfare meglio di altri i mutevoli e crescenti bisogni dei consumatori. L’attenzione di Bresciani si rivolge in particolare al ruolo svolto dagli imprenditori nel ciclo economico. Egli raffigura il ciclo come una forma dialettica di interazione sociale tra gli imprenditori da una parte, e tutti gli altri soggetti economici, dall’altra. Mentre i primi operano per il cambiamento, i secondi, pur nella diversità delle funzioni svolte, si comportano in modo «adattivo», ovvero con modalità decisionali che realizzano un adeguamento ritardato al cambiamento, testimoniando perfino un’ostilità psicologica verso tutto ciò che è mutevole. Inoltre egli ritiene che quando le cose vanno bene, gli imprenditori tendono a interpretare se stessi come protagonisti assoluti del processo sociale. Taluni cedono ad atteggiamenti di avidità e autocompiacimento. La finalità del consumo è persa di vista. Si investe per investire. Si crea così un terreno ideale di coltura per «bolle» speculative. Occorre al riguardo precisare che per Bresciani la vitalità del mercato e il ruolo innovativo dell’imprenditore costituiscono elementi essenziali e positivi del capitalismo. Sia l’una che l’altro, però, possono innescare processi degenerativi in presenza di istituzioni e politiche male operanti. Buona parte della sua principale opera, Le vicende del marco tedesco, è finalizzata ad analizzare criticamente quelle politiche monetarie e di bilancio che sottovalutano gli effetti dell’inflazione [Bresciani-Turroni 1931]. E poiché «l’inflazione dispensa alla cieca i suoi favori», può accadere che il processo selettivo delle capacità imprenditoriali si interrompa e degeneri in propensioni speculative di puro gioco d’azzardo. Sotto questa prospettiva si riscontra una certa affinità tra il concetto di imprenditore di Keynes inteso come animal spirit, e quello fatto proprio da Bresciani già nei primi anni Venti. Ma è un’affinità non del tutto sostanziale. Keynes riteneva che la forte instabilità dei comportamenti imprenditoriali fosse da inscrivere in una tendenza verso sistemi di «economia matura» e di separazione tra la proprietà e la direzione delle imprese, sistemi contrassegnati di fatto dal declino dello spirito d’iniziativa privata, per compensare o surrogare il quale sarebbe stata necessaria una politica economica interventista e pervasiva. Bresciani si preoccupava invece della esuberanza della funzione imprenditoriale, piuttosto che del suo indebolimento. Le sue osservazioni critiche non intendevano sostenere il passaggio alla «terza via» dell’economia mista e dell’imprenditore pubblico. Egli raccomandava piuttosto un nuovo statuto monetario e del credito in grado di costituire, attraverso la priorità da accordare alla stabilità del livello dei prezzi, sia un baricentro istituzionale delle relazioni di mercato, che un elemento di disciplina degli stessi comportamenti imprenditoriali.

