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Diplomazia (età liberale)

di Gerardo Nicolosi

Dalle riforme D’Azeglio alla crisi della Destra storica

Il momento genetico di una diplomazia nazionale può essere fatto risalire al processo riformistico intrapreso dal governo d’Azeglio nel 1849, quando, assunto l’interim degli Esteri, oltre a una vera e propria epurazione del vecchio personale della Segreteria di Stato, D’Azeglio rivisitò innanzitutto il sistema di reclutamento (r. d. 23 ottobre 1849), ora ispirato a criteri meritocratici. Per comprendere appieno l’importanza degli interventi azegliani è necessario mettere in evidenza come al tempo, e non solo nel piccolo Regno di Sardegna, gli Affari esteri fossero un terreno quasi di esclusivo appannaggio del re, un sistema che caratterizza tutto il periodo della cosiddetta «diplomazia classica», che si fa partire dal congresso di Vienna, e che va parzialmente incrinandosi soltanto con l’affermarsi di governi rappresentativi. Introducendo un sistema per esami, il regolamento D’Azeglio toccava quindi uno dei gangli del modello dinastico-fiduciario, rispetto al quale l’essere un soggetto di nobili natali o comunque vicino a corte era requisito primo per l’accesso nei ruoli. A un’ottica meritocratica era ispirata la volontà di istituire anche una Scuola superiore di preparazione alla carriera diplomatica, per la quale D’Azeglio si avvalse della collaborazione di Pasquale Stanislao Mancini, il giurista napoletano esule in Piemonte e creatore del diritto internazionale basato sul principio di nazionalità. Non è irrilevante che nel progetto istitutivo della Scuola si facesse espressamente riferimento alla funzione nazionale di casa Savoia e del suo governo [Moscati 1947], a dimostrazione sia del fatto che una sensibilità unitaria fosse già presente nell’establishment post-quarantottesco, sia della necessità di creare una classe di diplomatici ispirata ai più genuini principi nazionali e liberali. Assieme alla rivisitazione del sistema di reclutamento, un r.d. 12 luglio 1850 organizzava l’amministrazione in quattro divisioni, una struttura che non era molto diversa da quella stabilita sin dal 1816. Per la prima volta però, l’ordinamento di quello che ormai veniva chiamato Ministero degli Affari esteri veniva stabilito per decreto, il che aveva una sua ragion d’essere nel carattere liberale dello Stato [Ferraris 1955].

L’azione riformatrice di D’Azeglio trova nuovo slancio con Cavour, che fu perfetto interprete di quella linea moderata basata sulla convinzione che la soluzione della questione italiana fosse intimamente legata all’evoluzione del quadro internazionale, ciò che posizionava gli Affari esteri al centro dell’azione di governo. Gli anni di Cavour possono essere considerati decisivi anche in rapporto a una prima erosione delle prerogative regie nel campo degli Affari esteri, dovuta sia alla parlamentarizzazione del sistema, sia alla stessa personalità del leader e al suo relazionarsi con il sovrano, con il quale i rapporti non furono sempre lineari. Fu proprio dopo la crisi Calabiana del 1855 che lo statista piemontese, assunta la carica degli Esteri dopo aver partecipato in prima persona al Congresso di Parigi (febbraio-aprile 1856) e mantenendola dal 5 maggio 1856 al 19 luglio 1859, dette prosecuzione al processo di riforma. Già una legge organica del 23 marzo 1853 riguardante l’amministrazione centrale aveva istituito due figure chiave come quelle del Segretario generale, che aveva il compito di garantire la continuità amministrativa, e del Segretario particolare del ministro o di gabinetto, che invece dipendeva dalla scelta del ministro e che per gli Interni e gli Esteri poteva riguardare anche una persona esterna all’amministrazione. Sin dalle origini, al Ministero degli Esteri andò instaurandosi la prassi per cui al Segretario particolare vennero affidate mansioni strettamente amministrative, mentre il Segretario generale, per la sua posizione di più alto funzionario subordinato al ministro e in continuo rapporto con il corpo diplomatico, ebbe funzioni sia amministrative che strettamente politiche. La carica di Segretario particolare fu ricoperta da Giovanni Barbavara di Gravellona, al quale si deve la nuova legge consolare approvata il 15 agosto 1858, quella di Segretario generale venne affidata al conte Ruggero Gabaleone di Salmour, un fedelissimo del conte, che ebbe ampio spazio nella direzione degli affari esteri. Il Regolamento Salmour del servizio interno del Mae, approvato da Cavour il 22 dicembre del 1856, contribuì a razionalizzare una sfera di attività prima di molto demandata a una dimensione «personale», responsabilizzando l’apparato attraverso una specializzazione del lavoro.

