Esuli (patrioti, rifugiati)

di Laura Pisano

Liberali-conservatori, democratico-radicali e repubblicani perseguitati dagli Stati italiani preunitari, confluirono nell’Ottocento nelle fila degli esuli e rifugiati fino a quando, con l’unificazione nazionale, si crearono le condizioni per un ritorno in patria. Alcuni di loro, tuttavia, scelsero di stabilirsi definitivamente all’estero, non condividendo le forme in cui era avvenuta l’unificazione nazionale e non potendo riconoscere la monarchia sabauda: è il caso di Carlo Cattaneo, esule in Svizzera, e di Giuseppe Mazzini, esule in Inghilterra. Ciò non toglie che a essi la storiografia attribuisca la qualità di patrioti, tra i più grandi che l’Italia abbia avuto.

Nel Novecento, con l’affermarsi della dittatura fascista, si verificò nuovamente l’esodo di politici e uomini di cultura – socialisti, comunisti, cattolici, repubblicani, anarchici, militanti del nascente movimento di Giustizia e Libertà, oltre a un numero rilevante di personalità che al pensiero politico liberale facevano riferimento per elaborare originali sistemi teorici diversi da quelli socialista, comunista, cattolico, democratico-cristiano – verso la Francia, la Svizzera, l’Inghilterra, gli Stati Uniti, e altri Paesi ancora. A queste personalità si aggiunsero i molti emigrati per ragioni di lavoro: uomini e donne che coniugavano le loro necessità esistenziali con gli ideali di opposizione e disprezzo per la dittatura fascista andando a cercare mezzi di sopravvivenza e risorse economiche in Paesi liberi. La stampa dell’emigrazione italiana, politica e del lavoro, ricchissima, ne documenta in modo significativo l’impegno per la libertà, anche nella patria d’origine.

Tra le due guerre la condizione del rifugiato e dell’esiliato determinò la formazione di una «cittadella» politica ideale nella quale fiorì la terminologia dell’emigrazione che, nella lingua italiana, indica i sottili confini che storicamente la caratterizzano, nonché l’atteggiamento col quale gli esuli erano giudicati e accolti: migranti, emigranti, immigrati, profughi, clandestini, deportati, fuggiaschi, sfollati, respinti, fuorusciti, espatriati, espulsi, apolidi, antifascisti, perseguitati, sospetti, proscritti, indesiderabili.

Il liberalismo portò nell’emigrazione politica personalità non riconducibili a un identico programma, per quanto formatisi in un contesto ideale comune, che prendeva le distanze da altre basi ideologiche: Carlo e Nello Rosselli, Piero Gobetti, Luigi Einaudi sono i nomi più rappresentativi di questa corrente. Ma anche Francesco Saverio Nitti, Carlo Sforza. Altri ancora, come Sandro Pertini, Emilio Lussu, Francesco Fausto Nitti, Francesco Ruffini, Leo Valiani, si ispiravano più decisamente a un pensiero laico che si riconosceva per alcuni nel movimento di Giustizia e libertà, per altri nel Partito d’azione, nel Partito repubblicano o nel Partito socialista. Le scelte politiche che essi compirono al loro rientro in Italia, dopo la caduta del fascismo e la fine della Seconda guerra mondiale, la loro adesione a formazioni politiche differenti, nulla tolgono a un comune sentire laico e ad una identica appartenenza antitotalitaria e antifascista.

