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Europa

di Silvio Fagiolo

Le origini del processo di integrazione europea sono riconducibili, nel secondo dopoguerra, essenzialmente ai partiti cristiani. In molti Paesi, ma segnatamente in Italia, quei partiti cattolici erano nati nella clandestinità, tra parrocchie e conventi e nella penombra delle dimore private di politici sopravvissuti al naufragio dell’Europa. Partiti sospettosi del passato liberale, che non aveva saputo prevenire la catastrofe; ovviamente avversi al presente fascista ma soprattutto timorosi di un futuro comunista, di quella «grande luce che viene dall’Est», come Romain Rolland aveva definito le speranze suscitate da una Unione Sovietica al culmine della sua potenza.

In Italia fu allora compito della Democrazia cristiana, in una crociata anticomunista, riunire sotto lo stesso tetto i proprietari minacciati nei loro averi e i cittadini minacciati nei loro valori. Ma furono la pratica di governo e la dialettica con la classe politica liberale a dotare il partito di maggioranza di un forte sentimento nazionale che non si ponesse in antitesi a una più vasta patria europea. La Democrazia cristiana aveva bisogno del concorso della politica e della cultura liberale per inserire l’Italia in ciò che premeva oltre i confini nazionali: la modernità nelle sue forme del capitalismo basato sulla democrazia e la concorrenza, l’Occidente nella sua veste europea ed atlantica. De Gasperi affidò a un personale politico liberale, da Einaudi a Sforza, gran parte della responsabilità economica e internazionale del suo governo. Tenne ferma la collaborazione con gli alleati laici anche quando il risultato elettorale del 18 aprile 1948 gli conferì la maggioranza assoluta nel primo Parlamento repubblicano. Del resto la classe politica democristiana del dopoguerra era poco avvezza ai grafici, alle dure leggi della produzione e della ricchezza, assai lontana dalla cultura e dalla pratica del mercato. Un ceto politico per molti aspetti, con poche eccezioni, in primo luogo quella di De Gasperi, chino sulle proprie radici senza il concorso liberale difficilmente avrebbe potuto inserire il Paese nel grande circuito internazionale, europeo ed atlantico [Craveri 2006, pp. 355-405 e 487-532]

Nella nascita dell’Europa è presente sin dall’inizio uno spirito pragmatico, anche se sorretto da una visione finalistica. Era molto liberale l’idea di cominciare dal concreto, senza lasciarsi deviare dal desiderio di costruzioni geometricamente perfette, bensì dalle comuni esigenze, dalle comuni difficoltà da superare con uno sforzo concorde. L’unione sarebbe stata l’opera di concreti architetti piuttosto che di verbosi profeti. Ai grandi liberali del dopoguerra l’unione del continente apparve con particolare chiarezza come una sfida da risolvere sul terreno pragmatico della politica, per non aggiungere scolastiche dissertazioni alle tante già esistenti e pericolose illusioni alle molte già sofferte.

Nella nascita dell’Europa comunitaria quattro nomi del liberalismo italiano spiccano tra gli ispiratori e promotori del suo farsi, Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Carlo Sforza, Gaetano Martino. Nei loro scritti e nella loro azione si intrecciano i motivi dominanti della grande utopia: la riconciliazione, la sovranità condivisa, la democrazia a livello continentale, il primato del mercato. Forse per gli italiani era più facile farsi paladini della riconciliazione. Avevano terminato la guerra in una posizione morale che non era quella né di vincitori né di vinti. Non erano tentati di sfruttare le occasione che la vittoria offre ai più forti. Ma neanche i rancori e lo spirito di rivincita degli sconfitti.