Sergio Ricossa (1927) è l’ultimo di questa serie di economisti italiani liberali e liberisti sul tema dell’imprenditore. In un modo che richiama Maffeo Pantaleoni, per Ricossa l’imprenditorialità, prima ancora di sostanziarsi di specifiche attività, rivela particolari doti di immaginazione, intuito, spirito di intraprendenza. Di qui, secondo lui, l’ambito riduttivo, se non fuorviante, della figura dell’imprenditore della manualistica neo-classica, esclusivamente dedita a combinare in modo ottimale i fattori della produzione in vista del massimo profitto. La vera mentalità imprenditoriale, invece, si pone nella prospettiva di prefigurare nuove mete della competizione di mercato, prima ancora di occuparsi dei mezzi necessari per conseguirle. Per Ricossa, la concorrenza tra imprenditori si costituisce, come in Schumpeter, sulla base di un processo di «distruzione creativa» attivato dalle loro innovazioni; si manifesta come una «procedura di scoperta» e di acquisizione di nuove conoscenze, come in Hayek; e si realizza grazie alla «prontezza» con cui l’imprenditore coglie le opportunità di guadagno che il mercato offre, come in Israel M. Kirzner. La evidente radice «austriaca» della impostazione di Ricossa non impedisce tuttavia di coglierne i nessi con quella linea di pensiero economico italiano che è l’oggetto di questa voce. È interessante la sua riflessione sul «buono» e sul «cattivo» imprenditore, dove il primo è tale perché rispettoso della sovranità del consumatore, laddove il secondo ne tradisce le finalità. A questo riguardo, la sua analisi di una speculazione che è funzionale alla stabilizzazione del mercato, di contro a un genere di speculazione che invece «crea artatamente la scarsità dei prodotti» [Ricossa 1982, p. 218] è un altro modo per sostanziare quella distinzione di base tra imprenditori, e che peraltro lo collega idealmente a Bresciani-Turroni. Similmente a Einaudi, critica poi quegli imprenditori che godono di «protezione, aiuti, come nelle forme del capitalismo che si allontanano dalla concorrenza, dal mercato» [ibidem]. Si tratta di una posizione che, in particolare durante gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, Ricossa contrappone polemicamente a quanti – economisti, politici, opinione pubblica – esprimevano allora forti riserve sull’operatività del libero mercato, spingendo verso l’adozione di correttivi a esso, quali l’impresa pubblica (per meglio coniugare l’interesse collettivo con l’esigenza di sostenere lo sviluppo dell’industria), e la programmazione economica (al fine di incentivare selettivamente l’innovazione e gli investimenti). Ne La fine dell’economia. Saggio sulla perfezione del 1986, Ricossa propone di considerare l’evoluzione e i protagonisti del pensiero economico sulla base di «due concezioni della vita e del mondo, perfino due teologie» che lui chiama «perfettismo» e «imperfettismo» [Ricossa 2006, p. 12]. Perfettisti sono tutti quegli economisti che ad esempio hanno elaborato o vagheggiato progetti di stati ideali, oppure che hanno ravvisato nel capitalismo a economia di mercato una forma perversa di organizzazione sociale da superare. Tra questi ultimi, primeggia Marx. Tra i primi, John S. Mill e John M. Keynes. Ebbene, il perfettismo che accomunerebbe tutti questi autori, altrimenti appartenenti a mondi teorici, culturali e politici diversi, li fa pure simili nel ridimensionare o annullare la figura dell’imprenditore, che invece caratterizza, con il suo ruolo centrale, la linea di economia liberale qui ricostruita. Al posto dell’imprenditore protagonista dell’economia, John S. Mill mise il saggio filosofo. Marx (per meglio dire, alcuni dei suoi successori) il ministro dell’economia. John M. Keynes, il «civil servant», vale a dire l’uomo pubblico responsabile e compreso della propria missione, intellettualmente in grado di progettare e attuare decisioni dal rilevante contenuto economico-amministrativo. Peraltro, questa insolita declinazione del pensiero economico, consente a Ricossa di operare una selezione all’interno della vasta categoria di quanti hanno aderito o aderiscono al liberalismo, tra coloro che (secondo la sua visione del mondo) liberali lo sono davvero, e quanti invece solo di facciata. Il confronto a cui egli ricorre è tra l’imperfettista Einaudi e il perfettista Keynes: «Einaudi era liberista. Keynes non lo era» [ivi, p. 87].

In conclusione, il filone qui considerato di economisti italiani liberisti ha rivendicato la necessità di uno studio dell’economia non dissociato dalle pulsioni più profonde dell’azione umana. Per questo motivo, pur accogliendo vari elementi della scuola «austriaca», Ricossa può considerarsi l’erede contemporaneo forse più consapevole della tradizione italiana di pensiero economico liberista, qui riproposta nel considerare la figura, per eccellenza imperfettista, dell’imprenditore.

Bibliografia

Bresciani-Turroni C., Le vicende del marco tedesco, Università Bocconi, Milano 1931; Einaudi L., Lezioni di politica sociale (1949), con una nota introduttiva di F. Caffè, Einaudi, Torino 1972; Ferrara F., Opere complete edite e inedite, voll. 14, pubblicati sotto gli auspici dell’Associazione Bancaria Italiana e della Banca d’Italia, Roma 1955-2001; Pantaleoni M., Erotemi di economia (1924-25), voll. 2, Cedam, Padova 1963-64; Pareto V., Corso di economia politica (1896-97), Boringhieri, Torino 1961; Id., Trattato di sociologia generale (1916), edizione critica a cura di G. Busino, voll. 4, Utet, Torino 1988; Ricossa S., Dizionario di economia, Utet, Torino 1982; Id., La fine dell’economia. Saggio sulla perfezione (1986), prefazione di E. Colombatto, Rubettino – Leonardo Facco, Soveria Mannelli – Treviglio 2006.

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Brano tratto dal "Dizionario del liberalismo italiano", edito da Rubbettino Editore. Clicca qui per acquistarlo con il 15% di sconto