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Ideologia

di Luciano Pellicani

Coniato da Destutt de Tracy per indicare lo studio scientifico della nascita e della diffusione delle idee, il termine ideologia è entrato nel lessico delle scienze sociali grazie al particolare significato datogli da Marx ed Engels. Per i padri fondatori della concezione materialistica della storia, la società è un enorme edificio la cui base reale è il modo di produzione caratterizzato dal dominio che una minoranza, grazie alla proprietà delle «sorgenti della vita», esercita sulla massa di coloro che sono privi dei mezzi di sussistenza. Conseguentemente, la classe che detiene il monopolio della produzione materiale detiene, eo ipso, il monopolio della produzione spirituale. Talché le idee della classe dominante sono, necessariamente e in ogni epoca, le idee dominanti. Infatti, la classe che dispone dei mezzi di produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale. E le idee dominanti non sono altro che l’espressione ideale dei rapporti materiali dominanti; sono, in altre parole, l’espressione dei rapporti che fanno di una classe la classe dominante e dunque sono le idee del suo dominio. Ed è, appunto, questa l’ideologia: l’insieme dei prodotti spirituali che caratterizza una determinata formazione sociale. Di conseguenza, «la morale, la religione, la metafisica e ogni altra forma ideologica, e le forme di coscienza che ad esse corrispondono, non conservano oltre la parvenza dell’autonomia. Esse non hanno storia, non hanno sviluppo, ma gli uomini che sviluppano la loro produzione materiale e le loro relazioni materiali trasformano, insieme con questa loro realtà, anche il loro pensiero e i prodotti del loro pensiero». E tutto ciò accade con inesorabile necessità poiché «non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza».

Ancorché priva di autonomia, la produzione ideologica svolge una funzione di primaria importanza: legittima il dominio di classe dei detentori dei mezzi di produzione presentandolo come l’espressione di interessi generali. Pertanto, l’ideologia – vale a dire la sovrastruttura spirituale che si sviluppa spontaneamente sulla struttura materiale – è una visione irrimediabilmente distorta della realtà. Tutto accade come se una sorta di tracoma sociale impedisca, sia alla classe dominante che alla classe dominata, di vedere la società quale essa è effettivamente: una organizzazione basata sullo sfruttamento degli have-nots da parte degli haves. È vero che, proprio grazie all’ideologia, gli attori sociali prendono coscienza di sé, ma si tratta di una «falsa coscienza». Sin dalla sua nascita, «lo spirito porta in sé la maledizione di essere infetto della materia». E si tratta di una infezione di tale natura che «nell’intera produzione ideologica gli uomini e i loro rapporti appaiono capovolti come in una camera oscura». Esiste, tuttavia, la possibilità di uscire dalla falsa coscienza: l’eliminazione della maligna istituzione – la proprietà privata – che ha generato un «mondo stregato, deformato, con la testa in giù». Quando la rivoluzione comunista rovescerà il mondo rovesciato, allora, finalmente, gli uomini potranno accedere alla verità. Una verità, peraltro, di cui sono misteriosamente già in possesso coloro che hanno lacerato la «pelle borghese» e che, precisamente per questo, sono in grado di percepire il telos cui tende irresistibilmente la storia universale: la società collettivistica basata sulla socializzazione dei mezzi di produzione.

