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Giolittismo

di Valerio Zanone

Si intende per «età giolittiana» il periodo storico dall’inizio del Novecento alla vigilia della Prima guerra mondiale. Senza dimenticare il primo governo formato da Giovanni Giolitti nel maggio 1892 all’ultimo terminato nel luglio 1921, il giolittismo si estende infatti su un trentennio di vita italiana. Quel trentennio per un verso conclude l’epoca classica dell’Ottocento liberale, e per altro verso già contiene e prepara l’Italia delle organizzazioni sociali e politiche di massa, che consegnerà i liberali al loro destino minoritario. Dopo la Grande Guerra e di fronte ai movimenti di massa verrà meno la capacità di mediazione del giolittismo, e con essa il suo costante filo conduttore, inteso a includere i ceti più vasti nella vita pubblica per consolidarne le istituzioni.

Un tema ricorrente dell’antigiolittismo è la caduta di tensione ideale che segnerebbe il passaggio dal primo governo dello Stato nazionale alla cosiddetta «Italietta» prosaica. La personalità di Giovanni Giolitti mostra invece che fra la tradizione risorgimentale del liberalismo tricolore e il liberalismo democratico tentato agli inizi del nuovo secolo la linea della transizione fu anche una linea di continuità. Nel suo primo programma elettorale del 1882 Giolitti rivendicava secondo il costume liberale la sua dedizione ai valori della Corona e dello Statuto e la sua appartenenza alla tradizione del Risorgimento piemontese, dalla discorde concordia fra D’Azeglio, Cavour e Rattazzi fino alla Destra storica di Lanza e Sella; e la fedeltà alla medesima tradizione fu rivendicata da Giolitti quasi quarant’anni dopo nel 1925, quando per non tradirla fu obbligato a dimettersi dalla presidenza della provincia di Cuneo.

Nella personalità di Giolitti la fedeltà alla tradizione risorgimentale si accompagnava a un’indole democratica nativa, rievocata con accenti di orgoglio nelle Memorie della mia vita. L’autobiografia inizia dalla storia della Val di Macra, terra di montanari irreducibili che fino agli inizi del Quattrocento avevano conservato l’indipendenza della loro minuscola repubblica; poi costretti a piegarsi ai marchesi di Saluzzo avevano però ottenuto di continuare a nominare i propri giudici, e avevano proposto come condizione che «nella valle non dovessero mai essere introdotti né il feudalesimo né l’inquisizione religiosa», e quando infine la signoria sulla valle era passata dai Saluzzo ai Savoia, erano entrati in guerra a difesa dei gruppi protestanti residenti nella valle. L’insurrezione era stata repressa e gli ufficiali che avevano guidato la spedizione sabauda erano stati nominati feudatari dei villaggi. «Ma – conclude compiaciuto Giolitti – i valligiani deliberarono che il primo dei feudatari che mettesse piede nel paese fosse ammazzato. Nessuno tentò mai l’avventura e la valle mantenne la sua democrazia». [Giolitti (1922) 1982, p. 29]. L’opzione giolittiana per la democrazia ha una radice ancestrale che, come intuì Gobetti, è psicologica prima che politica. Il giolittismo restava fedele alla tradizione del Risorgimento che associava la causa nazionale con la causa monarchica, in linea con il liberalismo cavouriano. Ma a un tempo nel temperamento di Giolitti restava la traccia della «fiera indole democratica» della sua terra d’origine, che lo portava a essere servitore leale della Corona senza diventare uomo di Corte.

Semplice e volutamente prosaico nell’eloquio, «puro fantastico e retore» nello stile, il giolittismo celebrato nella Storia d’Italia di Benedetto Croce era in realtà animato da un sentimento di «seria devozione alla Patria» [Croce (1928) 2004, p. 283] che non fu compreso appieno dalla cultura del tempo. Fu soprattutto dopo la caduta del fascismo che il giolittismo ebbe riparazione rispetto alle critiche di cui Giolitti fu oggetto in vita. Può valere per paradigma il caso di Gaetano Salvemini che al culmine della «dittatura parlamentare» di Giolitti lo aveva bollato quale «ministro della mala vita» e soltanto nel 1945 ammise che quel giudizio andava corretto in termini più moderati. Nell’introduzione al saggio di William Salomone sull’età giolittiana, Salvemini concesse almeno che Giolitti era senz’altro migliore del suo successore Mussolini, ma anche non peggiore di molti politici non italiani studiati da Salvemini negli anni di esilio. Di più, Salvemini riconobbe che il suo scritto del 1910, dettato dallo spirito di crociata, non aveva aiutato l’evoluzione della vita italiana verso forme meno imperfette di democrazia, ma al contrario aveva fornito argomenti utili alla «vittoria dei gruppi militaristi nazionalisti e reazionari che trovarono la democrazia di Giolitti anche troppo perfetta» (Salvemini (1945) 1949, p. 29).

