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Emigrazione

di Zeffiro Ciuffoletti

La penisola italiana già prima dell’unificazione nazionale alimentava flussi migratori interni e internazionali di qualche intensità, ma non conosceva ancora il fenomeno dell’emigrazione di massa come si manifestò a partire dagli ultimi decenni dell’800. Fino al 1876 non esisteva nemmeno una statistica del movimento migratorio, che proprio in quell’anno aveva superato i 100.000 emigranti, destinati dieci anni dopo a diventare 200.000 per arrivare a 300.000 nel 1886. Il fenomeno migratorio era ormai diventato un fenomeno di massa e non poteva più essere ignorato dagli studiosi e dai politici, che del resto se ne erano già dovuti preoccupare per le proteste che si levavano da parte dei grandi proprietari terrieri delle province settentrionali che alimentavano il flusso. Fino a quel momento si poteva pensare che i flussi di emigrazione liguri e veneti di lavoratori specializzati o semplici operai stagionali rientravano nella visione liberista della circolazione della produzione, del lavoro e del capitale. Tanto e vero che la classe dirigente liberale, la Destra storica, nel primo quindicennio post unitario, non si pose il problema di controllare o impedire l’esodo se non attraverso qualche circolare ai prefetti. Fino ad allora l’emigrazione permanente era un fenomeno relativamente esiguo alimentato da lavoratori intraprendenti o da una borghesia professionale insofferente ai ristretti circuiti della vita economica e politica dell’Italia preunitaria, a prevalenza ancora rurale.

La migrazione transoceanica che prese forma negli anni Ottanta dell’800 era qualcosa di molto diverso rispetto a quella dei liguri o dei padani diretti in Sudamerica nella regione del Plata. Anzi, la relativa espansione economica delle regioni settentrionali dopo l’Unità stava parzialmente frenando il fenomeno migratorio, mentre entrava in gioco il grande serbatoio contadino meridionale, dove l’immobilità dei rapporti di produzione nelle campagne e l’aumento naturale della pressione demografica spingevano le masse dei contadini poveri e senza terra a tentare la via dell’emigrazione. Mentre l’emigrazione del Nord era rivolta per lo più in Europa e in parte manteneva il suo carattere professionale e stagionale, quella che cominciò a muovere prima dalle regioni meridionali continentali e poi dalla Sicilia, dirigendosi verso le sponde africane e poi verso le Americhe, era sempre più una emigrazione permanente. Nel 1887 per la prima volta il rapporto fra destinazioni europee e mediterranee e destinazioni transoceaniche si rovesciò a favore di quest’ultime. Il fenomeno assunse, così, caratteristiche sempre più macroscopiche da destare la preoccupazione anche da parte di coloro che fino ad allora avevano visto con favore l’emigrazione come i meridionalisti liberali. Si era entrati nel pieno di un processo di globalizzazione dell’economia in cui il continente americano e specialmente gli Stati Uniti erano diventati poli d’attrazione: l’America meridionale per lo sviluppo delle sue vaste risorse agricole e per la fine della schiavitù dei neri e l’America settentrionale per la forza dirompente del suo sviluppo industriale e per quello di una agricoltura sempre più moderna, ma anche per lo sviluppo delle città e delle infrastrutture dei trasporti e delle ferrovie. In Italia si cominciò a capire che emigravano spesso i contadini e gli artigiani più intraprendenti e ciò poteva impoverire l’economia nazionale. Altri invece intendevano che poteva costituire una valvola di sfogo sociale per decongestionare il mercato del lavoro e lo scontro di classe. C’era anche chi considerava l’emigrazione di massa una grave perdita per l’economia nazionale. Anche per questo si cominciò a pensare a eventuali conquiste coloniali in Africa, per farvi confluire l’emigrazione specialmente meridionale.

Tuttavia, la classe dirigente dello Stato liberale considerava ancora l’emigrazione un fenomeno economicamente e socialmente utile, in grado addirittura di aprire mercati all’estero per le merci italiane, specialmente per i prodotti legati alle abitudini alimentari degli italiani. La prima legge sull’emigrazione, emanata il 30 dicembre 1888, riconosceva ufficialmente la libertà di emigrare e regolamentava l’attività degli agenti e dei subagenti, considerati degli sfruttatori delle speranze e dell’ignoranza degli emigranti. Per i partiti di opposizione, repubblicani e socialisti. L’emigrazione era il segno del fallimento dello Stato unitario. Anche per il mondo cattolico, in parte impegnato nell’aiutare e assistere gli emigranti, l’emigrazione era una piaga indotta dagli sconvolgimenti politici e sociali del capitalismo. In realtà, quel che agiva era l’attrazione dell’America come polo di un’economia in crescita e come terra mitica dei grandi spazi vuoti dove poter realizzare ogni aspirazione di lavoro e di benessere.