Carlo Rosselli e Piero Gobetti si preoccuparono entrambi, pur con espressioni diverse, di elaborare teorie politiche col proposito di mettere in relazione liberalismo e socialismo: intento che Rosselli volle perseguire con l’opera Socialismo liberale, e Piero Gobetti col giornale «Rivoluzione liberale». Il pensiero del Rosselli teorico si concentra nel suo ambizioso proposito di pervenire a una formulazione delle teorie socialiste attraverso la fusione degli elementi fondamentali della dottrina socialista non-marxista con quelli del liberalismo non-liberista: il socialismo liberale, appunto. Non diversamente Gobetti, attraverso l’analisi critica della lotta politica in Italia, coglieva la novità della forza popolare del movimento socialista e comunista, e – partendo dall’idea del processo risorgimentale ancora da realizzare compiutamente – sviluppava la teoria della formazione di una «classe politica che abbia chiara la coscienza delle sue tradizioni storiche e delle esigenze sociali nascenti dalla partecipazione del popolo alla vita dello Stato». Convinto che uno Stato moderno non potesse formarsi senza il contributo delle masse operaie e contadine che si affacciavano sul proscenio della storia, Gobetti riteneva che queste forze dovessero coniugarsi con le energie migliori della società liberale: gli imprenditori «illuminati», i risparmiatori. Questa era per lui la «rivoluzione liberale», concetto non molto distante da quello di «blocco storico» elaborato da Antonio Gramsci.

Rosselli e Gobetti erano giunti all’esilio in modo assai diverso: mentre Rosselli aveva scelto la Francia dopo aver conosciuto il carcere e il confino in Italia, Gobetti rifiutò sempre la condizione di esule. Solo quando le sue condizioni di salute gli resero impossibile continuare a resistere agli attacchi fascisti in Italia, si rifugiò in Francia nel febbraio del 1926, per morirvi il 15 febbraio. Nel suo Diario partigiano la moglie Ada ricorda che Piero raccomandava che andando all’estero bisognava sforzarsi di non «fare gli esuli», i fuorusciti, ma restare italiani e diventare europei.

Una caratteristica che accomuna Rosselli e Gobetti ad altri antifascisti, come Gaetano Salvemini, Nicola Chiaromonte, Luigi Sturzo, è quella di essersi qualificati, negli anni dell’esilio, come intellettuali marginali, outsider che portano le tracce di una lacerazione, di un trauma profondo che, in breve tempo, li priva del contesto sociale e culturale di appartenenza, della lingua, dei lettori, del mestiere e delle fonti di sostentamento, spesso persino della possibilità di pubblicare i propri scritti: opportunità tutte che alcuni di loro ritroveranno soltanto negli ultimi anni in terra straniera.

Sul piano culturale, ideologico e politico, gli esuli liberali non rappresentano un gruppo omogeneo: spesso non si conoscono neppure e non hanno coscienza delle loro «affinità elettive». Li unisce però la loro attenzione, carica di emotività e apprensione, sia per il mondo che si sono lasciati alle spalle, sia per il presente, vissuto all’insegna di una grande, dolorosa precarietà, aggravata dal lungo tempo passato in esilio.

Benché un preciso progetto politico per il liberalismo fosse stato apprestato dal deputato Giovanni Amendola, che nel novembre del 1924 aveva fondato l’Unione nazionale delle forze liberali e democratiche; nonostante si fosse poi costituita una Concentrazione antifascista in Francia, che restò in vita dal 1927 al 1° maggio 1934, queste iniziative non riuscirono a convogliare, per varie ragioni, se non a titolo personale, in modo soddisfacente tutte le forze liberali.

Ormai instauratosi il regime fascista, le persecuzioni politiche si riversarono in particolare sugli intellettuali che facevano sentire la loro voce soprattutto attraverso i giornali, e sui giornalisti: così, a partire dal 1925, lasciarono l’Italia Gaetano Salvemini, processato per la sua attività nel giornale «Non Mollare»; Giuseppe Donati, direttore del «Popolo», che aveva denunciato all’Alta corte il generale De Bono, direttore generale della Pubblica Sicurezza; Alberto Tarchiani, redattore capo del «Corriere della Sera», che aveva dato le proprie dimissioni dal giornale a seguito dell’estromissione del direttore Luigi Albertini; Armando Zanetti, che con Adolfo Tino dirigeva «Rinascita liberale». Seguirono nel 1930 Guglielmo Ferrero con la moglie Gina Lombroso; Alberto Cianca, che dopo la morte di Claudio Treves, avvenuta il 10 giugno 1933, fu nominato direttore di «Libertà», giornale della Concentrazione antifascista.