A Croce il recupero della Germania apparve subito indispensabile, quando la guerra era ancora in corso. La barbarie nazista aveva generato odio feroce, odio che anche la Germania guglielmina aveva conosciuto in qualche misura e che la repubblica di Weimar aveva come sospeso. Si poneva il problema di una riconciliazione profonda e definitiva degli europei divisi dal ricordo troppo recente del conflitto. Nelle parole di Roberto Ducci, si trattava di «esorcizzare l’oscuro anelito all’Assoluto che è il vanto tedesco ma anche la dannazione tedesca. L’attrazione verso gli spazi vuoti dell’Est e la nuova e vecchia barbarie, la cattiva metafisica e l’ancor peggiore diplomazia bismarckiana ed hitleriana. Rimettere la Germania con i piedi per terra, come cento anni prima Carlo Marx aveva creduto di fare con la filosofia» [Ducci 2007, p. 100]. Croce era stato il principale tramite tra la cultura italiana e quella tedesca, non a caso la sua mirabile Storia d’Europa è dedicata a Thomas Mann e il loro scambio epistolare è uno dei momenti alti in un continente che la spada tedesca cercava di unificare una seconda volta.

Croce già nel settembre del 1943, quando l’Italia, nei versi di Salvatore Quasimodo, sentiva «lo stivale nemico sul cuore», aveva respinto ogni demonizzazione della Germania, la cui prevedibile catastrofe aveva ragioni storiche e non fisiche o metafisiche. «Il dissidio della Germania con l’Europa – egli scriveva – che la storia ha suscitato può e deve essere dalla storia composto. A questo fine devono tendere tutti gli sforzi della civiltà europea, con tutti i mezzi che si presentano via via necessari, dal rigore all’indulgenza, dall’esclusione alla collaborazione, dalla severità alla cordialità, dal contrasto alla conciliazione» [Croce-Mann 1991, p. 60]. Croce coglieva quello che sarà uno dei grandi fattori propulsivi dell’integrazione europea, allorché il popolo tedesco tornerà a occupare il posto che pure le spettava in Europa nonostante il passato recente doloroso e pauroso. Allora «la vergogna, che esso non potrà non provare, del male di cui si è fatto strumento, si convertirà in forza di bene come nei grandi santi che erano stati grandi peccatori» [ivi p. 61].

Croce aveva del resto espresso la sua fiducia in una evoluzione federale dell’Europa, già sotto il tallone di tanti fascismi, nelle pagine conclusive della sua Storia d’Europa. In esse, aveva auspicato il «germinare di una nuova coscienza, di una nuova nazionalità», perché le nazioni «non sono dati naturali ma stati di coscienza e formazioni storiche». E a quel modo che napoletani o piemontesi dopo l’unificazione dell’Italia non avevano rinnegato l’essere loro anteriore, risolvendolo in un nuovo essere, «così francesi e tedeschi e italiani e tutti gli altri s’innalzeranno a europei e i loro pensieri indirizzeranno all’Europa e i loro cuori batteranno per lei come prima per le patrie più piccole, non dimenticate già, ma meglio amate» [Croce 1991, p. 435]. Parole troppo ottimiste, solo in parte confermate dalla storia successiva. Eppure capaci di cogliere il percorso tuttora incompiuto ma non interrotto di quella che sarà l’unica utopia sopravvissuta al Ventesimo secolo.

Dinanzi all’Assemblea Costituente il 29 luglio 1947 Luigi Einaudi affermava che nell’espansionismo tedesco e nel disordine internazionale che a esso aveva fatto da contesto si era espressa una crisi della Germania la cui sostanza era di essere specchio, naturalmente secondo specifiche caratteristiche nazionali, dell’incapacità complessiva degli Stati europei di darsi una condizione di ordine. Anche Einaudi, intervenendo in Assemblea costituente, aveva affermato che la pace in Europa non sarebbe venuta dallo schiacciamento della Germania ad opera dei vincitori, bensì dalla riforma dell’ordine europeo, da Einaudi concepito alla luce del suo pensiero federalista. Mai più il rancore e l’umiliazione dei vinti avrebbero dovuto essere il motore della storia. Ed in effetti il primo passo di questa rivoluzione copernicana sarebbe stato, con la creazione della Comunità carbosiderurgica, la abolizione della ripartizione, fino ad allora difesa con le armi, del mirabile complesso di risorse distribuite dalla natura attorno al corso mediano del Reno e dei suoi affluenti.