A partire dalla fondazione della Internazionale comunista, la teoria marxiana dell’ideologia come falsa coscienza fu utilizzata come una formidabile arma spirituale per demonizzare l’intera tradizione liberale, bollata come espressione degli interessi di classe della borghesia plutocratica e destinata ad essere rasa al suolo dalla rivoluzione proletaria mondiale. L’idea di fondo – sviluppata in maniera organica in Storia e coscienza di classe di György Lukàcs – è che gli uomini saranno irrimediabilmente ottenebrati dalla ideologia borghese fino a quando le relazioni sociali saranno tiranneggiate dalla logica del mercato, che ha inaugurato il «tempo della corruzione universale». Ne consegue che lo specifico compito degli intellettuali che si sono identificati con la causa del proletariato è quello di denunciare, in tutte le sedi e in tutti i modi, la natura classista dei valori, delle istituzioni e delle pratiche della civiltà occidentale, la quale, simile al dio Moloch, pretende il mondo intero come vittima a lui spettante. Non diversamente da quello che accade nelle dottrine gnostico-manichee, il mondo, per Lukàcs, è spaccato in due: da una parte l’imperialismo capitalistico, nel quale i lavoratori sono accecati dalla «falsa coscienza» che li induce ad accettare supinamente il dominio della borghesia; dall’altra il movimento che, illuminato dalla teoria del socialismo scientifico, lotta per realizzare «una rottura totale con tutte le istituzioni e le forme di vita derivanti dal mondo borghese».

Il primo tentativo di salvare il nucleo scientifico del concetto di ideologia, sottraendolo al suo uso polemico, si registra con Ideologia e utopia di Karl Mannheim. Mannheim parte dal riconoscimento che Marx, sottolineando la determinazione sociale del pensiero, ha compiuto una «rivoluzione copernicana», grazie alla quale è nato un nuovo campo di indagine: quello della sociologia della conoscenza. Egli, tuttavia, ritiene che sia euristicamente fertile distinguere due forme di ideologia: quella particolare e quella generale. L’ideologia particolare è «la contraffazione più o meno deliberata di una situazione reale alla esatta conoscenza della quale contrastano gli interessi di chi sostiene l’ideologia stessa». Essa, pertanto, è una deformazione che si manifesta sotto forma di menzogne consapevoli o semicoscienti, di inganni calcolati verso gli altri o di autoillusioni. L’ideologia generale, invece, è la Weltanschuung che caratterizza una classe o una intera società. La prima deve essere studiata facendo ricorso alle categorie analitiche della psicologia; la seconda a quelle della sociologia. In quest’ultimo caso sorge, ineludibile, una problema: se effettivamente l’intera produzione spirituale è irrimediabilmente determinata (e deformata) dalla conformazione materiale della società, come è possibile una conoscenza razionale e oggettiva. Non sono, forse, tutti i prodotti spirituali sottoposti alla legge (distorcente) dell’ideologia generale?

Mannheim ha creduto di evitare il nichilismo epistemologico assegnando a una categoria di attori sociali privilegiata – l’intellighenzia socialmente disancorata – il potere di leggere la realtà al di fuori di ogni condizionamento di classe. Una soluzione che, con fine ironia, Robert Merton ha paragonato al tentativo del barone di Münchausen di sollevarsi tirandosi per i baffi.

L’influenza del concetto marxiano di ideologia la si riscontra anche nel Trattato di sociologia generale. Qui Vilfredo Pareto introduce una netta distinzione fra teorie logiche e teorie non-logiche. Queste ultime, battezzate «derivazioni», non hanno alcun contenuto scientifico: sono costruzioni simboliche che hanno la funzione di razionalizzare le reali motivazioni che sono alla base dell’agire delle élites che aspirano a conquistare il dominio sulle masse. Sono, pertanto, maschere, dietro le quali si nascondo i «residui», che sono le passioni che, in tutti i tempi e in tutte le società, animano gli uomini. E ciò accade perché «molto spesso gli uomini non hanno coscienza delle forze che li spingono ad agire e danno alle loro azioni cause immaginarie, molto diverse da quelle reali». Specifico compito delle scienze sociali è quello di individuare, dietro l’aspetto formale delle derivazioni, il loro significato reale. Ma, mentre in Marx la sovrastruttura ideologica è una manifestazione necessaria della struttura socio-economica, in Pareto essa è spiegata ricorrendo a variabili psicologiche. Inoltre, Pareto insiste sulla ubiquità della razionalizzazione ideologica: essa è riscontrabile in tutti i partiti e in tutte le classi sociali, mentre per Marx esiste un punto di vista privilegiato: quello del proletariato rivoluzionario, il quale, tuttavia, può prendere coscienza della sua missione storica solo grazie all’intervento di un soggetto esterno. Questo soggetto esterno alla classe è il Partito comunista il quale, «dal punto di vista della teoria, ha il vantaggio sulla restante massa del proletariato per il fatto che conosce le condizioni, l’andamento e i risultati generali del movimento proletario».