Per rimuovere «la leggenda nera» coniata da Salvemini, Giovanni Ansaldo intitolò Il ministro della buona vita la sua biografia di Giolitti, in cui i costumi semplici e la vita modesta dello statista erano contrapposti all’irrazionalismo dannunziano, alla retorica nazionalista e in generale al «gusto filodrammatico» degli italiani «fatti sui libretti di opera» [Ansaldo 1949, p. 95]. Ma il titolo del libello salveminiano restò come un marchio sulla storia di Giolitti, che del resto, lungo quasi mezzo secolo di mandato parlamentare, fu contrastato quasi sempre da opposti versanti: reazionari e rivoluzionari lo detestavano, capitalisti e socialisti ne diffidavano, i giornali lo bersagliavano con satire e caricature sopportate da Giolitti con ostentata noncuranza. L’eloquio prosaico e il pragmatismo disincantato del giolittismo non piacevano alla cultura del tempo.

Il giolittismo era materia di divisione anche nel mondo liberale cui egli apparteneva. Il suo conterraneo della valle Maira Luigi Einaudi ne apprezzava il senso pratico ma presumeva in Giolitti una povertà di alti ideali, fatta eccezione per la visione tendente a includere i ceti popolari nella vita pubblica. Per trovare una revisione almeno parziale all’antigiolittismo di Einaudi occorre nuovamente arrivare al 1945, con l’ultimo articolo di Einaudi sull’«Economist» in memoria di Marcello Soleri. L’articolo si chiude con l’omaggio reso a Soleri e Giolitti e al loro comportamento virile quali epigoni della democrazia liberale di fronte alla dittatura. Ma una revisione più sostanziale, ancorché implicita, del giudizio di Einaudi sul giolittismo si trova nel suo messaggio dopo il giuramento come presidente della Repubblica: dove Einaudi esalta come conquista di civiltà il suffragio universale, che vincendo le resistenze dei liberali conservatori era progressivamente maturato nell’età giolittiana.

Anche in Pietro Gobetti l’antigiolittismo è ricorrente con accenti quasi sprezzanti su «Energie nove», nei primi scritti della sua vita breve. L’affidamento del giolittismo verso le classi medie contrastava con l’elitismo conflittuale di Gobetti, che peraltro nel libro sulla Rivoluzione liberale riconosceva in Giolitti «la mente di uomo di Stato» che «riconosce il suo compito nel creare un’atmosfera di tolleranza nei suoi conflitti sociali che si annunciano»; e in campo sociale, non lontano dalle idee di Salvemini, salvo a presentarle «col cinismo del domatore invece che con l’entusiasmo dell’apostolo» (Gobetti 1955, pp. 39, 46, 99). Fra i liberali piemontesi tributari della scuola elitista, che aveva avuto cattedra a Torino con Gaetano Mosca, il più giolittiano fu senz’altro Filippo Burzio, che negli anni Venti attribuì all’ottuagenario Giolitti la statura del demiurgo capace di manipolare il fango senza sporcarsi le mani, di fronteggiare le agitazioni di massa senza atteggiarsi al tribuno, di superare con borghese buon senso i timori della borghesia, di mantenere ferma anche di fronte all’occupazione delle fabbriche la superiorità del senso dello Stato. Nel giudizio del Burzio Giolitti opponeva la sua superiore imparzialità tanto ai conservatori che lo bollavano come «bolscevico dell’Annunziata», quanto ai rivoluzionari che progettavano di sovvertire lo Stato «come a Mosca». In ciò consiste un elemento fondamentale del giolittismo: mentre i rivoluzionari tentavano di guadagnare lo Stato alle masse, il giolittismo al contrario tentava di guadagnare le masse allo Stato, per rimediare alla gracilità di istituzioni non pienamente rappresentative. L’impopolarità che accompagnò lunghi tratti della carriera pubblica di Giolitti non coglieva il significato pieno del suo programma di governo, che come egli scrisse nelle Memorie, già al tempo del primo ministero intendeva «prendere in considerazione gli interessi e le aspirazioni delle masse popolari e lavoratrici, che in quasi tutto il paese soffrivano sotto la pressione di condizioni economiche, di salario e di vita, spesso addirittura inique» [Giolitti 1984, p. 64].

