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Fascismo (Anti)

di Fabio Grassi Orsini

Superfluo ricordare il fiancheggiamento di una parte della classe politica liberale nei confronti del movimento fascista, dall’ottobre del 1922 al 1924, aspetto tra l’altro enfatizzato dalla storiografia. L’aver concesso la fiducia al governo Mussolini fu, in una prospettiva liberale, un errore politico ed etico, anche se spiegabile con il clima di violenza che aveva preceduto la marcia su Roma e con la minaccia forse sopravvalutata di una rivoluzione socialista. Tuttavia, l’assassinio di Matteotti avrebbe dovuto aprire gli occhi a chi si era illuso che, superata la fase emergenziale, il fascismo sarebbe rientrato nell’alveo costituzionale e si sarebbe conformato alla prassi parlamentare. Da quel momento in poi, e soprattutto dopo il discorso del gennaio 1925, non vi erano più attenuanti verso chi continuava a sostenere il governo Mussolini, come quegli esponenti della Destra liberale eletti nel listone che continueranno ad appoggiarlo, inserendosi, poi, nel regime.

Nelle ricostruzioni storiche delle origini del fascismo si è però trascurata l’opposizione al regime da parte di significativi gruppi liberaldemocratici. In primo luogo, è passato sotto silenzio la non partecipazione di Nitti al voto di fiducia al governo Mussolini e il ritiro dalla vita politica di parlamentari uscenti a lui vicini in occasione delle elezioni del 1924, nella convinzione che quelle consultazioni sarebbero state viziate dalla violenza politica; in secondo luogo, non si è presa in considerazione la presentazione di liste di opposizione da parte dei giolittiani, i cui candidati furono falcidiati; in terzo luogo, che gli amendoliani rappresentarono l’opposizione più dura nei confronti del fascismo, la sua parte più vitale e più giovane, e che ebbero un ruolo di punta nell’Aventino, aldilà dei risultati da esso raggiunti. Si è, poi, ignorata la circostanza che il Pli, il maggior partito dello schieramento liberale alla cui guida erano autorevoli personalità come Croce, Ruffini, Casati, avesse preso, dopo il Congresso di Livorno, una posizione antifascista, così come non dovrebbe essere trascurata l’opposizione parlamentare sia alla Camera che al Senato.

Il 1925 è da considerarsi un turning point oltre che per la democrazia italiana anche e soprattutto per il liberalismo italiano, che seppure tardivamente, colse il carattere originale e inedito del fascismo identificandone il carattere «totalitario», già individuato da Amendola nel 1923. Vittorio Emanuele Orlando nel suo discorso alla Camera del novembre 1924 aveva indicato nella tendenza verso il partito unico l’elemento sovvertitore della democrazia liberale. Ma il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925 rese più concreta e riconoscibile la svolta totalitaria, dinanzi alla quale non poteva non realizzarsi una larghissima convergenza su posizioni antifasciste della classe politica liberale. Con l’uscita di Casati e Sarrocchi dal governo, la presa di posizione di Salandra e di Croce, l’assunzione da parte di Giolitti di un ruolo di netta opposizione, si completò la svolta antifascista di quella significativa parte del mondo liberale che non aveva aderito all’Aventino. Da quel momento, tra coloro che si ispiravano a principi e ideali liberali, la pregiudiziale antifascista divenne una posizione comune e condivisa, che prima di essere una posizione politica, fu un imperativo morale. La scelta più diffusa negli ambienti liberali fu quella di privilegiare una forma di opposizione non violenta, non ostentata, ma continuativa nel tempo, che era anche una scommessa sul fatale e inevitabile logoramento del regime.

Di questa resistenza morale l’esempio più chiaro fu senz’altro il manifesto degli intellettuali antifascisti del 1° maggio 1925, sottoscritto oltre che dallo stesso Croce, da Amendola e da molti amendoliani, da Luigi Albertini e il suo gruppo, da Luigi Einaudi, da Gaetano Salvemini e da numerosi ex «unitari», da Guido e Roberto De Ruggiero, da Guglielmo Ferrero, da Arturo Carlo Jemolo, da Luigi Salvatorelli; da esponenti socialriformisti e centinaia di altri liberali e democratici [Papa 1958, pp. 97 e ss.). Il manifesto sanciva l’esistenza di una aggregazione di intellettuali che costituirà il primo nucleo dell’antifascismo «legale», anche se non tutti i sottoscrittori di esso rimasero fedeli all’impegno (si veda il caso di Giovanni Ansaldo). Con molta ragione, Gobetti aveva ritenuto che il passaggio di Croce all’antifascismo fosse stata una svolta pari a quella costituita dall’assassinio di Matteotti.