Altro aspetto da mettere in evidenza è la tendenza di Cavour ad affidarsi a elementi della borghesia, una precisa strategia finalizzata a fare dei funzionari degli Esteri lo strumento di una «rivoluzione diplomatica», privilegiando le doti personali e professionali, i meriti patriottici e l’adesione ai principi liberali. In questo senso, possono essere citati alcuni casi esemplari: Costantino Nigra, Cristoforo Negri, Domenico Carutti di Cantogno, Alessandro Capuccio, Romano Carlo Susinno, Francesco Astengo, Francesco De Veillet, Isacco Artom. Riguardo quindi al primo nucleo della diplomazia nazionale, il riconoscimento del sovrano come dominus assoluto della politica estera corrisponde a un paradigma che va accettato con qualche riserva. Difficile, infatti, ridurre il ruolo della diplomazia nel processo di conseguimento dell’unità, rispetto al quale essa sembra agire in risposta più al protagonismo ministeriale, che al tradizionale legame dinastico. Non c’è dubbio poi che la vittoria della soluzione regio-cavouriana della questione nazionale valorizzò l’elemento diplomatico, nei confronti del quale invece la «democrazia» italiana continuò a mantenere una certa diffidenza, sulla scorta dell’insegnamento di Mazzini, che aveva criticato la diplomatizzazione della rivoluzione nazionale operata dallo statista piemontese.

Tra gli eredi di Cavour, degno interprete della sua linea nel campo degli Affari esteri fu Emilio Visconti Venosta, che dominò la scena negli anni della Destra storica, diventando un vero modello di stile diplomatico. Entrato per la prima volta al Ministero in qualità di Segretario generale, da ministro degli Esteri egli guidò il processo di ringiovanimento del personale e di adeguamento dell’apparato alle esigenze del nuovo Stato unitario, la cui urgenza escludeva un reclutamento effettuato per normale concorso. Le immissioni avvenute tra il 1862 e il 1866 avvennero infatti anche per cooptazione. Fu Visconti Venosta che dovette affrontare il problema dell’inserimento nei nuovi ruoli del personale degli Stati pre-unitari, problema particolarmente spinoso in riguardo alla struttura ministeriale del Regno delle Due Sicilie, che era di tutto rispetto. La questione fu risolta attraverso un differimento delle immissioni, a seconda dell’affidabilità dei singoli funzionari, che dipendeva in primo luogo dal grado di lealtà verso il nuovo governo o da fatti oggettivi quali l’età o l’anzianità di servizio, che lasciavano presumere una maggiore difficoltà di adeguarsi alla nuova realtà. In generale, gli alti gradi delle varie «carriere» rimasero fedeli ai vecchi prìncipi.

La discrezionalità ministeriale nel campo delle nomine, spesso criticata nei dibattiti parlamentari dai banchi dell’opposizione, fu una delle caratteristiche della gestione di Visconti Venosta, che a sua difesa faceva valere le ragioni della delicatezza e soprattutto della specialità dell’azione diplomatica.