Einaudi aveva invocato nella politica europea una svolta federale sin dagli anni successivi alla Prima guerra mondiale, con una serie di articoli sul «Corriere della Sera». Pubblicati agli inizi del 1919, quegli articoli criticavano la Società delle nazioni, l’avevano trovata del tutto inconsistente e, evocando il processo costituzionale dal quale erano nati gli Stati Uniti, avevano proposto una reale federazione che unisse sotto l’impero di una legge comune i popoli che uscivano dal lungo, cruento conflitto. In una pagina autobiografica, Altiero Spinelli ebbe a scrivere molti anni dopo che le parole di Einaudi «erano cadute nella indifferenza generale quando erano state scritte, e l’autore stesso le aveva messe da parte, non sentendo alcun bisogno di approfondirle ulteriormente. Una ventina di anni più tardi giungevano quasi casualmente sotto gli occhi di due che vivevano da dieci e più anni segregati dal mondo e che ora stavano seguendo con ansioso interesse la tragedia che aveva avuto inizio in Europa. Ed ecco, quelle pagine non erano state scritte invano, perché cominciavano a fruttificare nelle nostre menti» [Spinelli 1999, p. 307].

Einaudi fu sollecitato da Ernesto Rossi, dal confino di Ventotene, ainviargli alcuni volumi della letteratura federalista inglese fiorita sul finire degli anni ’30. Le loro analisi del pervertimento politico ed economico che aveva condotto al nazionalismo e la presentazione ragionata dell’alternativa federalista avrebbero avuto una enorme influenza sugli autori del Manifesto di Ventotene. Nelle parole di Spinelli, l’attenzione dei confinati fu attratta «dal pensiero pulito e preciso di questi federalisti inglesi, nei cui scritti trovai un metodo assai buono per analizzare la situazione nella quale l’Europa stava precipitando, e per elaborare prospettive alternative» [ivi p. 308]. Ciò che Einaudi e la scuola federalista inglese avevano chiarito era la crisi del sistema europeo degli Stati e l’imperialismo, le guerre mondiali, la degenerazione autoritaria e corporativa dei governi e delle società nazionali. Ancor più nel secondo dopoguerra era diffuso il sentimento che dovesse essere raccolto e messo insieme quel poco che non era crollato così da ricostruire congiuntamente le nazioni europee. Einaudi aveva sostenuto per primo con chiarezza il superamento storico delle sovranità conosciute, delle forme politiche legate all’era degli Stati nazione. Aveva più volte evocato il confronto fra la Confederazione americana che aveva condotto la guerra di indipendenza e la federazione nata dalla costituzione di Filadelfia. Aveva colto la crescente perdita di valore dello Stato nazionale, il restringimento rapido della sua potestà, la crisi della sua cultura e della sua tradizione storica. E aveva invocato una sovranità condivisa non solo per superare le sanguinose rivalità del passato. Ma anche per colmare il divario fra la globalizzazione nascente delle forme economiche, soprattutto a livello europeo ed atlantico e la lentezza della politica e delle istituzioni. Mentre innovazioni tecnologiche profonde investivano i trasporti, l’energia, le comunicazioni. A fronte di questi sviluppi stava la frammentazione dell’Europa, separata da alti steccati politici ed economici.

In Carlo Sforza il lungo esilio impostogli dal fascismo non aveva inaridito le speranze della costruzione di un mondo migliore attraverso una politica estera prudente ma fortemente innovativa, nella quale si esprimesse, come ebbe a scrivere il segretario di Stato americano Dean Acheson, uno dei demiurghi del mondo nuovo, «la consapevolezza di una superiorità naturale» [Acheson 1969, p. 328]. L’opzione europea si nutriva della convinzione che la collocazione internazionale dell’Italia sarebbe stata l’altra faccia del sistema politico interno, mercato e democrazia. Tutto questo si accompagnava in Sforza a un orgoglio misurato e sobrio del proprio Paese e anche della persona che lo rappresentava. Non disgiunto dalla prontezza e dall’acutezza dell’osservazione, anche sarcastica se necessario, come è d’uso tra i professionisti della diplomazia.