Le posizioni dell’antifascismo liberale furono, tuttavia, molto differenziate non tanto per quanto riguarda la condanna del regime, quanto per le responsabilità della monarchia e di una parte della stessa classe politica liberale prefascista, il che non mancherà di produrre divisioni all’interno del mondo liberale a proposito dell’atteggiamento da prendere nei riguardi della questione istituzionale, della continuità/rottura nei confronti dello Stato e della tradizione politica liberale. Tali differenze si riflettevano su altre questioni come quella del rapporto tra economia e politica (liberalismo politico-liberismo economico) e tra libertà e democrazia (élites-masse). A questi problemi si aggiungeranno anche i cleavages generazionali: più intransigenti si riveleranno i giovani, più prudenti gli esponenti delle vecchie generazioni. Furono, altresì, molto diverse le modalità attraverso le quali si articolò l’antifascismo liberale: vi fu un «fuoriuscitismo» (Nitti, Zanetti, De Bosis), molto più limitato rispetto a quello dei partiti di sinistra, così come si ebbero manifestazioni di ostilità e di dissenso aperto, anche se la scelta largamente diffusa e quasi generalmente accettata fu quella di rifiutare il ricorso a metodi violenti e illegali (con qualche eccezione come quelle di De Bosis e Vinciguerra).

Vi fu quindi una resistenza morale che prese la via di una cospirazione clandestina che sfociò, infine, nella creazione di una rete antifascista che si richiamava ad ideali liberali e democratici. Una rete molto loose da cui era facile uscire per ricollocarsi in altre organizzazioni e da queste ultime rientrare nel «movimento liberale», che era piuttosto una costellazione di gruppi e di personalità, una sorta di «nebulosa» ancora non solidificata. Nel suo Discorso ai liberali di Merate, riferendosi al movimento liberale durante l’antifascismo, Alessandro Casati disse che:

Ebbi allora l’impressione, e l’impressione mi è rimasta, di quel che fosse, di quel che sia, di quel che sarà il liberalismo, questa Tebe delle cento porte, d’onde è facile uscire per poi tosto rientrarvi, dove gli abitanti non si contano, pochi, forse, oggi, moltissimi domani, per la stessa mutevolezza della realtà politica a cui sempre il liberalismo si adegua: il liberalismo che più e meglio che partito è abito di vita, norma di giustizia, criterio di verità, e che, in tanta molteplice varietà di aspetti, di caratteri e di temperamenti fortemente individuali, mal sopporta l’intransigenza dogmatica e l’angusta disciplina dei partiti cosiddetti di massa. È questa, nella apparente debolezza, la sua forza perenne, uscendo fuori dai marosi della politica [Casati (1945) 1957, p. 285].

L’adesione al movimento che si andava ricostituendo fu frutto di scelte in realtà legate a logiche individuali o di gruppo che, mano a mano, si andavano coagulando e aggregando attorno ai vecchi leader e a giovani leader «naturali». Durante la clandestinità, non fu questione di creare un nuovo partito o ricostituire il vecchio Pli, anche per la necessità di sfuggire meglio alla repressione, e di facilitare la formazione di una più larga aggregazione, cioè di un «prepartito», con lo scopo di promuovere, attraverso contatti personali e diffusione di opuscoli, di idee e programmi liberali, la riunificazione delle diverse espressioni del liberalismo, per formare un fronte cui potessero aderire tutti quegli antifascisti che non erano né comunisti, né cattolici. Non si trattava di lavorare per un’insurrezione, ma piuttosto di minare il consenso del regime e preparare soprattutto i giovani, formandone le coscienze alla libertà, per il momento in cui il regime sarebbe caduto sotto il peso delle sue stesse contraddizioni.