I rappresentanti all’estero, soprattutto quelli delle sedi più prestigiose, erano i più anziani, come De Launay a Berlino, Taparelli d’Azeglio a Londra, Sauli a Pietroburgo, Lupi di Montalto a l’Aja e in Belgio, Tecco a Madrid, tutti elementi che avevano superato la prova della fedeltà al nuovo regime liberale. Alcune sedi dell’inner circle erano poi occupate da personaggi simbolo della rivoluzione nazionale come nel caso di Nigra a Parigi o di Durando a Costantinopoli. Non mancarono nomine «politiche» in sedi di primo livello, se si pensa ai casi di Marco Minghetti, posto da Cavour a capo della Direzione delle province italiane e poi incaricato nel 1870 di reggere la legazione italiana a Vienna e poi di Gioacchino Pepoli, Luigi Amedeo Melegari, Camillo Caracciolo di Bella, Carlo Cadorna. Fu questo il personale diplomatico che si impegnò nel delicato compito di ottenere il primo riconoscimento del Regno d’Italia e poi di inserirlo nella rete delle relazioni tra le potenze, tentando di recuperare dei buoni rapporti con la Francia, di mantenere viva l’amicizia con la Gran Bretagna e cercando un avvicinamento alla Prussia, con il fine di isolare l’Austria, al cui scopo si prestava la crescente rivalità austro-prussiana nell’area germanica. Una politica ben compendiata dalla formula «indipendenti sempre, ma isolati mai», pronunciata da Visconti Venosta in occasione del suo primo discorso ministeriale il 26 marzo 1863.

Visconti Venosta procedette a un riordino dell’amministrazione, stabilito con r.d. 23 dicembre 1866, che prevedeva una struttura articolata in tre direzioni (Affari politici, Affari commerciali, Affari privati e contenziosi) e una Divisione (contabilità, economia e passaporti). Elementi salienti dell’intervento erano la formalizzazione della preminenza del Segretario generale, la cui figura veniva rafforzata, anche per l’abolizione del gabinetto del ministro. Il Segretario generale, svolgendo funzioni vicarie, diventava quindi l’alter ego del ministro, era anche il capo dell’amministrazione e il supervisore della gestione contabile del Ministero. Un modello che rispondeva all’esigenza di porre l’amministrazione degli esteri al riparo dalla volubilità dei governi e anche dalle influenze della corona. Una figura «chiave» che da allora fu sempre rivestita da soggetti di grande competenza.

Se guardiamo ai caratteri sociologici della diplomazia della Destra storica, possiamo dire che non ci sono grandi cambiamenti rispetto agli anni di Cavour: nella carriera interna e in quella consolare vi è una buona rappresentanza della borghesia, mentre nel ramo diplomatico prevale l’estrazione nobiliare, elemento comunque in crescita a causa, in questa fase, dell’immissione del personale degli antichi Stati. Relativamente a questi anni, nonostante si possa già da tempo parlare di una diplomazia caratterizzata da una funzione nazionale, l’elemento piemontese è ancora largamente dominante e ciò anche dopo l’assorbimento dei funzionari delle vecchie amministrazioni.

Al 1870, esiste insomma una diplomazia già consapevole della propria specialità funzionale, responsabile dei propri compiti e che agisce in base a considerazioni di natura tecnica. L’avvento della sinistra storica al governo del Paese non significò alcuno stravolgimento negli assetti interni dell’amministrazione degli Esteri e tantomeno in direzione di quella democratizzazione della politica estera per anni invocata dai banchi dell’opposizione. La nuova classe di governo si preoccupò soprattutto di legittimare se stessa, tranquillizzando le cancellerie europee, memori del passato rivoluzionario di molti suoi esponenti. Si trattò di una ricerca di legittimazione che andava anche in direzione di casa Savoia, che, consapevole della crisi della Destra storica, era a sua volta alla ricerca di homines novi, che fossero però collaboratori docili e malleabili. Di qui una spregiudicata politica di reclutamento di personale diplomatico di estrazione nobiliare, tale addirittura da invertire il trend generale che vede l’elemento borghese in costante ascesa, dato condizionato dal massiccio ricorso alle nomine di addetto onorario. Ciò che però bisogna mettere in evidenza è che negli anni della Sinistra al potere ha termine l’osmosi tra classe politica ed elemento diplomatico, una prima crisi di quella comunanza di ideali e di strategie che negli anni della Destra storica era stata fattore essenziale del processo di unificazione e di cui l’azione lineare e condivisa della diplomazia di Visconti Venosta costituisce degna testimonianza.