La comprensione piena del giolittismo venne dopo la sua morte e segnatamente dopo la caduta del fascismo, quando nella storiografia del secondo Novecento si diffuse «quel rimpianto nostalgico per l’Italia e l’Europa anteriori alla prima guerra mondiale, che ne è oggi un tratto fondamentale» [Salvatorelli 1964, p. 422-423]. Ma già nel 1927 il giolittismo aveva trovato la consacrazione più alta nella Storia d’Italia di Croce: dove Giolitti campeggia come statista «di grande accortezza e di grande sapienza parlamentare [….] ma non meno vigoroso sentimento dello Stato, di profonda perizia amministrativa, di concetti semplici o meglio, ridotti nella sua mente e nella sua parola alla loro semplice e sostanziale espressione» [Croce (1928) 2004, p. 283]. L’ammirazione di Croce nei confronti di Giolitti si era formata nell’esperienza diretta del suo ultimo governo. Molti anni dopo, nella lettera scritta in prefazione del libro di Gaetano Natale su Giolitti e gli italiani, il filosofo rievoca i suoi ricordi di ministro nel 1920:

nella partecipazione al governo di Giolitti mi trovai accanto a un uomo serio e severo, prudente ed energico, in tutto quanto toccava all’Italia, lo Stato, la libertà; esperto quasi in ogni ramo dell’amministrazione e insieme conoscitore dei più diversi personaggi italiani, non esclusi quelli che fanno scuotere la testa e che tuttavia stanno nel mondo e talvolta conviene in politica acconciatamente adoperare affinché rendano utili servigi, superiori alle loro intenzioni [Natale 1949, p. 11].

La lettera di Croce a Natale precede di poco il discorso pronunciato nel 1950 a Torino da Palmiro Togliatti, che resta fra le più lucide analisi del giolittismo, considerato da Togliatti il tentativo più avanzato compiuto dalla borghesia liberale per mettere sotto controllo i conflitti sociali del primo Novecento e coinvolgere i dirigenti della classe operaia nella collaborazione governativa; i dirigenti più che i rispettivi partiti, in quanto il parlamentarismo giolittiano dei partiti non faceva gran conto e piuttosto si configurava come oligarchia parlamentare. All’inizio del Novecento, notava Togliatti, nei comizi operai del nord Giolitti era applaudito per la non ingerenza nelle agitazioni sindacali; ma presto la sua popolarità era stata rimossa dalle polemiche dei socialisti, culminate nel 1910 con l’invettiva salvemininiana contro il ministro della malavita. Anche più veemente era stato peraltro l’attacco contro Giolitti a causa del suo neutralismo, sferrato dai nazionalisti nel 1914. Fu allora che, secondo Togliatti, «il termine stesso giolittismo venne ad assumere nel vocabolario politico italiano corrente, significato spregiativo, quasi corrompimento di uomini e di cose, ad arte favorito dal governare per rendere illecitamente più solido, meno controllato e meno controllabile il proprio potere» [Togliatti 1963, p. 80]. Nel discorso di Torino, Togliatti prendeva apertamente partito in favore di «quel brav’uomo di Cuneo» cui era bastata la lettura della Teorica del soprannaturale di Gioberti per archiviare la filosofia, contro gli intellettuali che al solito ne dileggiavano lo stile burocratico e prosaico. Nella Voce del 1912 Giuseppe Prezzolini aveva messo a fuoco il contrasto fra lo stile giolittiano e il costume letterario: «è il ritmo del codice commerciale scandito in una nazione di versaioli e di pindarici»: ma poi la sferza dell’ironia sarebbe caduta tutta su Giolitti: «egli gettava sempre intorno a sé, per gli uomini che hanno un poco di ispirazione e di fede, un senso di repulsione e di sdegno». Al contrario, l’ironia di Togliatti batteva sulla cultura dei «filosofi dilettanti, hegeliani per le donne, poeti del superuomo, vati della nazione e cose simili» [Togliatti 1963, p. 81]; mentre nei confronti di Giolitti arrivava a ritenere che le sue spregiudicate manipolazioni elettorali fossero ampiamente riscattate dall’azione svolta per estendere il suffragio fino alle soglie dell’universalità; e infine non esitava a definire il discorso di Dronero del 1919 «il più avanzato manifesto politico lanciato da un uomo delle classi dirigenti borghesi in Italia» [ivi, pp. 84,90].