Per cercare di ricostruire le fila del movimento bisogna, quindi, tener presente le «cerchie» createsi attorno ai principali leader storici, in primo luogo Croce, ma anche Nitti, Einaudi, Francesco Ruffini, Luigi Albertini e Giovanni Giolitti, fino a quando furono in vita, Orlando e anche i gruppi politici che si ispiravano alla tradizione, giolittiana, amendoliana e gobettiana, assieme a nuovi «gruppi» che si venivano formando.

Certamente la rete clandestina più diffusa fu quella che mise in piedi Croce. Essa andava molto più in là del mondo liberale, per comprendere esponenti democratici che poi diventeranno liberalsocialisti, azionisti e anche comunisti, ma che riconoscevano in Croce il capo dell’opposizione morale al fascismo, titolo che gli veniva riconosciuto anche all’estero. Filippo Burzio scrisse che non vi fu uomo di cultura o uomo politico, dopo la morte di Giolitti, che più di lui, durante il fascismo, potesse rappresentare politicamente l’Italia all’interno, dove aveva alimentato con la resistenza passiva le speranze di un riscatto, e all’estero, dove la sua opposizione fu una “fiaccola accesa” per coloro che si battevano contro il regime.

Questo ruolo gli fu riconosciuto nei loro diari anche da intellettuali che poi seguirono strade diverse come Furio Diaz, Alessandro Galante Garrone, Guido Calogero, Vittorio Gabrieli e molti altri.

T. Fiore scrisse alla vigilia del Congresso di Bari:

Fra un secolo, quando gli storici si domanderanno quale è stato il contributo dell’Italia alla civiltà del mondo nella prima metà di questo secolo e più esattamente sotto il fascismo, risponderanno […] la filosofia della libertà, la religione della libertà di B. Croce [Fiore (1944)].

Non vi è dubbio che questi ricordi non siano esenti da nostalgia, ma è certo che Croce abbia rappresentato il principale riferimento per gli uomini di cultura antifascisti. Alfredo Parente, che gli fu vicino, ricorda nelle sue memorie il ruolo di Croce negli anni che precedettero la guerra:

Avvenne che la sua persona, come rappresentava da tempo la luce intorno a cui si orientavano gli italiani ansiosi di libertà, così, negli anni in cui alludiamo, cominciasse ad essere un punto di riferimento e quasi il nodo centrale di una vasta rete di rapporti politici che univa giovani ed adulti, specialmente intellettuali delle più lontane parti d’Italia [Parente 1946].

E ancora:

Quando alcuno di noi si rivolgeva al Croce, nostra guida spirituale nel ventennio, egli rispondeva che, non essendo un uomo d’azione nel senso stretto della parola, non si sentiva in grado di dare consigli su quel punto; e comunque, stando all’esperienza e allo stato delle cose, non gli pareva fosse venuto il momento di agire, e soltanto ci esortava al lavoro […], sembrando che per allora il meglio fosse costituire riserve o «pozzi» – come diceva – di buon senso preparando con l’onestà ed il calore delle opere disinteressate, con gli scritti e con la parola, col resistere alla corruzione, con l’assiduo culto della verità, il trionfo immancabile del bene e della ragione [ibidem].

Un decisivo apporto per la ricostruzione del ruolo di «Croce clandestino» ci è venuto dal libro di A. Jannazzo, il quale ricorda come il filosofo sia stato «il maggiore riferimento dell’antifascismo» e come egli avesse «mantenuto in piedi una complessa tessitura, sulla base della convinzione che non fosse opportuno abbandonare il Paese e che, nei limiti del possibile, bisognava operare all’interno, alfine di tastare il polso dell’opinione pubblica nazionale e influire su essa» [Jannazzo 2003]. È nota la grande diffusione di opere come la Storia d’Italia dal 1871 al 1915 e della Storia d’Europa nel secolo decimonono come formidabili strumenti di formazione e di aggregazione non solo nei riguardi dell’intellighentia antifascista, ma anche nei confronti della intellettualità di provincia durante il ventennio.

Nel ricostruire l’azione cospiratoria del filosofo napoletano, Parente ricordava la circospezione con la quale essa veniva condotta:

La prudenza che egli non praticava con se stesso osservava con gli amici di cui quasi involontariamente, vero motore immobile, riannodava i rapporti, quando egli medesimo non si mettesse a procurarne gli incontri, ma sempre con ogni discrezione e segretezza, in special modo provvedendo allo scambio di notiziari e degli scritti di propaganda [ibidem].