Nel 1927 prese la via dell’esilio il senatore Carlo Sforza, che aveva sottoscritto il manifesto dell’Unione nazionale delle forze liberali e democratiche di Giovanni Amendola insieme a Carlo Rosselli, Ivanoe Bonomi, Luigi Salvatorelli, Meuccio Ruini, e il giovane Ugo La Malfa. Le minacce rivoltegli da squadristi fascisti e lo scontro fisico subito a Bardonecchia, lo costrinsero a riparare in Francia, Inghilterra e Svizzera. Nel 1940, Sforza emigrò negli Stati Uniti, dove fondò la Mazzini Society insieme a Gaetano Salvemini, Alberto Tarchiani, Alberto Cianca, Lionello Venturi, Randolfo Pacciardi, Michele Cantarella, Aldo Garosci, Max Ascoli, Roberto Bolaffio, Renato Poggi, Giuseppe Antonio Borgese, esuli antifascisti di formazione laica e liberale. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale Sforza aderì al Partito repubblicano.

Francesco Saverio Nitti, presidente del Consiglio dal 1919 al 1920, dovette prendere la via dell’esilio fin dal giugno del 1924, a seguito della devastazione della sua casa romana nel quartiere Prati a opera delle squadre fasciste. Prima a Zurigo, poi a Parigi, per vent’anni svolse un’intensa attività di opposizione al regime fascista. Il saggio La Democrazia, la sua opera-capolavoro, costituisce, ancora oggi, una rilevante testimonianza della cultura politica liberal-democratica italiana. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, rientrato in Italia, sarà tra gli ispiratori del movimento politico denominato «Alleanza democratica nazionale», che alle elezioni politiche del 1953 contribuì nell’obiettivo di precludere alla Democrazia cristiana e ai suoi alleati di conseguire il premio di maggioranza previsto dalla cosiddetta «legge truffa» (che prevedeva l’attribuzione di un simile premio alla lista che avesse raggiunto il 50 per cento più uno dei voti).

Dopo l’8 settembre 1943, a seguito delle minacce provenienti dalla Repubblica di Salò, Luigi Einaudi, autorevole docente universitario ed economista liberale, si rifugiò in Svizzera, dove svolse un’intensa attività di studio, di insegnamento e collaborazione ai giornali: pubblicò le Lezioni di politica sociale,nonché numerosi articoli di economia e politica sul periodico «Risorgimento Liberale», organo del Partito liberale italiano che aveva iniziato le sue pubblicazioni il 15 gennaio 1944. Fece ritorno in Italia il 9 dicembre 1944, e con lui altri illustri rifugiati, come Gustavo del Vecchio, professore universitario di economia. Einaudi, ammiratore della democrazia elvetica ancor prima che la situazione politica in Italia lo costringesse a rifugiarsi a Basilea, Ginevra, Lugano e Losanna, fondò la Società per l’amicizia tra l’Italia e la Svizzera e il suo pensiero venne influenzato sensibilmente da varie teorie di economisti svizzeri o rifugiati in Svizzera, come l’illustre studioso tedesco Wilhelm Röpke, che egli infatti frequentò in quegli anni. Nel suo Diario dell’esilio emergono le difficoltà della vita quotidiana, ma anche le storie dei tanti incontri con importanti personalità italiane: Gianfranco Contini, Amintore Fanfani, membri della famiglia reale dei Savoia, Consiglieri federali come Enrico Celio, e più in generale con l’ambiente dei fuorusciti antifascisti italiani, ormai numerosi in Svizzera e appartenenti a tutte le tendenze antifasciste. Vi si ritrovava anche Tommaso Gallarati Scotti, cattolico liberale lombardo di elevato profilo intellettuale e politico, rifugiato nel dicembre 1943 per sfuggire a un mandato di cattura del governo repubblichino di Salò: insieme a Einaudi, Stefano Jacini, Luigi Gasparotto, Cipriano Facchinetti, avviò i necessari contatti per la costituzione del Cln. Nel luglio del 1944 ricevette dal governo Bonomi l’offerta poi accolta di divenire ambasciatore d’Italia in Spagna.