Chiaramente, Marx propone una nuova versione del mito platonico della caverna. I comunisti, esattamente come il filosofo di Platone, hanno una visione diretta della verità grazie al fatto che sono usciti dalla caverna, nella quale l’umanità vive scambiando le ombre per la realtà. Ne deriva quello che Ludwig von Mises ha chiamato il «polilogismo», il quale distrugge la possibilità di una discussione razionale, dal momento che tutto ciò che viene etichettato come borghese è, irrimediabilmente, un prodotto della falsa coscienza. E, infatti, nel Manifesto del Partito comunista,Marx ed Engels non hanno esitazione alcuna ad affermare che «le leggi, la morale, la religione sono altrettanti pregiudizi borghesi, dietro i quali si nascondo altrettanti interessi borghesi». Non sorprende, pertanto, che buona parte della pubblicistica comunista altro non è stata che una accanita denuncia della natura di classe di tutte le forme di pensiero estranee alla ortodossia marxleninista.

Nella seconda metà del XX secolo il termine ideologia acquista un nuovo valore semantico. Diventa una parola fortemente polemica per connotare negativamente una specifica forma mentis: la mentalità chiusa, dogmatica, rigida che caratterizza non più una classe, bensì quei partiti che rifiutano la cultura liberale, alla quale contrappongono una cultura rivoluzionaria il cui obbiettivo è quello di creare un mondo nuovo radicalmente altro rispetto a quello esistente. Così venne intesa da Raymond Aron nell’Oppio degli intellettuali; e così venne intesa anche da Daniel Bell nella Fine dell’ideologia:due pamphlet che suscitarono accesi dibattiti in un contesto storico dominato dalla Guerra Fredda fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. La quale non era solo una guerra politica fra due superpotenze che si contendevano il dominio del pianeta Terra; era, anche e soprattutto, una guerra culturale fra due modelli alternativi e reciprocamente incompatibili di organizzazione sociale: da una parte quello liberal-democratico e dall’altra quello totalitario. Donde quella che è stata definita la militarizzazione del pensiero e il conseguente uso della parola ideologia come un’arma spirituale. Schierarsi, per gli intellettuali, divenne una sorta di imperativo categorico. Donde altresì la nascita dell’iconoclasta di professione, permanentemente impegnato a demistificare i miti che, a suo dire, impediscono una corretta percezione della realtà.

Ancora più radicale la critica dell’ideologia che si trova nelle Origini del totalitarismo di Hannah Arendt. La Arendt parte dalla constatazione che le ideologie – «ismi che per la soddisfazione dei loro aderenti possono spiegare ogni cosa e ogni avvenimento facendoli derivare da una singola premessa» – sono un fenomeno molto recente. Esse hanno assunto un ruolo fondamentale nella storia solo con la traumatica irruzione dei movimenti totalitari di massa, i quali costituiscono una novità assoluta nella misura in cui sono, per l’appunto, animati da una ideologia, vale a dire da una visione del mondo tutto-abbracciante il cui obbiettivo è di rimodellare la totalità del reale per riportalo a nuova vita. Le ideologie sono, pertanto, vere e proprie dichiarazioni di guerra contro l’esistente centrate su un’unica idea: l’identificazione del Male in tutte le sue manifestazioni con una determinata categoria di individui. Questi – i borghesi nel totalitarismo comunista, gli ebrei nel totalitarismo nazista – sono concepiti come i portatori di una malattia morale che inquina il popolo, corrompendolo sin nelle sue più intime fibre. Una volta giunto al potere, il movimento totalitario procede a mutare la realtà secondo i suoi postulati ideologici. Nasce così il regime ideocratico, animato da un unico ossessivo obbiettivo: purificare il corpo sociale sterminando i portatori del Male. Donde l’istituzionalizzazione del terrore in permanenza e la conseguente creazione di un mondo a parte: l’universo concentrazionario, luogo di scarico delle impurità. In tal modo, l’ideologia al potere sfocia nella purga permanente, la quale, una volta che sia portata alle sue estreme conseguenze, non può non mettere in forse l’esistenza stessa del sistema totalitario. Una tesi, quella della Arendt, già sostenuta da Albert Camus, quando, nel 1947, definiva le ideologie «Utopie assolute che si distruggono da sé, nella Storia, per il prezzo che in ultima istanza esigono».