Gli effetti del fenomeno migratorio non toccarono che marginalmente le aree ad economia rurale di tipo mezzadrile dell’Italia centrale e le aree di bonifica. La crisi agraria degli anni Ottanta e il debole sviluppo industriale alimentarono il flusso anche in certe regioni settentrionali, ma dopo il 1895 il Piemonte e la Lombardia, grazie ai processi di sviluppo del capitalismo nelle campagne e dell’industria, attenuarono fortemente il loro contributo al flusso migratorio che invece continuò ad essere alimentato in maniera imponente dal Veneto, dalle regioni meridionali e dalla Sicilia, cioè dalle aree più povere e arretrate del Paese. Nonostante i costi umani altissimi, l’enorme potenziale economico dei paesi americani permise agli emigranti di raggiungere condizioni di vita e di lavoro migliori di quelle lasciate in patria. Superate le resistenze degli agrari meridionali più retrivi, verso la fine del secolo la politica migratoria dello Stato liberale si trovò davanti a un dualismo fra liberisti e interventisti. Un dualismo che viste le implicazioni economiche e sociali in gioco anche per via degli enormi interessi in ballo delle compagnie di navigazione e delle commesse dell’industria navale riguardava, infatti, due modi di intendere il liberalismo: un liberalismo tradizionale favorevole alla libertà di emigrazione e un liberalismo sociale. La legge del 1901, segnò la vittoria di quel liberalismo sociale alla Luzzatti, che aveva sempre teorizzato l’esigenza di accompagnare il fenomeno migratorio con la tutela statale degli emigranti.

La nuova legge del 1901 segnò gli orientamenti della politica migratoria italiana, che, salvo alcune modifiche, durò fino al fascismo e cercò, nonostante le difficoltà, di accompagnare l’emigrazione nella fase più acuta ed estesa. Grazie a questa legge anche le organizzazioni associative e di assistenza dei socialisti e dei cattolici, più vicini ai bisogni delle popolazioni migranti o alla esigenza di tutela dei loro diritti, videro riconosciuto il loro ruolo. Lo Stato italiano, con le sue strutture consolari, si prendeva cura del problema dell’emigrazione per evitare e attenuare i disagi e le speculazioni a danno degli emigranti da parte di agenti e compagnie di navigazione, fissando il prezzo dei trasporti e creando la figura degli ispettori dell’emigrazione nei porti di Genova, Napoli e Palermo. Le rimesse degli emigranti sempre più ingenti dell’età giolittiana contribuirono notevolmente al finanziamento dei lavori pubblici e degli investimenti a lungo termine.

Naturalmente, l’emigrazione di massa dell’età giolittiana che toccò punte di altre 600-700 mila partenze annue, non poté risolvere i problemi e gli squilibri del Paese. L’alleggerimento della pressione sociale prolungò in parte la vita dell’arretrata agricoltura meridionale e del latifondo. Così come la formazione di nuovi nuclei di piccoli proprietari non favorì la modernizzazione del settore.

Nel settentrione, tuttavia, l’esodo dalle campagne favorì lo sviluppo di una moderna organizzazione capitalistica dell’agricoltura. Eppure proprio l’emigrazione aveva creato le basi per una diminuzione del divario fra Nord e Sud, che stava crescendo per la modernizzazione del Paese, perché molti emigranti ritornarono nei loro paesi ricchi di esperienze diverse, se non di energie e di piccoli capitali. Con la Grande guerra si chiuse la fase della globalizzazione aperta nata nell’Ottocento e le conseguenze si videro nel dopoguerra con i protezionismi e le chiusure dei mercati. Il primo governo Mussolini non mutò nemmeno a livello teorico la politica migratoria liberale, considerando l’emigrazione una necessità fisiologica per l’Italia. Nemmeno il Quota Act statunitense fece mutare l’indirizzo che vide il Commissariato generale dell’emigrazione ricercare nuovi sbocchi migratori per compensare le restrizioni americane. Solo con Il discorso dell’Ascensione, pronunciato alla Camera dei deputati il 26 maggio del 1927, Mussolini arrivò a esaltare la «potenza demografica», proponendo di sostituire «l’emorragia» emigratoria con la politica coloniale.

Nel secondo dopoguerra riprese il cammino dell’emigrazione, ma questa volta con destinazione prevalentemente europea, specialmente a partire dal 1954. Dei sette milioni di espatri dal 1946 al 1973, oltre due terzi si diresse nei Paesi europei e solo un terzo verso gli altri continenti.

Nel 1971 risultarono rimpatriati oltre tre milioni e 118.641 emigranti. Ormai il «miracolo economico» italiano riassorbiva nelle sue aree di sviluppo il grosso della forza lavoro che abbandonava il Sud e le campagne. Il lungo ciclo migratorio italiano si stava invertendo: a metà degli anni Settanta del ’900, quando si calcolò che gli italiani emigranti all’estero, più coloro che avranno acquistato la cittadinanza straniera, ammontavano a sei milioni e mezzo, l’Italia da primo Paese di emigrazione, quale era stata per oltre un secolo, stava per diventare un paese di immigrazione, senza essere attrezzata e preparata come i Paesi europei che avevano già avuto una esperienza in materia.

Bibliografia

Audenino P., Tirabassi M., Migrazioni italiane. Storia e storie dall’ancien régime a oggi, Mondadori, Milano 2008; Ciuffoletti Z., Degl’Innocenti M., L’emigrazione nella storia d’Italia, 1868-1975: storia e documenti, Vallecchi, Firenze 1978; Bevilacqua P., Franzina E., De Clementi A., Storia dell’emigrazione italiana, Donzelli, Roma 2009; Sori E., L’emigrazione italiana dall’Unita alla seconda guerra mondiale, il Mulino, Bologna 1979.

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