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Giolittismo (Anti)

di Eugenio Di Rienzo

Dopo il 1918, la questione del liberalismo, la sua definizione storica e teorica, le sue prospettive di sviluppo, i suoi progetti di riforma costituivano uno dei maggiori punti controversi per saggiare l’identità e la continuità della vita nazionale, in vista della rapida modificazione del sistema post-risorgimentale che il grande conflitto, con le sue ricadute destabilizzanti sul quadro sociale, politico, istituzionale, aveva provocato. Tutto questo già appariva con nettezza, tra febbraio e marzo del 1919, a partire dalla polemica tra Mario Missiroli e Giovanni Gentile sulla possibilità, sostenuta dal primo, di una trasformazione dell’idea liberale in semplice «molla di progresso, che era passata ormai di esclusiva competenza dei socialisti», considerato «il conservatorismo reazionario proprio del partito liberale». Ipotesi alla quale Gentile obiettava la duplice funzione del liberalismo in quanto «concezione dello Stato come libertà e della libertà come Stato», inconciliabile quindi con la dottrina socialista, ma anche e specialmente con i rischi insiti in un sistema di «liberalismo conciliatore, che accosta e accorda le idee rappresentative degli interessi sociali». Il traviamento del vero liberalismo, concludeva Gentile, si era manifestato nella pratica trasformista del «giolittismo» che «per un ventennio fu, o parve, l’espressione più adeguata della vita politica italiana; ma che merita nondimeno d’essere battezzato dal nome di chi fu l’esponente più cospicuo di codesta vita e più fece per sostenerla contro tutti i tentativi di ribellione e contro l’opposizione delle minoranze più sane e pensose dell’avvenire nazionale».

Il dibattito ideale tra i due liberalismi trovava una sua precisa ricaduta politica nel contrasto tra l’ipotesi di un liberalismo progressivo maggiormente aperto ai valori e alle esigenze della democrazia industriale, che Giolitti aveva sviluppato, e il progetto di modernizzazione «non socialista ma sociale», mai meramente moderato e conservatore di quella dottrina, propugnato da Sonnino e con accenti maggiormente autoritari da Salandra in parziale sintonia con l’eresia liberale dei «giovani turchi» di Giovanni Borelli. Queste ultime tendenze tracimavano nella polemica antiparlamentare e antidemocratica e nella denuncia dell’«assolutismo giolittiano» già dispiegatasi nel crinale che aveva separato il vecchio e il nuovo secolo. Dal richiamo all’ordine di Sonnino, relativo alla necessità di ripristinare in senso nazionale l’ortodossia del governo costituzionale, attribuendo un maggior rilievo a esecutivo e corona, contro le degenerazioni del sistema parlamentare, da quello di Salandra, concentrato in una visione difensiva dal punto di vista borghese e maggiormente interessato all’aspetto istituzionale dei rapporti tra Stato e società, il passo, non breve certamente né obbligato, risultava, pure praticabile verso gli approdi della teoria dell’élite e della «classe politica» di Pareto e Mosca.

Quel passaggio andava in direzione, quindi, di una concezione della minoranza che è sempre «qualitativamente maggioranza, perché sa e può», la quale, in alternativa al mito della maggioranza sovrana in ragione del suo solo numero, si radicò fortemente nella coscienza politica di molti intellettuali italiani: dai profeti del «nuovo nazionalismo» come Papini e Prezzolini a Benedetto Croce. Concezione che, a sua volta, pareva costituire il corollario a quel tema dell’«uomo forte» già manifestatosi nella stagione crispina che, pure, nella cultura politica italiana non si presentava con un’inflessione immediatamente dittatoriale e antidemocratica ma piuttosto all’interno di un disegno di un sostanziale recupero di liberalismo.

Si trattava piuttosto, avrebbe poi commentato Gioacchino Volpe nel secondo volume di Italia Moderna, di poggiare sulla speranza di un «deus ex machina a rimedio della decadenza parlamentare», di trovare un ancoraggio esterno al sistema «visto che un organico ubi consistam» non esisteva al suo interno», di costituire un argine legale «da opporre d’urgenza all’avanzata del radicalismo», di dare spazio a una personalità che «avrebbe fronteggiato l’onnipotenza del Parlamento, fatto funzionare il Parlamento a suo dispetto, rimesso quindi paese e Governo nella normalità costituzionale e parlamentare», e in conclusione di «rimettersi alla virtù e alla capacità di un uomo, per raddrizzare un regime, magari facendo violenza ad esso».