Non diversa la tesi sostenuta, sulla base di una imponente documentazione, da Aleksandr Solženicyn nell’Arcipelago Gulag. Gli stermini di massa e il Grande Terrore non hanno rappresentato una deviazione rispetto al tracciato della Rivoluzione bolscevica, bensì l’applicazione burocratica dei principi dell’ideologia marxleninista. «L’Arcipelago nacque con le cannonate dell’Aurora» – afferma perentoriamente Solženicyn – e altro non fu che il passaggio dalla potenza all’atto della Dottrina Infallibile, alla luce della quale nulla doveva restare come prima e tutto doveva assumere una forma nuova, affatto inedita: una operazione catartica che esigeva lo sterminio dei parassiti e delle sanguisughe che infestavano il corpo, inquinato, della società russa.

Nella letteratura sociologica e politologica si riscontra, oltre al significato «forte» di ideologia come falsa coscienza o come visione dogmatica della realtà, un significato «debole». Carl J. Friedrich, in Man and His Government, definisce le ideologie «sistemi di idee connessi con l’azione» che comprendono, in modo tipico, un «programma e una strategia per la sua attuazione». Per David Easton, esse sono quelle costruzioni simboliche e quei principi etico-politici espliciti ed elaborati che «definiscono gli scopi, l’organizzazione e i confini della vita politica» e che, in aggiunta, offrono «una interpretazione del passato, una spiegazione del presente e una visione del futuro». Così concepite, le ideologie sono un elemento essenziale e insopprimibile della vita politica. Lo sono, in particolare, nelle democrazie liberali, centrate sulla istituzionalizzazione della competizione permanente fra minoranze organizzate in partiti che si contendono il consenso del demos; una competizione nella quale sono in gioco non solo gli specifici programmi, ma anche le visioni della «giusta società» strettamente legate a una determinata Weltanshauung. Il che ha portato Joseph Schumpeter a sostenere con forza l’onnipresenza e onnipervasività delle ideologie e a ricordare che è una illusione la pretesa, tipica degli intellettuali marxleninisti, di leggere il mondo senza una lente ideologica. Ciò non implica l’equivalenza delle ideologie. Implica solo che l’idea di ideologia scientifica è un ossimoro, una contraddizione in termini, un concetto impensabile. Che è, poi, la conclusione cui era già giunto Gaetano Mosca, e cioè che la natura sociale degli uomini è tale che essi sentono l’insopprimibile bisogno di governare e sentirsi governati non sulla base della mera forza materiale, ma anche su quella di un principio morale.

E le formule ideologiche sono, per l’appunto, le costruzioni simboliche che, nella misura in cui sono in grado di «cementare l’organizzazione politica di un popolo e di una intera civiltà», soddisfano tale bisogno universalmente sentito. Analogamente, José Ortega y Gasset ha molto insistito sul fatto che la base spirituale della esistenza storica delle società è, sempre e inevitabilmente, un sistema di credenze pre-scientifiche vissute come la realtà stessa. Donde la sua definizione dell’uomo come «animale ideologico».

Bibliografia

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