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Diritto di proprietà

di Alberto Giordano

Il diritto di proprietà non ha mai costituito una pietra miliare della teoria liberale italiana. Tuttavia, verso il finire del XVIII secolo, alcuni protagonisti di quello che Franco Venturi ebbe a definire il Settecento riformatore iniziarono a riflettere sul ruolo e sullo statuto della proprietà privata. In ciò essi vennero senza dubbio influenzati dalle relazioni tra proprietà e potere istituite dai Livellatori prima e da James Harrington poi, ma soprattutto dalla giustificazione del diritto di proprietà contenuta nel celeberrimo cap. V del Second Treatise on Civil Government di John Locke.

Fedele all’eredità lockiana fu, ad esempio, Antonio Genovesi, titolare della prima cattedra italiana di Economia, che nelle sue Lezioni di commercio ossia di economia civile (1765-’67) e in vari altri scritti economici sostenne la necessità di diffondere quanto possibile la proprietà tra i cittadini per «fare sì che essi sieno il più che si può agiati e che abbiano la massima possibile ricchezza e la massima possibile potenza».

Ma se in Genovesi si avvertivano ancora lontani echi mercantilisti, l’economista e filosofo piemontese Giambattista Vasco si spingeva oltre. Ispiratosi dichiaratamente a Grozio e Montesquieu, nella sua Felicità pubblica considerata nei coltivatori di terre proprie (1769) Vasco asseriva, attingendo inoltre ad argomenti hobbesiani e lockiani, che «dopo l’arbitrio di usare della sua persona come più piace, la libertà più naturale all’uomo è stata quella di cogliere, ovunque fossero, li frutti che spontaneamente offeriva la terra». Ma siccome «questa libertà non potea a meno di cagionare gravi disordini», per garantire il sicuro godimento della proprietà legittimamente acquisita «fu d’uopo adunque, con una o espressa o tacita convenzione, di rinunziare al troppo ampio diritto che aveva ciascun uomo in tutta la terra, per assicurare a ciascuno e rassodare il diritto esclusivo di godere delle produzioni della terra che avrebbe coltivato». Non diversamente, in pieno clima giacobino, il rivoluzionario Matteo Galdi dedicò la sua opera principale – Dei rapporti politico-economici fra le nazioni libere (1798) – a dimostrare che, «se il governo naturale all’uomo è quello in cui sian più sicuri e rispettati i suoi diritti, più cogniti ed eseguiti i doveri, più garantita la sua felicità, questo debb’essere un governo libero, una democrazia», nella quale «niuno può attentare all’altrui diritto di proprietà».

Un residuo di tale approccio si può ritrovare in Carlo Cattaneo, per il quale la proprietà costituiva uno degli strumenti utilizzabili dalla società al fine di promuovere il progresso generale, che pur traeva in primo luogo le proprie radici da quella «intelligenza che afferra i fatti della natura, che presiede al lavoro, al consumo, al cumulo». Cattaneo volse lo sguardo, in particolare, alla funzione della proprietà rustica e alla necessità, per la razionalizzazione del tessuto rurale e quindi il miglioramento dell’intera società, della «congiunzione della terra e dei capitali», ossia l’auspicio che «l’uomo con sempre nuovi capitali soccorr[esse] alla possidenza» [Interdizioni israelitiche, 1836].

Nondimeno, nel corso del Diciannovesimo secolo, i liberali si trovarono schiacciati tra l’incudine rappresentata dalla sintesi repubblicana di Mazzini – per il quale «non bisogna abolire la proprietà perché oggi è di pochi; bisogna aprire la via perché i molti possano acquistarla» – e il martello del pensiero sociale cattolico, tradizionalmente favorevole all’espansione della piccola proprietà, specie contadina, ma che in sede di elaborazione concettuale mostrava talvolta posizioni eterodosse – con Liberatore, tra i tanti, a sostenere che «qualsiasi proprietà fa parte della ricchezza comune della nazione e viene concessa in usufrutto ai privati in cambio dei servizi forniti alla comunità».

Tra i liberali spettò soprattutto a Francesco Ferrara recuperare il valore del diritto di proprietà quale fondamento dell’economia di mercato. Ferrara ritiene che, siccome «occupare è il destino dell’uomo», non «vi ha bisogno di istituzioni, di codici e di sistemi per legittimare l’occupazione isolata della materia, che è il fatto e la condizione medesima dell’esistenza». Da ciò discende il fatto che «senza proprietà il travaglio dell’occupazione è impossibile», e inoltre il primato degli individui sulle istituzioni e sulla società, tanto che per l’economista siciliano il governo è solo «una fra le migliaia di occupazioni […] uno de’ tanti mestieri che, prendendoli nel loro insieme, danno l’idea dell’attività sociale» [Ferrara 1955-2001].