Il 18 luglio 1948 in un discorso all’Università per stranieri di Perugia Sforza aveva esposto le ragioni del primato europeo nella politica estera italiana [Sforza1952]. Come Talleyrand aveva innalzato il vessillo della legittimità per ridare prestigio alla Francia, così Sforza innalzava il vessillo dell’europeismo: «siamo pronti a qualsiasi limitazione della sovranità nazionale, ad una sola condizione, che gli altri facciano lo stesso». Era il principio sancito dall’art. 11 della Costituzione italiana appena entrata in vigore. Principio voluto da Luigi Einaudi e che sarà la base giuridica per il recepimento di tutti gli strumenti della sovranità consorziata, a partire dal Trattato Ceca. L’europeismo di Sforza si nutriva della vocazione universale propria della cultura cristiana e rinascimentale. Certo neanche l’Italia era stata esente dal nazionalismo sia in forma di guerre coloniali che in quella, estrema, del fascismo. Ma in Italia erano state anche sempre operanti la forza e la ricchezza delle entità regionali e la presenza di un sentimento di appartenenza comune avvertibile pur in assenza della forma classica dello Stato nazionale. L’europeismo delle classi politiche italiane sarà, nella seconda metà del Novecento, la stella polare della politica estera, il contributo maggiore alle relazioni internazionali dal tempo dell’Italia del Rinascimento. È anche vero che questa vocazione europea non si accompagnerà sempre a una sufficiente abilità amministrativa, a un’accorta difesa dell’interesse nazionale, a una solidarietà interna, alla continuità dell’azione di governo. Ma Carlo Sforza offrirà un contributo decisivo alle prime due grandi manifestazioni della sovranità condivisa, la Ceca e la Comunità europea di difesa, spingendo come ministro degli Esteri di De Gasperi perché l’Italia fosse parte di questo processo senza esitazioni e sin dall’inizio. Anche se la forma più ambiziosa di esso, la difesa europea, naufragherà dinanzi al Parlamento francese nell’agosto del 1954. Ma Sforza non vivrà abbastanza per assistere a questo fallimento.

Il conferimento di una dimensione democratica al processo di integrazione vede protagonista, ai suoi inizi, un altro liberale, Gaetano Martino. Martino dopo la caduta della comunità di difesa, nell’agosto del 1954 aveva rilanciato il moto di unificazione nell’incontro dei ministri degli Esteri della Ceca a Messina, nel giugno 1955. Il rilancio si sarebbe concluso con la firma dei Trattati di Roma nel marzo 1957. Vogliamo qui ricordare solo un aspetto della azione di Martino, la sua lotta, non coronata da successo ma carica di futuro, per introdurre nel sistema delle istituzioni comunitarie una assemblea parlamentare eletta direttamente dai cittadini. Solo nel 1979 si avrà il primo Parlamento espressione di una sovranità popolare non mediata dai governi. Ma a partire dai Trattati di Roma il progressivo superamento del deficit democratico dell’Unione, culminato nel Trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007, ha ruotato intorno ai crescenti poteri del Parlamento europeo. Martino, eletto nella Assemblea costituente italiana, vi era intervenuto più volte a sottolineare il primato dei diritti, come essenza stessa della democrazia. Aveva legato la ricostruzione dell’Italia del dopoguerra agli ideali liberali del Risorgimento e da questo traeva ispirazione anche per la «creazione di una nuova Europa, solidale e concorde, che sulle ceneri dei distrutti egoismi nazionali celebrasse il trionfo dell’ideale unitario del Risorgimento» [Battaglia 2009, p. 683].

Dopo le amplificazioni retoriche e le strumentazioni reazionarie del fascismo ogni eccesso di nazionalismo non poteva non provocare nella maggioranza degli italiani ironia e disagio. Una drastica attenuazione dello spirito nazionale era dopo la Seconda guerra mondiale un fatto compiuto, le più significative sopravvivenze di esso restavano patrimonio dell’estrema destra. La rimozione dell’orgoglio nazionale era stata accelerata dalla sconfitta, ma su di essa avevano operato altre spinte. La reazione al fascismo certo, che aveva incoraggiato una vera damnatio memoriae di ogni sentimento patrio. Ma avevano pesato anche altri fattori, come la filosofia internazionalista dei partiti marxista e della loro cultura. Nonché la tradizione cattolica, portatrice di valori cosmopolitici e universalistici. Una convergenza verso quella morte della patria che avrà anche i suoi risvolti negativi nel processo di costruzione europea, poiché accanto alla giusta demolizione del nazionalismo nelle sue esasperazioni ed esagerazioni comporterà un’attenuazione delle difese del patrimonio del Paese.