Lungo trent’anni di governo, il passo lungo del pragmatista prudente nel procedere «a misura che si può», era guidato da un filo conduttore di alta ambizione strategica: l’idea di un liberalismo democratico che gradualmente aprisse al popolo degli esclusi l’accesso alla vita pubblica al fine di consolidare dalla base le istituzioni liberali. Seguendo quella linea di continuità l’opera di Giolitti nel parlamento e nel governo transita nel tempo dalla politica fiscale e finanziaria alla politica del lavoro e dell’ordine pubblico: e poi dalla politica interna alla politica internazionale. Al suo esordio elettorale nel 1882, Giolitti scriveva al conterraneo Antonio Riberi di riconoscersi nell’indirizzo del governo di Depretis, e quanto a sé aggiungeva: «entrando in Parlamento mi occuperei in modo più speciale delle questioni finanziarie e di imposte nelle quali per le funzioni esercitate negli ultimi anni, di ispettore generale delle finanze, di direttore generale delle imposte e di segretario generale della Corte dei Conti, ebbi occasione di studi più diligenti e di acquistare maggiore esperienza» [Mola, Ricci, 2007-2010, vol. III t. I, p. 20]. Dal tratto iniziale del giolittismo già si delinea quel principio di equità sociale che ricorre nella politica fiscale di Giolitti e quasi quarant’anni dopo lo porterà nel suo quinto e ultimo governo a presentare il disegno di imposta progressiva.

Nell’interpretazione di Croce l’esperienza del «riformatore del sistema tributario, che giudicava progressivo a rovescio» è associata all’insofferenza psicologica di Giolitti nei confronti dei plurocrati «che allo Stato sogliono chiedere unicamente la garanzia dei propri averi e del proprio comodo»; ma l’esperienza professionale e il carattere personale formano soltanto i presupposti di una superiore visione politica: «un’altra sollecitudine lo muoveva: il pensiero che la classe politica italiana fosse ormai troppo esigua di numero e a rischio di esaurirsi, e che perciò convenisse chiamare via via nuovi strati sociali ai pubblici affari» [Croce (1928) 2004, pp. 243, 283]. Con il nuovo secolo la legislazione sociale del giolittismo prese corpo, nel secondo governo, con le riforme delle opere pie, della sanità pubblica, della cooperazione, e con le leggi speciali per Napoli e per la Basilicata; seguirono nel terzo governo le leggi speciali per Calabria, Sicilia, Sardegna e le leggi di riforma del lavoro femminile e infantile; e nel quarto governo le leggi sulla scuola primaria, il progetto di avocazione allo Stato delle assicurazioni sulla vita, l’estensione del diritto di voto. Ma intanto nel 1901, con l’assunzione del ministero dell’Interno nel governo di Zanardelli, l’attenzione di Giolitti si era allargata dalla politica fiscale e finanziaria alla politica dell’ordine pubblico, messo in agitazione dai conflitti del lavoro. L’indirizzo giolittiano per la tutela dell’ordine pubblico affermava in via di principio la neutralità del governo rispetto agli interessi in conflitto, ma di fatto favoriva la richiesta dei lavoratori per migliori condizioni retributive. Ne sono prove eloquenti i telegrammi ai prefetti. 26 marzo 1901, telegramma di Giolitti al prefetto di Agrigento: «deplorevole che si cerchi ancora ribassare mercedi operai minime. Procuri che causa sciopero sia tolta, mantenga ordine pubblico senza in alcun modo violentare libertà operai». 12 aprile, al prefetto di Novara: «Siamo di fronte a un movimento economico irresistibile che tende al miglioramento delle condizioni dei contadini. Perciò l’azione del governo deve tenderlo a regolarlo facendo si che le domande degli operai siano tenute in limiti ragionevoli, e che proprietari le esaminino con benevolenza e col proposito di accoglierle quando siano giuste». 19 maggio, al prefetto di Bologna: «Prefetto agisca contro proprietari richiamandoli a maggiore equità, a sentimenti più umani, diffidandoli che governo non adopererà mai la forza per sostenere interessi non legittimi. Governo tutelerà a qualunque costo ordine pubblico e libertà lavoro, ma non oltrepasserà mai limiti della più stretta legalità» [Mola, Ricci, 2007-2010, vol. III, t. I, pp. 562, 568, 598].