Evitando quindi di rivelare a chi veniva in contatto con lui gli altri partecipanti al movimento, alla base del quale vi era l’idea che non fosse possibile rovesciare violentemente il regime, ma che si dovesse secondare il processo della sua autodecomposizione, mediante la propaganda e la corrosione delle basi del suo consenso, in modo che al primo urto le forze di opposizione si sarebbero trovate preparate, evitando a esso una lunga agonia con il pericolo di una guerra civile. Parente riteneva che Croce si fosse deciso a svelare la sua strategia cospiratoria soltanto quando le condizioni furono mature e quando si era convinto che i propositi dei suoi collaboratori erano divenuti realistici e ragionevoli. Fu a quel punto che Croce passò alla tattica del «gomito a gomito», al riguardo della quale, Parente osservava che «quel motto adombrava il cauteloso programma di un’attesa operosa e non inerte, che conduceva a un’utile ricognizione, e quasi al censimento delle forze veramente e decisamente avverse al regime, preparandone i quadri e intrecciandone i fili di un’invisibile rete che al momento opportuno avrebbe agevolato la mobilitazione di quelle forze e l’immediato passaggio all’azione» [ibidem].

Grazie alle memorie di Parente e alla precisa ricostruzione di Jannazzo, della cerchia crociana è possibile fare un inventario. Parente fornisce infatti una descrizione dei centri della prima cospirazione a Napoli: il Circolo della soprintendenza all’arte medievale e moderna, un piccolo gruppo che si riuniva proprio attorno a Parente, allora funzionario di quell’ufficio, costituitosi a partire dal 1934, prima nei vecchi locali della soprintendenza e, poi, in quelli del Maschio Angioino. Del gruppo facevano parte Felice De Filippis, alcuni suoi colleghi (Ferdinando Auteri, il prof. Sergio Ortolani, l’architetto De Grazia, il dott. Antonino Sorrentino, il fotografo Guido Spinazzola) e «alcuni assidui frequentatori» come i giornalisti Francesco dell’Erba, Salvatore Aversa, Alfonso Franciosi, Alberto Consiglio e gli scultori Saverio Gatto e Della Valle, il pittore Grisconio ed un certo numero di giovani che facevano capo a Ortolani tra i quali Alfonso Gatto, Carlo Muscetta e Guido Macèra. Ciò che univa queste persone, ricorda Parente, era in origine, un generico antifascismo, che cominciò però a prendere forma di una cospirazione a partire dalla guerra etiopica. Si aggiunse in quegli anni, l’architetto e storico Roberto Pane. Tra i partecipanti a questo circolo vanno annoverati Antonino Pane, fratello di Roberto, l’avv. Claudio Ferri, Gennaro Geremicca, già esponente di «Italia Libera», e il gruppo vicino a Renato Morelli, avvocato del Banco di Napoli e molto influente anche in altre province napoletane. Un altro gruppo di antifascisti era quello che si riuniva negli stessi anni nella sede della Banca agricola meridionale commerciale del mezzogiorno, che fu poi assorbita dal Banco di Napoli, attorno appunto a Renato Morelli, gruppo che era formato dagli avv. Sacconi, Filiasi, Scaroni, Potenza, Oriani e Mario Florio, la segretaria di Morelli, signorina Piccirilli, che batteva a macchina i documenti clandestini. Morelli «sempre carico di giornali italiani e stranieri, teneva l’ufficio stampa», l’avv. Gerardo Filiasi «ascoltava le radio straniere». Un altro luogo di raduno era il «salotto Vizioli», dove si incontravano i fratelli Renato e Antonio Morelli, i già ricordati fratelli Pane e Mario Florio, il maestro Gui, il medico Ferruccio De Lorenzo, cognato di Morelli, la baronessa de Hyppolitis, il pittore Giuseppe Viggiani. Un’altra sede di incontri era lo studio dell’editore Riccardo Ricciardi presso il quale si incontravano alcuni antifascisti tra i quali il chirurgo Beniamino Rosati, che prese, più tardi, una parte molto attiva nell’organizzazione liberale. Parente ricorda gli incontri clandestini che avvenivano presso la Biblioteca nazionale di Napoli, dove lavorava come bibliotecario Emidio Piermarini (con lui Massimo Fittipaldi), tra Francesco Flora, Corrado Barbagallo, Vincenzo Arangio Ruiz, Giovanni Pugliese, Enzo Marmorale. Parente cita, poi, un gruppo di giornalisti de «Il Roma» e un antiquario, Attilio Bowinkel nel cui negozio alla Galleria Umberto si radunavano altri amici antifascisti. Questi nuclei che costituiranno il «gruppo napoletano» e che facevano capo a Croce non esaurivano i loro contatti con l’antifascismo. Come nota Jannazzo, non bisogna dimenticare come Croce fosse in contatto dalla fine degli anni ’20 con la rete dei comunisti napoletani (Giorgio Amendola, Italo De Feo, Manlio Rossi Doria, Eugenio Reale, Emilio Sereni) e la sua adesione nel 1927 alla associazione segreta «Giovane Italia». Sono, poi, noti i rapporti che agli inizi degli anni ’30, Croce teneva con Rosselli e «Giustizia e libertà», attraverso Ginzburg e anche direttamente. Leo Valiani, in una lettera dell’11 novembre del 1945, scriveva a Croce:

Siamo venuti (non solo io ma tutti i redattori di Quaderni di Giustizia e Libertà) al partito d’azione, non già per via di Calogero o di La Malfa di cui non avevamo neppure sentito parlare, quando divenimmo «giellisti» e nemmeno per via di Lussu, ma perché la lettura e la meditazione dei libri di Benedetto Croce (che penetravano nei nostri reclusori di Lucca e di Civitavecchia, e che noi portavamo persino nell’incendio spagnolo e nell’esilio africano e americano) ci avevano portati a rivedere e a criticare la nostra primitiva e spontanea religione – il marxismo – e a tentare la via di un socialismo, reso concreto, costruttivo, moderato, o antitotalitario che dir si voglia, grazie all’accettazione della filosofia liberale [Valiani 1945].

Dal 1938, il reseau Parente – in collegamento con Croce – ebbe come luogo d’incontri la Biblioteca della deputazione di storia patria. Parente, inoltre, teneva i rapporti con Ragghianti, con il gruppo di Tristano Codignola, Vinciguerra e Tommaso Fiore. Del «gruppo Parente» vennero a far parte in questi anni il prof. Giuseppe Sandreva, il musicista Bruno Cattani, il bancario Beniamino Cesi. Presso la biblioteca avvennero i primi contatti con Giovanni Cassandro, genero di Fausto Nicolini di cui Parente scriveva che fosse «intinto di azionismo […] di ispirazione calogeriana». Parente ricordava come all’epoca Cassandro «sosteneva la necessità perlomeno tattica di un programma economico sociale», ma che finì per persuadersi alle tesi dell’«intransigente liberalismo» sostenuto dal suo interlocutore, in sintonia con Croce.

Sempre Parente ricostruisce le tappe della cospirazione che portarono alla costituzione a Napoli di un nucleo clandestino organizzato che egli chiama «gruppo centrale», in origine composto da lui, da Renato Morelli, dal chirurgo Rosati e dall’avv. Mario Florio, la cui attività principale consisteva nel formare piccoli gruppi, all’interno dei quali si scambiavano informazioni; si discuteva su nominativi nuovi da aggregare in funzione dell’attività clandestina e si organizzava la distribuzione di materiale di propaganda. Questo gruppo era organizzato con il sistema di cellule, formate di tre persone, che non si conoscevano tra loro ed erano in contatto con il solo Parente.

Bisogna, poi, ricordare i viaggi all’estero di Croce, a Parigi e Bruxelles, e quelli più frequenti a Torino, dove incontrava Ruffini, Solari, Monti, Ambrosini, Dante Coda, spostandosi a Bardonecchia, incontrando Giolitti e Olindo Malagodi, e le visite a Casati, incontrando Stefano Jacini, Tommaso Gallarati Scotti, Treves, Gerbi, Flora e Brichetto, e Bruno Minoletti a Firenze, dove operavano Fossombroni ed Eugenio Artom e in molte altre sedi.