In due volumi lucidissimi del 1934 e del 1940, che più che un esercizio di storia delle dottrine politiche costituivano un saggio di biografia politica della nazione italiana e delle sue élites politiche e intellettuali, Rodolfo De Mattei ripercorreva le tappe del processo di perversione della vita pubblica «dopo l’Unità» e del suo deragliamento fuori dai legittimi confini di un corretto sistema rappresentativo. I nodi di questo processo degenerativo erano lo strapotere della «consorteria», del «favoritismo», della «coalizione», in quanto fattori primari e decisivi dello «svisamento della funzione parlamentare» fattisi più forti dopo la caduta della Destra, la «dittatura della maggioranza» contro la reale volontà dei rappresentanti e del paese, e da ultimo l’«onnipotenza del Parlamento» in assenza della «potenza del potere esecutivo».

Ma il male oscuro della vita politica nazionale era soprattutto costituito dal monopolio della decisione politica, completamente sottratto alla pubblica opinione ed esclusivamente affidato alla Camera che, «va così sempre più diventando una parziale e fittizia rappresentanza del paese, giacché, di giorno in giorno, una quantità sempre maggiore di forze vive, di elementi atti alla direzione politica ne resta esclusa». Da tutto questo derivava l’oligarchismo imperante sotto la maschera della volontà popolare, il condizionamento reciproco tra politica e amministrazione, il trionfo del trasformismo responsabile di una «rivoluzione parlamentare» che annichiliva il sistema dei partiti, annullava la fisiologica separazione di maggioranza e opposizione, faceva venir meno la possibilità di un’effettiva alternanza di potere.

Tutte queste perversioni del sistema politico, continuava De Mattei, erano state denunciate con diversità di accenti da pubblicisti e uomini politici di diverso orientamento ma tutti vicini e in ogni caso non costituzionalmente estranei alla tradizione liberale né alla speranza di un suo rafforzamento (Stefano Jacini, Angelo Majorana, Marco Minghetti, Giorgio Arcoleo, Pasquale Turiello, Ruggero Bonghi, Sonnino), i quali si facevano latori di diverse proposte di riforma. Alcune di carattere eminentemente tecnico, riportabili a disparate ricette di ingegneria costituzionale: dall’allargamento del suffragio alla diminuzione del numero dei deputati. Altre escogitate in qualche misura «non per virtù del sistema parlamentare ma a dispetto di esso» che, soprattutto in Mosca, in Scipio Sighele, in Vittorio Emanuele Orlando, rilanciavano, secondo De Mattei, l’ipotesi salvifica del «despota di genio», dell’«uomo di così incontrastata superiorità, di così indomabile valore da stringere con mano di ferro il timone dello Stato e far sentire energicamente su tutti l’esercizio di un’azione governativa e ricostruire su basi più salde lo Stato italiano». Una soluzione che ancora De Mattei indicava indebitamente come una indiscutibile anticipazione della «proficua e duratura soluzione extraparlamentare» del 1915 e del 1922, che aveva consentito l’«ingresso attivo del popolo, al di fuori dei suoi ufficiali rappresentanti, nella vita politica del paese con una diretta e spontanea e imperativa manifestazione di volontà, che si risolveva senz’altro in una esautorazione dell’istituto».

In tutti questi progetti, il male da estirpare non era invece il sistema liberale e rappresentativo, in quanto tale, ma piuttosto quello indicato con la pregnante definizione di «democrazia latina» da Giovanni Amendola. In questa democrazia spuria, falsificata, fittizia, a causa del dominio incontrastato dei poteri locali, parziali, corporativi, organizzati a livello elettorale in lobbies, clientele, gruppi di pressione, si era pervenuto allo snaturamento sistematico dei rapporti tra governo e parlamento, si era incentivata la pratica trasformistica, si era sedimentata l’instabilità dell’equilibrio sociale generale, a favore della piccola politica di interessi parziali largiti da un apparato burocratico, impermeabile a ogni ipotesi di risanamento, che aveva assunto pienamente il ruolo extraistituzionale di «quarto potere».