Anche Bortolo Belotti, eletto deputato liberale alla Camera nel 1913, poi sottosegretario al Tesoro nel 1919 e infine ministro dell’Industria e commercio nel governo Bonomi del 1921, si rifugiò in Svizzera nel 1943 dove – anziano e di salute malferma – morirà nel luglio del 1944 inseguito da un mandato di cattura per i suoi discorsi e articoli antifascisti. In Svizzera, egli incontrò Luigi Casagrande ed Ettore Janni: il primo, firmatario del manifesto politico che era costato l’esilio anche a Gallarati Scotti, rappresentava il Pli in seno alla delegazione svizzera del Clnai cui spettava il compito di fare da tramite tra la resistenza italiana, i governi alleati e il governo dell’Italia del Sud; il secondo, direttore, durante il governo Badoglio, del «Corriere della Sera» e artefice del ritorno del quotidiano nel solco della tradizione liberale, si era tenuto lontano da ogni attività pubblica fin dal 1925, quando uscì dall’associazione lombarda della stampa, trasformatasi in sindacato sottomesso al fascismo.

Altre personalità vicine all’orientamento liberale, pur avendo mantenuto la propria residenza in Italia sotto la dittatura fascista, vissero di fatto come degli esuli: primo fra tutti Benedetto Croce, che si rifugiò negli studi storici e filosofici, e che nel dopoguerra avrebbe promosso la fondazione del Partito liberale italiano. E poi Luigi Albertini, che si oppose al fascismo non solo nella sua qualità di direttore del «Corriere della Sera», ma anche dai banchi del Senato di cui divenne componente dal 1914; inoltre, nel 1925 fu tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce. Per questa sua presa di posizione fu estromesso dalla direzione del giornale, poi affidata al fratello Alberto: si ritirò allora nella sua tenuta di Torrimpietra, nei pressi di Roma, dedicandosi alla bonifica e alla coltivazione razionale della terra. Non diversa la posizione di Alberto Bergamini, fondatore e direttore del «Giornale d’Italia» nel 1901, uomo della destra liberale legato a Sidney Sonnino, senatore nel 1920, monarchico: dopo il delitto Matteotti si ritirò nell’Umbria, pur continuando a mantenere rapporti con il mondo antifascista di tradizione liberale, tanto che, a partire dal 1942, si terranno proprio nella sua casa romana i primi incontri tra i protagonisti che poi avrebbero assunto la responsabilità di guidare il Cln.

Furono molti coloro che, come Benedetto Croce, Luigi Albertini, Alberto Bergamini, Ettore Janni, fedeli a ideali liberali e democratici, resistettero in patria, quasi fossero in un Paese straniero, vivendo una condizione psicologica qualificata dalla storiografia come «emigrazione interna», una sorta di separazione consapevole dalla vita della comunità nazionale, con una sofferta contrazione dei propri rapporti professionali e personali, coniugata al culto clandestino, entro cerchie ristrette, dell’eresia politica e culturale che li accomunava a coloro che si rifugiarono fuori dai confini nazionali. Ciò rese possibile successivamente l’assunzione da parte loro di responsabilità in posizioni apertamente antifasciste, soprattutto durante il governo Badoglio dei quarantacinque giorni. Al rientro degli esuli, l’incontro tra questi e i protagonisti della Resistenza, favorirà anche il coinvolgimento degli esponenti dell’«emigrazione interna» nella creazione della nuova Italia repubblicana.

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