Nonostante i controlli della polizia, che aveva schedato nel Casellario Politico alcuni dei più noti esponenti del gruppo come «crociani, antifascisti e sovversivi», l’attività cospiratoria si estese al di fuori di Napoli praticamente a tutta l’Italia. Gli fu possibile tessere una trama che metteva in rapporto gli antifascisti napoletani con altri gruppi del Sud e del Nord anche aldilà dell’area liberale.

Se va riconosciuto a Croce di aver svolto negli anni del maggiore consenso del fascismo il ruolo di «capo dell’opposizione legale» e di «portavoce» della resistenza morale nei confronti dell’opinione pubblica internazionale, meno conosciuto è il suo ruolo cospirativo. L’egemonia, così avvertibile tra la classe magistrale, nelle università e nel mondo delle professioni, si fece sentire anche in ambienti che meno si poteva pensare fossero influenzabili da problematiche come quelle sollevate dalla critica crociana, come i ceti militari. Di quanto fosse diffusa la «religione della libertà» crociana nell’esercito ci dà una testimonianza Natta, sia nella clandestinità che immediatamente dopo la liberazione [Natta 1997].

A quella di Croce corrispose l’analoga influenza che Einaudi esercitò sui suoi allievi – come non ricordare innanzitutto Carlo Rosselli e Piero Gobetti – e su molti altri studiosi che furono in contatto con lui durante gli anni di insegnamento e che collaborarono prima alla «Riforma» e, poi, alla «Rivista di storia economica», tra i quali Attilio Cabiati, Alberto Breglia, Bruno Foà, Pasquale Jannaccone, De Bernardi e gli storici Ettore Ciccotti, Gino Luzzatto, Armando Sapori, Domenico Demarco, oltre ai suoi allievi Mario Lamberti, Mario De Bernardi, Aldo Mautino, Renzo Fubini Lorenzon e che andarono a formare il backbone della scienza economica e delle finanze. Un’opera di formazione che continuò nel secondo dopoguerra, quando egli fu al tempo stesso governatore della Banca d’Italia, consultore e poi costituente.

Einaudi, pur essendo tra coloro che rifiutarono l’azione illegale, come è noto esercitò attraverso l’insegnamento e l’attività pubblicistica una forma di resistenza morale al regime, fu in contatto con la cospirazione antifascista e, costretto all’esilio, ebbe molteplici rapporti con gli esuli rifugiati in Svizzera. R. Faucci nella sua biografia di Einaudi dedica un capitolo ad Allievi che maturano, amici che scompaiono e maestri che ringraziano nel quale ricorda i rapporti intercorsi negli anni del fascismo con alcuni studiosi a lui vicini come Epicarmo Corbino, che pur essendo un autodidatta fu da lui «messo in cattedra» di Politica Commerciale a Torino nel 1922; Francesco Antonio Répaci, che fu prima suo segretario e poi redattore della «Rivista di Storia Economica», il quale vinse la cattedra di Scienze delle finanze a Bari nel 1926; Alberto Breglia, già nel 1934 su posizioni antifasciste e allievo di Mortara; Renzo Fubini, che si era laureato con Einaudi nel 1926, poi insegnò a Trieste e morì ad Auschwitz; Giovanni Demaria, studioso di Schumpeter, laureatosi con Del Vecchio, ma che fu nella cerchia di Einaudi. Uno dei migliori allievi di Einaudi fu Mauro Fasiani, mentre un altro giovane vicino ad Einaudi fu Antonio Rainoni, anche se si era formato con Ernesto Rossi, che a sua volta può essere considerato un allievo extra muros di Einaudi. Fu infatti Rainoni a tenere i rapporti tra Einaudi e Rossi nel periodo della detenzione di quest’ultimo.