Nella realtà politica italiana lo scadimento della vita istituzionale determinato dalla democrazia meridiana veniva a identificarsi nel «giolittismo». Un sistema personale di potere, che sarà vissuto a destra come a sinistra dello schieramento intellettuale e politico come il più grande ostacolo a una riforma politica ma soprattutto morale del paese. Così sosteneva Prezzolini in un articolo de «La Voce» del dicembre 1909, commentando una delle ripetute ritirate strategiche di colui che restava, anche in assenza di un suo diretto impegno governativo, il solo, vero, incontrastato «padrone del Parlamento»: Il governo di Giolitti è stato parlamentare e non nazionale, cioè circondato da solida obbedienza di clientele nel parlamento e larga antipatia del paese; non è stato sostenuto da nessuna corrente di simpatia morale, non è stato offeso da nessun soffio di violenta passione disinteressata. Giolitti ha governato non con il consenso del paese, ma con una maggioranza parlamentare: e questa se l’è procurata, mantenuta con due sistemi: 1°. col porre ai ministeri uomini in generale incompetenti della materia, ma capaci di servire a puntino i deputati della maggioranza in tutti quei piccoli favori che servono a mantenere l’appoggio dei capi-elettori e dei galoppini; 2°. con la corruzione e la violenza elettorale esercitata specialmente nei collegi del mezzogiorno, per incutere terrore negli avversari e fedeltà riconoscente nei seguaci. A questi espedienti di politica parlamentare ed elettorale bisogna aggiungere la dispersione degli avanzi del più florido bilancio d’Europa in piccoli provvedimenti legislativi diretti ad acquietare piccole clientele affariste e burocratiche, senza che si risolvesse a fondo un solo problema d’interesse nazionale. Così Giolitti s’è formato una maggioranza legata a lui per riconoscenza e per eguaglianza di spirito politico, composta di circa centocinquanta dei 200 deputati meridionali che, appoggiati violentemente dal governo, sfruttano in compagnia delle loro clientele, quei disgraziati paesi, e da un centinaio fra i 300 settentrionali (liguri, piemontesi, ecc.) che vivono di affarismo e che trovano le condizioni per il libero sviluppo del loro affarismo soltanto nel regime giolittiano. Con questa massa di 200 fedeli Giolitti può dirsi il vero padrone del parlamento: ed è insieme un vero pericolo nazionale. Con una maggioranza che gli deve la vita, che gli deve l’esistenza, che sarebbe dissolta da un sistema differente di elezione, con un’estrema sinistra imbevuta di simpatia per lui e priva di ogni lievito ideale, Giovanni Giolitti non solo è il padrone di ieri, è anche il padrone di oggi e si prepara a essere il padrone di domani.

Era questa, tra le tante, l’espressione di un altro antigiolittismo molto diverso dalla becera gazzarra sovversivistica di vario colore che avrebbe perseguitato l’«uomo di Dronero» dallo scandalo della Banca Romana alla vigilia della Grande Guerra. L’articolo di Prezzolini non riprendeva la polemica contro Giolitti «Tiburzi», Giolitti «Palamidone», Giolitti «Schiattamorto» né anticipava quelle contro Giolitti «vecchio boia labbrone, le cui calcagna di fuggiasco sanno la via di Berlino», come avrebbe sostenuto D’Annunzio al culmine della sua frenesia bellicista nel «maggio radioso» del 1915. L’esternazione di Prezzolini era invece la sofferta testimonianza di un antigiolittismo della ragione che, come avrebbe sostenuto Pietro Gobetti nel 1919, costituiva «il patrimonio ideale di quegli uomini che si sentono superiori a Giolitti», di tutti coloro che non avversavano l’uomo ma piuttosto il sistema da lui creato in forma di «un malgoverno esitante, pericolante, sulla base dei compromessi di una minoranza di inetti che vive alle spalle dello Stato», la cui pratica consiste nella «limitatezza di vedute», nella «noncuranza fatale e necessaria che Giolitti deve manifestare verso i supremi interessi» al fine di «mantenere il governo a qualunque costo».