La riconciliazione, la sovranazionalità, la democrazia sono dunque i concetti intorno ai quali è possibile ricostruire il contributo liberale italiano alla nascita dell’Europa contemporanea. Ancor meno pensabile peraltro sarebbe stata, senza l’apporto liberale, l’accettazione italiana del primato del mercato, il cuore della costruzione europea. Per motivi storici i valori dell’economia di mercato sono stati più spesso estranei alle culture, peraltro così diverse fra loro, che hanno avuto maggior peso in Italia, fascista, marxista e cattolica. La distanza maggiore dal modello imposto dall’integrazione l’avevamo noi. Questo valeva anche per l’apertura dell’economia alla concorrenza internazionale. La capacità di costituirsi come gruppo di pressione a sostegno di una misura protezionistica è maggiore di quella da raccogliere per resistergli. La creazione e il mantenimento del mercato richiedono forti interventi dei pubblici poteri, ad esempio per garantire la concorrenza. Ora gli interventi operati in Italia hanno invece più spesso assunto la forma di interferenze dello Stato nel sistema dei prezzi e dei tassi di interesse.

Il mercato trova nel dopoguerra tra i liberali i suoi più convinti sostenitori. Un nome su tutti, Luigi Einaudi [Einaudi 1955]. Einaudi si era confrontato con Croce sul concetto di liberalismo, sottolineando l’uno il carattere antitotalitario dell’economia liberista, l’altro la prioritaria devozione alla religione della libertà. In Einaudi anche il federalismo restò quasi una concezione accessoria al liberalismo, uno schema istituzionale capace di proteggere i valori e le istituzioni democratico-liberali dalle conseguenze dell’anarchia internazionale. La crisi economica e finanziaria di questo scorcio del XXI secolo ha smentito molte attese eccessive, fideistiche, sulla capacità di autogestione del mercato, il quale del resto non esiste in natura. Ha bisogno di regole. Ma i rischi della globalizzazione oggi così evidenti derivano non, come nel caso del comunismo, da una percezione distorta della natura dell’uomo e della società, bensì dalla mancanza di limiti e controlli alla ricerca dell’utile privato. Il mercato non è dunque il dio che è fallito.

Le lezioni di politica sociale di Einaudi, pubblicate in Svizzera durante il suo breve esilio, esprimevano un costante bisogno di comprendere, giustificare e conciliare le impostazioni tradizionalmente liberali con le nuove aspirazioni delle categorie meno dotate [Einaudi 1964]. La sua politica era intesa a creare una società con una robusta classe media, non gravata dal peso della miseria. E lo strumento più idoneo a tal fine è, nella visione di Einaudi, quello dell’imposizione fiscale, da collocare appunto in un punto in cui disturbasse meno il mercato e non confondesse i meccanismi di allocazione delle risorse con quelli di ridistribuzione della ricchezza. È questa appunto la logica iscritta nei trattati comunitari, nei quali la concorrenza assume i caratteri di una legge di gravitazione universale ma non ignora le esigenze dei più deboli, siano essi individui, regioni o Stati nazionali.

Bibliografia

Acheson D., Present at the Creation, Norton, New York 1969; Battaglia R., Un liberale messinese. Gaetano Martino, in I liberali italiani dall’antifascismo alla repubblica, a cura di F. Grassi Orsini, G. Nicolosi, vol. I, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008; Craveri P., De Gasperi,il Mulino, Bologna 2006; Croce B., Mann K., Lettere,Flavio Pagano, Napoli 1991; Croce B., Storia d’Europa nel secolo decimonono,Adelphi, Milano 1991; Ducci R., Le speranze dell’Europa, Rubbettino, Soveria Mannelli 2007; Einaudi L., Il Buongoverno Laterza, Bari 1955; Id., Lezioni di politica sociale, Einaudi, Torino 1964; Sforza C., Cinque anni a Palazzo Chigi. La politica estera italiana dal 1947 al 1951,Atlante, Roma 1952; Spinelli A., Come ho tentato di diventare saggio, il Mulino, Bologna 1999.

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