Quanto al passaggio dalla politica interna alla politica internazionale, fu ancora Croce a giustificare la responsabilità di Giolitti nell’impresa libica, motivata secondo Croce, ancor prima che dagli equilibri delle potenze europee nel mediterraneo, dalla necessità di dare corso a un sentimento nazionale irrefrenabile, come un buon padre avrebbe fatto per accontentare una figlia innamorata [Croce (1928) 2004, p. 339]. La continuità del giolittismo al passaggio dalla politica interna a quella internazionale ha la sua principale attestazione nel discorso di Dronero del 1919, dove l’abituale linguaggio pragmatico assume toni di commossa eloquenza invocando l’abolizione della schiavitù. Anche nel discorso di Dronero non mancano elementi di politica fiscale, quali i prelievi sui profitti di guerra, la tassazione progressiva sulle successioni, la nominatività dei titoli al portatore; ma l’apice del discorso va oltre, fino a porre in discussione lo Statuto Albertino che all’art. 5 riservava al Re la dichiarazione di guerra. Al silenzio che Giolitti si era imposto negli anni di guerra subentra la deprecazione delle «malsane ambizioni ed i loschi interessi» che avevano spinto al conflitto, e la volontà di impedirle per il futuro, ponendo termine alla diplomazia segreta e affidando al parlamento le decisioni di politica estera e le scelte fra guerra e pace.

Nel discorso di Dronero del 1919 trova la più severa espressione l’opzione di fondo che Giovanni Giolitti aveva tracciato fino al 1886 in un discorso elettorale a Caraglio, l’opzione fra «politica imperiale» e «politica democratica». In tutto il percorso del giolittismo resta segnato lo spartiacque fra le due concezioni politiche. La politica imperiale di potenza vuole il governo forte sostenuto dagli interessi più forti, e si traduce in un bilancio pubblico destinato in primo luogo alla spesa militare. Sull’altro versante, la politica democratica di pace tende a un ordine sociale di proprietà diffusa, nella convinzione che ogni nullatenente che divenga proprietario diventa con ciò difensore dell’ordine. Il giolittismo si riassume in una politica democratica destinata «a rappresentare il nuovo liberalismo, rivolto anzitutto a favorire gli svolgimenti democratici non più nel solo campo politico ma anche in quello economico» [Natale 1949, p. 1]; e in una concezione moderna del ruolo di governo, per «adeguare ai progressi dell’economia le condizioni delle classi popolari e ottenere per questa via la loro adesione alle istituzioni liberali» [Gentile 1977, p. 24]. Con il quinto governo il giolittismo potrebbe dirsi sopravvissuto all’età giolittiana, frantumata nel sisma della Grande Guerra. Giolitti aveva tentato di impiantare nell’Italia del Novecento una democrazia aperta, che prendesse coscienza «delle grandi forze extrarisorgimentali, i socialisti e i cattolici» e tentasse di «inserirle gradualmente e pacificamente nell’alveo delle legalità» [Spadolini 1985, p. 16]. Ma il tempo era scaduto e l’abilità parlamentare non bastava più a tenere le fila della vicenda. Dopo l’ennesimo rifiuto dei socialisti a collaborare nel governo, Giolitti aveva perduto fiducia in quel parlamento che il 16 novembre 1922 avrebbe subìto l’epiteto di aula sorda e grigia. Il 28 ottobre, mentre il Re si apprestava a conferire l’incarico di governo a Mussolini, nella solitudine della sua casa a Cavour Giolitti sembrava quasi rassegnato a vedere come la storia gli sfuggisse di mano.

Di fronte all’insorgenza del fascismo Giolitti condivise le fatali illusioni della classe liberale del tempo. Si illuse dapprima che fosse possibile disinnescarne la carica eversiva, ricondurla sui binari costituzionali, ristabilire l’ordine senza atti di forza come era accaduto per l’occupazione delle fabbriche. Non contrastò la riforma elettorale di Acerbo ma presentò, almeno in Piemonte con qualche risultato nelle circostanze date, una autonoma lista liberale, e nel novembre 1924 passò finalmente all’opposizione. Così ancora nel 1928 potè prendere la parola alla Camera nel suo ultimo, breve e contrastato discorso contro la nuova legge elettorale che metteva fine al regime dello Statuto. Per l’epoca cui appartiene, il giolittismo contiene in sé le tracce ambientali del positivismo ottocentesco e della filosofia del progresso, particolarmente attiva nel Piemonte del tempo. Ma dall’ottimismo storico abitualmente intrinseco alla filosofia del progresso, Giolitti si differenzia per il carattere personale, tutto improntato a un realismo che sconta in partenza il legno storto dell’umanità e quindi prescrive allo statista di fare come il sarto che deve vestire un gobbo; tenere conto della realtà quale essa è, senza illusioni e senza rassegnazioni. La serietà che Croce ammirava in Giolitti è nella solida abitudine a fare sempre i conti con la realtà, senza rinunciare mai a riformarla.

Bibliografia

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