Era questa un’opposizione a Giolitti che vedeva nello statista piemontese la suprema incarnazione del vecchio ceto dei «custodi del disordine», secondo l’icastica espressione poi formulata da Curzio Malaparte nel 1931, e cioè l’ultima personificazione di quella classe politica che, dopo aver dilapidato l’eredità della rivoluzione risorgimentale, neppure si era curata di nascondere «il suo intimo avviso sulla necessità di mantenere l’Italia in un perenne stato di disordine ma costituzionale, pur di non fare prevalere in piazza e in parlamento la parte avversa». La nuova opposizione intellettuale alla «dittatura» giolittiana, che, come avrebbe sottolineato Volpe, proprio per esser «vestita di libertà» risultava tanto più insidiosa, si basava su questa accusa sommaria. Ma si articolava poi sulla denuncia di alcuni indiscutibili dati di fatto, o che almeno tali parvero a molti, e che in ogni caso posero delle fortissime riserve sull’operato dell’«uomo di Dronero». Perplessità che furono avvertite in profondità nella vita italiana del tempo e che si sarebbero riflesse nella valutazione storica complessiva sulla cosiddetta «età giolittiana».

In quei giudizi si esprimeva non solo la condanna per i limiti della cultura di Giolitti, considerata come architrave del «gran partito positivista» o come espressione degradata del vecchio «materialismo storico conservatore e borghese», per dirla con Croce e Volpe, che ne rendevano l’azione di governo incapace di direttive e di elaborazioni che andassero al di là dell’immediata agenda politica quotidiana. In alcuni di essi si esprimeva anche il biasimo per una direzione della politica estera, incapace di riconoscere come obiettivo primario la volontà di potenza della nazione, sempre posposta invece alle esigenze del minuto gioco politico interno, nonostante l’impresa di Libia e il temperamento delle condizioni della Triplice ottenuto in favore dell’Italia. In altri emergeva la censura per una politica sociale, da molti considerata solo come un accordo «collaborazionista» tra alcuni settori privilegiati del capitale e del lavoro, a scapito di tutti i restanti settori dell’apparato produttivo, e per il non grande vantaggio ricavato dal programma di allargamento del quadro parlamentare alle forze socialiste. Un programma largamente fallito dopo il 1914, quando, dopo molti precedenti insuccessi, secondo il giudizio di Antonio Labriola, sarebbe venuta definitivamente meno l’ipotesi di quella «democrazia legalitaria, specie di conglomerato radico-socialista, composto da tutti gli elementi dei partiti democratici che ammettevano di lavorare d’accordo con la monarchia». In quel coro di riprovazione generalizzata si stigmatizzava infine lo scandalo per un sistema di istruzione superiore, che era divenuto, come avrebbe sostenuto Volpe, commentando le manovre che avevano sbarrato le porte dell’ateneo di Napoli a Giovanni Gentile nel 1908, «quasi patrimonio di famiglia da amministrarsi secondo i criteri del maggior tornaconto personale» da «gente così fatta che è ancora l’arbitra della nostra vita universitaria, per la forza loro e per la debolezza della pubblica opinione italiana».

Tuttavia il fuoco dell’opposizione a Giolitti riguardava soprattutto la messa in evidenza dello snaturamento istituzionale dello Stato, del Parlamento, del momento elettorale. Il primo, sempre manovrato in stretta simbiosi con le fortune del governo. Il secondo, amministrato come sede di un’aggregazione molecolare di consensi e non valorizzato come interlocutore istituzionale primario della dinamica politica. Il terzo, infine, in larga parte gestito spregiudicatamente per via amministrativa, a danno della competizione diretta di gruppi e partiti autenticamente rappresentativi delle esigenze del paese. Questa strategia politica comportava in ultima analisi la tolleranza verso la violazione delle regole del regime parlamentare, manomesso dalle spinte centrifughe di gruppi di potere privato e dal ricorso alla corruzione, all’intimidazione, alla violenza. Come avrebbe denunciato Salvemini nel 1910 in un pamphlet di straordinario successo (Il ministro della mala vita), il cui titolo avrebbe costituito la più virulenta definizione del sistema di potere giolittiano.