Il suo insegnamento alla Bocconi dette molti frutti. Uno di questi «bocconiani» era Carlo Pagni, che lavorava alla Confindustria e costituì il tramite tra il maestro e la giovane generazione dei Fernando Di Finizio e Libero Lenti; un altro giovane, Mario Lamberti, prese Einaudi come suo riferimento; Sergio Fenoltea, che era stato allievo di Bachi, fu incoraggiato da Einaudi a tradurre il libro di L. Robbins, Di chi è la colpa della Crisi, poi pubblicato da Giulio Einaudi. Molto vicino ad Einaudi in quegli anni fu anche Giulio Capodoglio che collaborò alla «Rivista»; allievi di Einaudi furono Vincenzo Porri e Garino Canina e in contatto con lui furono anche Antonio Pesenti, allievo di Griziotti, con Giorgio Tagliacozzo e Luigi Dal Pane. L’interesse di Einaudi per i problemi economici e tecnici della terra fece sì che numerosi tecnici agrari fossero in relazione con lui, come Giuseppe Medici, che lavorava all’INEA con Giovanni Lorenzoni. Alcuni di questi suoi allievi e colleghi furono compagni di avventure politiche, come Corbino e Del Vecchio, altri presero strade diverse, ma fecero parte di quel reseau einaudiano che ebbe un’egemonia all’interno della scienza economica e della finanza, e fu così importante nel successo di Einaudi prima come governatore della Banca d’Italia e, poi, come ministro del Bilancio e vicepresidente del Consiglio. Molti di questi rapporti si consolidarono nei mesi dell’esilio svizzero, non dimenticando il suo ruolo, assieme a Bortolo Belotti, Luigi Casagrande, Tommaso Gallarati Scotti tra gli antifascisti ivi rifugiati. Di questo periodo è testimonianza la sua attività pubblicistica sulla «Gazzetta Ticinese», sul supplemento «L’Italia ed il secondo Risorgimento», diretto da Ettore Janni, già direttore del «Corriere della Sera» nel periodo badogliano, su cui uscirono alcuni articoli e l’opuscolo Lineamenti di una politica liberale. Al giornale collaborarono, oltre ai già citati, Luciano Elmo, Edgardo Sogno, Ferruccio Lanfranchi, Mario Cagli, Angelo Magliano.

Anche l’influenza di Nitti fu duratura su molti intellettuali tecnici, che pur svolgendo una loro impegnativa attività nei nuovi enti economici parastatali, nel campo della bonifica integrale e dell’elettrificazione, si collegavano al suo insegnamento e alla sua esperienza politica, e ritrovarono una posizione nell’età della ricostruzione. Con la sua attività pubblicistica e i suoi vecchi contatti con il mondo politico europeo ed americano, Nitti fu uno dei più coerenti testimoni del liberalismo democratico e dell’antifascismo. Anche sul piano politico, Nitti, pur lontano dal Paese, mantenne contatti con i suoi vecchi collaboratori, anche se al ritorno dall’esilio non riuscì a dare al suo Partito della ricostruzione un’efficienza politico-elettorale, né riuscì a tornare alla guida del governo, pur mantenendo un seguito nel Mezzogiorno e in particolare in Basilicata.

Anche Orlando, pur lontano dall’Università, continuò ad esercitare una perdurante influenza negli ambienti accademici e forensi, anche se alcuni dei suoi allievi trovarono un compromesso con la cultura giuspubblicistica ufficiale, salvando la dignità scientifica. A Orlando si continuò a guardare come a un maestro da parte del mondo dell’avvocatura e la sua dottrina rappresentò malgrado tutto un collegamento con il costituzionalismo liberale e un argine alla penetrazione della cultura giuridica di regime. Sul piano politico, Orlando mantenne i contatti con gli esponenti della vecchia classe dirigente, ma anche con i giovani. Al suo ritorno alla politica attiva, conservò intatto il suo seguito elettorale soprattutto in Sicilia, dove tra l’altro svolse un ruolo importante per la ricostruzione del partito, assieme ad allievi come Giuseppe Paratore e Gianbattista Rizzo e «lanciando» nuovi soggetti politici, come Gaetano Martino.

Anche dopo la morte di Giolitti, sopravvisse una rete giolittiana, di cui Soleri fu uno dei maggiori esponenti e Anton Dante Coda uno dei giovani seguaci, così come gli eredi di Gobetti, che avevano fatto parte dei «gruppi di Rivoluzione liberale», ebbero un ruolo nell’antifascismo liberale e poi nella Resistenza, come Manlio Brosio. Molto importante fu, poi, sia sul piano qualitativo ma anche quantitativo, l’apporto di quegli esponenti che provenivano dall’«Unione democratica nazionale» di Amendola: Mario Ferrara fu uno di questi, così come Leone Cattani, che, tramite Ugo La Malfa, negli anni universitari aveva avuto un primo contatto con quegli ambienti.