L’interludio crispino

L’azione riformatrice di Crispi in riguardo all’organizzazione del Mae assume indubbiamente un significato di rottura rispetto alla tradizione: con le leggi 25 e 29 dicembre 1887, veniva depotenziata la figura del Segretario generale, le cui funzioni amministrative venivano affidate al sottosegretario – nuova figura introdotta in tutti i ministeri con la legge 12 febbraio 1888 –, mentre quelle più propriamente politiche e diplomatiche venivano assegnate al capo di gabinetto, che nel caso specifico era il fido Carlo Pisani Dossi, uno degli ispiratori della riforma. L’istituzione di cinque divisioni a capo delle quali furono posti tutti funzionari di fede crispina e l’abolizione dei ruoli di Direttore generale degli affari politici e degli uffici legislativi e di Direttore generale dei consolati e del commercio favorivano una ristrutturazione della macchina burocratica a tutto servizio dell’elemento governativo.

Tale riorganizzazione fu caratterizzata anche da disposizioni riguardanti la carriera e accompagnata da una politica del personale che fu carica di conseguenze. La vicenda della rimozione di Giacomo Malvano, influente capo della Direzione affari politici, è sintomatica al proposito. Nel dissidio Crispi-Malvano è da vedersi infatti lo scontro tra due opposte concezioni della diplomazia: da una parte, il sostenitore di una svolta modernizzante ma in cui la superiorità dell’elemento politico rendeva il diplomatico un esecutore obbediente e quasi passivo delle istruzioni del governo, dall’altra, il difensore delle prerogative della carriera e della specialità dell’ordinamento degli Affari esteri, diffidente nei confronti delle ingerenze prevaricanti dell’elemento politico. Crispi usò invece maggiore cautela nei confronti dei capi missione dell’inner circle: si guardò bene dal rimuovere personaggi molto in vista come De Launay o Nigra, ma non ebbe remore invece nei confronti di Luigi Corti, richiamato bruscamente da Londra, dell’ambasciatore Giuseppe Greppi e dei ministri Filippo Oldoini e Ulisse Barbolani.

Se si prendono in considerazione anche i provvedimenti riguardanti la carriera consolare, altro settore al quale fu assegnata una precisa importanza politica, il periodo di Crispi alla Consulta fu caratterizzato da grandi cambiamenti, ma la resistenza che la burocrazia ministeriale tenacemente oppose alla riforma, favorì un ulteriore consolidamento dello spirito di corpo e la presa di coscienza di una specialità funzionale che qualsiasi governo, e anche la Corona, avrebbero dovuto ormai riconoscere.

Dal ritorno di Visconti Venosta alla crisi dello Stato liberale

Con l’ordinamento Caetani del 15 marzo 1896 la struttura dell’amministrazione centrale messa in piedi con le riforme crispine veniva cancellata. Il volto della diplomazia italiana continuò a essere quello di sempre e fu proprio Emilio Visconti Venosta, nuovamente ministro degli Esteri dal 1896 al 1898 e poi dal 1899 al 1901, a segnare un ritorno alla normalità, che coincide con un riequilibrio della linea di politica estera, nel senso di una fuoriuscita dalla politica di potenza di Crispi e della ricerca di un nuovo rapporto con Francia e Gran Bretagna pur nel rispetto della Triplice, secondo la formula del «Triplicismo corretto», così come fu definito da Salvatorelli [1939].

Riguardo agli aspetti organizzativi, l’ultima gestione di Visconti Venosta si segnala per la rinuncia ad ogni possibile ritocco all’impalcatura burocratica del Mae, quella ricercata più o meno tenacemente da tutti i governi sin dalla metà degli anni Settanta. Fu considerato prioritario riportare fiducia nella sfera decisionale, con l’instaurarsi di un clima più disteso tra ministro e Corona e di maggiore fiducia tra il titolare della Consulta e gli ambasciatori nelle grandi capitali, che tornarono al loro ruolo di consiglieri del ministro, mentre il Segretario generale riprendeva il coordinamento della macchina ministeriale e la «carriera interna» la direzione degli uffici.La presenza di Visconti Venosta alla Consulta negli anni a cavallo del secolo ebbe anche come effetto quello di trasmettere alle nuove generazioni di diplomatici chiamati ad affrontare le sfide dei tempi nuovi la migliore tradizione della politica estera italiana, quella coronata dal successo dell’unificazione nazionale, e fatta di prudenza, ponderatezza, equilibrio.