Il libello descriveva nel dettaglio la gestione «camorristica» delle elezioni, nel collegio elettorale pugliese di Gioia del Colle, dove Salvemini si era presentato, per ricevere una sonora bocciatura, in gran parte dovuta alle interferenze dei poteri prefettizi e alle minacce dei mazzieri del partito governativo. La bribery organizzata dai capi bastone manovrati dall’esecutivo si era rivelata decisiva nel corso di una competizione impari che sempre Salvemini avrebbe più tardi rinnovato senza successo e che pure, commentava Volpe, aveva sortito il non piccolo risultato di «aver avuto il consenso di tutta la gente per bene, nell’aver seminato per il prossimo raccolto, nell’aver contribuito alla fine – che non potrà tardare – dell’assolutismo giolittiano».

Queste le articolazioni del «disordine», edificato da Giolitti, che Gobetti avrebbe denunciato ancora nel 1923 per la sua strategia di «naturale conversione del liberalismo in democrazia demagogica», fattasi struttura organica di malgoverno e, nel migliore dei casi, di governo di basso profilo dove la politica si riduceva a routine amministrativa, a tattica di mediazione per la mediazione tra particolari interessi di ceto, di categoria e di consorteria, dalla quale restavano esclusi comparti fondamentali della vita nazionale. Queste le deformazioni di un sistema liberale, ormai tale solo nel nome e non più nei fatti, contro il cui snaturamento si sarebbe battuta una minoranza attiva, che Volpe avrebbe visto costituita da «una specie di aristocrazia intellettuale anelante a più alta moralità pubblica, a più nette disposizioni ideali, a più fecondi contrasti, a più energici atteggiamenti di politica estera, rispondenti alle cresciute energie e possibilità del paese».

Obiettivi, questi, in tutto o almeno in parte condivisi da un vero e proprio «partito degli intellettuali», che si era costituito in «antipartito della cultura». La pugnace pattuglia di intellettuali comprendeva: Salvemini, Croce, Gentile, Prezzolini, Amendola, Omodeo, Lombardo Radice, Mosca, Luigi Einaudi, Giustino Fortunato, Guglielmo Ferrero, Luigi Albertini, Alfredo Rocco, Arturo Labriola infine, al quale si doveva una delle più vivaci descrizioni della corruzione amministrativa giolittiana che, promettendo di lavorare per il «governo della borghesia», aveva in realtà costituito il «governo degli affaristi». A essi si aggiungevano i molti altri meno conosciuti che Gobetti qualificava come cultori di «esercitazione politica solitari», come fautori di «tentativi di eresia e di sforzi di concentrare intorno a organi di studio e di ricerca gruppi di giovani disinteressati e alieni da speculazione demagogica», che poi si sarebbero ritrovati «confusi insieme in un compito indifferenziato di illuministi». Oppositori di Giolitti erano infatti tutti coloro che, al di là di ogni possibile divisione di parte, reclamavano l’esigenza di uno spirito nuovo, la fuoriuscita dal progressivo abbassamento del tono morale, la correzione della montante indisciplina sociale che si rifletteva in misura perversa sulla vita quotidiana del paese.

Erano queste richieste pressanti che intersecavano le tradizionali coalizioni ideologiche e politiche, che si drappeggiavano di diverse parole d’ordine, da quella di «classe» a quella di «nazione», ma che nella sanior pars dello schieramento ostile allo statista piemontese, si ispiravano, secondo Volpe, soprattutto al ripristino di un liberalismo più severo, opposto al liberalismo giolittiano «venato o contaminato nell’azione politica quotidiana da tanto illiberalismo». La reintegrazione di un senso dello Stato più rigoroso e moralmente animato poteva allora richiedere, proseguiva Volpe, anche il ricorso a una soluzione extra legem, come sarebbe avvenuto nel maggio del 1915, quando il colpo di Stato interventista contro la maggioranza del Parlamento e della nazione apparve soprattutto come «un mezzo per liberare l’Italia da Giolitti».

Bibliografia

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