Dal 1925 allo scoppio della Seconda guerra mondiale il «movimento liberale», che aveva rifiutato dall’inizio il ricorso alla violenza politica, dette vita a forme diverse e spesso spontanee di «resistenza morale». In un suo discorso del settembre del 1944, Croce elencò le diverse tipologie dell’antifascismo, ricordando «coloro che dettero la vita lottando contro il fascismo»; «i condannati dal tribunale speciale ed i confinati in via amministrativa», «gli esuli che errarono per paesi stranieri»; ma anche «gli altri, in tanto maggior numero, che non vollero e non poterono lasciare la patria, e prescelsero di restare esuli in patria, esclusi da ogni forma di vita pubblica, sapendo di poter lavorare qui copertamente e tenacemente, e negli svariati modi che quotidianamente si porgevano a fronteggiare il fascismo, a indebolirlo, a corroderlo e a coltivare concetti e sentimenti opposti ai suoi». Ritornando con una certa nostalgia a quel periodo clandestino, a proposito della «rete» clandestina affermò:

Un giorno si raccoglieranno le memorie di questa opposizione che già viene trapassando nel dolce amaro dei ricordi, e io ripenso agli amici e ai giovani che ritrovavo nelle mie gite e fatte più volte nell’anno a Firenze, a Milano e Torino, e nel Veneto e che io chiamavo la «famiglia italiana».

Riferendosi poi all’infiltrazione nell’amministrazione e nei gangli dello stesso apparato poliziesco, egli scriveva che «coloro che erano impiegati e dal fascismo invigilati e minacciati e perfino qualche addetto alla polizia, ci dimostravano la loro simpatia e procuravano qualche servigio». Non poteva mancare poi un accenno agli «uomini di scuola» che erano stati in effetti la punta di lancia del movimento di opposizione morale:

I migliori insegnanti, quando ad altro erano impediti, leggevano ed interpretavano agli alunni nostri classici scrittori, tutti pieni di umanità e di sensi liberali; le armi nostre che sono i classici che il fascismo non osò bandire [Croce 1944].

D’altra parte, una mappa precisa dei gruppi liberali durante la clandestinità è, tuttora, difficile a farsi perché nella fase che precede la ricostituzione dei partiti, a parte coloro che aderivano al movimento di GL, che aveva una sua organizzazione, l’antifascismo non comunista con maggiore o minore consapevolezza ideologica si considerava sino al 1942 latamente «liberale». Eugenio Artom e Carlo Ludovico Ragghianti hanno tuttavia lasciato tracce significative per la ricostruzione dell’antifascismo liberale, con l’individuazione delle più importanti «cellule» e dei principali referenti nelle città di Roma, Torino, Milano, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Lecce e altre minori.

L’antifascismo è un carattere comune a tutti i liberali confluiti nel ricostituito Pli e fu una pregiudiziale di questo partito, con una nuova generazione che lo vivrà con maggiore integralismo, estendendo questa pregiudiziale anche nei confronti della destra non fascista, ciò che emerse sia nella questione istituzionale, sia nella politica delle alleanze, con una netta chiusura verso la corrente monarchica interna e nei confronti della collaborazione con qualunquisti e partiti monarchici.

Ciò che importa sottolineare è che l’antifascismo «democratico» dei liberali ebbe caratteristiche diverse nei confronti di quello comunista e anche di quello degli azionisti, non solo per l’opposizione ideologica al totalitarismo, ma anche per il dissenso rispetto alle interpretazioni secondo le quali vi sarebbe stato un rapporto di continuità tra il sistema liberale e il regime fascista. Tale dissenso si rivolgeva anche al corollario che discendeva da questa interpretazione, secondo cui il fascismo, pur nella continuità con il sistema liberale, avrebbe rappresentato un passo avanti sulla via della modernizzazione e del governo delle masse, giudizio del tutto scollegato da ogni criterio etico. Nei progetti liberali non vi era l’idea di una restaurazione, né di una rottura rivoluzionaria, ma semplicemente della riconquista della libertà.

Bibliografia

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