Questa presa di posizione radicale venne peraltro contestata all’interno del medesimo fronte liberale. Nei suoi Elementi di scienza politica (1896), il pur liberista e antisocialista Mosca notava causticamente che «gli economisti ortodossi che qualche volta hanno cercato di dimostrare che la proprietà privata delle terre e dei capitali non solo è indispensabile o utile per la convivenza sociale, ma risponde anche ai dettami assoluti della morale e della giustizia, ci pare che abbiano prestato il fianco a poderosissimi attacchi». A Mosca doveva rispondere di lì a poco, per quanto indirettamente, Maffeo Pantaleoni che, nella famosa conferenza veneziana Il secolo ventesimo secondo un individualista (1900), ribadì che il liberalismo «mira a ciò che il possesso delle ricchezze sia ognora in correlazione – quanto più esatta e rapida può farsi – con la distribuzione delle forze produttive tra gli individui componenti il consorzio sociale e a queste forze lascia libero giuoco». La proprietà, insomma, avrebbe costituito uno dei pilastri della società liberale, che altro non era se non «un sistema di autarchia e di responsabilità, un sistema di self-government», e, in definitiva, «è anche questo un ideale di giustizia».

Pantaleoni inaugurò la riflessione del liberalismo novecentesco sul diritto di proprietà, in verità tutt’altro che copiosa. Fu Luigi Einaudi, in particolare, a soffermarvisi, sebbene non tanto sullo status giuridico quanto sull’appagamento spirituale che la proprietà – nello specifico, terriera – suscita negli individui che ne fruiscono. Ne La terra e l’imposta (1924), Einaudi descrive infatti i «vantaggi non consistenti in frutti propriamente detti distaccantisi dal terreno», tra i quali elenca «il piacere fisico del possesso, che consiste nel camminar sopra il fondo, nel contemplarlo, nel toccarne le piante e vederle crescere», «il piacere psicologico, che sta nell’immaginazione del miglioramento futuro del fondo» e «il piacere famigliare di sapere i figli forniti di un mezzo di esistenza, di uno strumento di lavoro indipendente dalla buona grazia altrui ed assicuratore contro i rischi di disoccupazione» – tema, quest’ultimo, chiaramente desunto dall’ottica proprietarista di Thomas Jefferson.

Simili argomenti non erano però destinati a suscitare approvazione nella cultura italiana del tempo. Anzi: la scarsa attenzione prestata dal pensiero politico e giuridico al diritto di proprietà ne determinò anche, a seguito della Liberazione, la controversa disciplina in sede costituzionale. I costituenti stabilirono infatti, redigendo l’art. 42, che la proprietà potesse essere «pubblica o privata» e che i «beni economici» appartenessero «allo Stato, ad enti e a privati»; il comma 2, inoltre, riconosceva e garantiva il diritto di possesso dei privati, ma precisava che la legge «ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti». Una simile disciplina destò la preoccupazione del movimento di Rinascita liberale, che radunava i liberali vicini alla «terza via» proposta da Wilhelm Röpke e Luigi Einaudi, i quali invitarono i membri dell’Assemblea costituente a prevedere esplicitamente la sanzione del «principio della proprietà privata, il cui titolo originario di diritto siano il lavoro e il risparmio, promuovendo l’accessibilità ad essa di tutti gli uomini, coll’assicurare ai capaci uguali possibilità d’istruzione e di preparazione, e col ridurre la disparità di situazioni economiche derivanti dal diritto successorio, facilitando infine il mercato dei mezzi di produzione» [Risoluzione approvata dagli aderenti al movimento di Rinascita liberale, 1947].

Il documento operava un esplicito riferimento alla prospettiva röpkiana di fare «dei proletari altrettanti proprietari» [Röpke, 1944] e alle posizioni del probabile estensore, Panfilo Gentile, il quale reclamava che venissero, per quanto possibile, «riassociati la proprietà e il lavoro». Questo approccio si rivelò però minoritario nel secondo Novecento: pochi liberali si interessarono infatti ai problemi posti dalla tutela e dall’ordinamento della proprietà, e quei pochi che lo fecero finirono per ritrovarsi su fronti opposti, come nel caso di Massimo Salvadori e Bruno Leoni.

Mentre Salvadori, pur non nutrendo dubbi «sull’importanza fondamentale che ha la proprietà in una società liberale» e reclamando l’abolizione di bardature e privilegi per favorire «una maggiore partecipazione dei cittadini al possesso e all’uso della proprietà», riteneva necessario «scegliere: o la libertà è sacra, o la proprietà» [Salvadori 1951], Leoni, d’altro canto, era convinto che ogni intervento dei poteri pubblici in materia di disciplina di proprietà privata si sarebbe risolto in una «guerra contro i proprietari», mentre una società liberale si caratterizzava per «la possibilità di ottenere rispetto, tutela o garanzia dell’integrità dell’uso di beni che ogni individuo considera fondamentali e indispensabili alla propria esistenza» [Leoni 1961]. Una spaccatura, ripresentatasi in innumerevoli altri contesti, che avrebbe profondamente segnato la parabola del liberalismo italiano negli anni a venire.

Bibliografia

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Brano tratto dal "Dizionario del liberalismo italiano", edito da Rubbettino Editore. Clicca qui per acquistarlo con il 15% di sconto