Con Giulio Prinetti a capo degli Esteri nel 1901 si hanno invece piccoli ma significativi passi in avanti dal punto di vista organizzativo. Già ministro dei Lavori pubblici con di Rudinì nel 1897, la presenza di Prinetti alla Consulta fu di breve durata, ma di un certo rilievo, e non solo perché, ponendosi in linea di continuità con la politica di Visconti Venosta, riusciva a concretizzare un avvicinamento in direzione di Francia e Gran Bretagna pur rispettando il vincolo triplicista, ma anche per i provvedimenti presi nei confronti della struttura del Mae, alla quale egli si rapportò con spirito organizzativo imprenditoriale e modernizzante. Oltre all’istituzione nel 1901 del Commissariato dell’emigrazione, vennero creati un Ufficio diplomatico, un Ufficio coloniale e un Ispettorato delle scuole italiane all’estero, con conseguente riordino dell’amministrazione centrale in cinque uffici autonomi e cinque divisioni con competenza per materia. La modernizzazione della struttura del Mae veniva ricercata attraverso la creazione di organi «speciali», confacenti alle esigenze internazionali del Paese e grazie anche a una nuova dislocazione funzionale del personale, secondo la quale la burocrazia «interna» avrebbe dovuto espletare ruoli più propriamente tecnici. In sostanza, anche Prinetti mostrava una certa insofferenza e forse anche diffidenza nei confronti del vecchio personale della carriera interna e, molto probabilmente, voleva raggiungere lo stesso scopo di Crispi, semplicemente agendo in maniera meno traumatica, dati i precedenti. Anche Prinetti, tuttavia, la cui carriera politica fu bruscamente interrotta da un attacco apoplettico che lo porterà alla morte nel 1908, non ebbe tempo per modificare gli equilibri interni del Ministero.

Fu con Tittoni che il Mae si può dire che cambi volto. Si trattò di una nomina che colse di sorpresa gli ambienti della diplomazia, poco inclini ad accettare personaggi estranei alla carriera e tanto più se provenienti, come Tittoni, da quella prefettizia. Tuttavia, il funzionario romano aveva avuto modo di farsi notare positivamente sia da Vittorio Emanuele III, che da Giolitti ai tempi del suo servizio a Napoli. Con la gestione Tittoni, ministro dal 1903 al 1905 e poi dal 1906 al 1909, si ha uno svecchiamento del personale dovuto anche a cause naturali – esce di scena il vecchio Nigra, un monumento della diplomazia e simbolo del risorgimento nazionale – e una ristrutturazione dell’organizzazione. Con r.d. 9 giugno 1907, le carriere ministeriali venivano ridotte a due, quella diplomatica e quella consolare, mentre con r.d. 9 aprile 1908, n. 241, si procedeva alla reintroduzione del gabinetto del Ministro e alla istituzione di un gabinetto del Sottosegretario, mentre, molto avvedutamente, la carica del segretario generale veniva rafforzata con l’assegnazione di nuovi uffici. La soppressione della carriera interna è un dato di grande portata, che segna la definitiva prevalenza dell’elemento diplomatico, con dei vantaggi oggettivi per ciò che riguardava sia la funzionalità del personale, ora spendibile sia in amministrazione centrale che periferica, sia in termini di omogeneità funzionale.

Con molta avvedutezza, Tittoni aveva pensato bene di rafforzare la posizione del Segretario generale, al quale venivano assegnati nuovi uffici, mentre veniva abolito l’Ufficio diplomatico istituito da Prinetti. Se si pensa al naufragio dei precedenti tentativi, la riforma di Tittoni – già matura nei tempi, frutto anche della solidità della maggioranza giolittiana – può essere considerata come un capolavoro di sagacia politica, per la capacità appunto di superamento della resistenza dell’elemento burocratico. La gestione Tittoni viene inoltre ricordata come quella di un grande movimento di personale, a seguito del quale tutte le sedi di inner circle risultarono rinnovate, così come quelle di minore importanza. Analizzata nel suo complesso, nella politica del personale di Tittoni si nota una certa propensione nei confronti dell’aristocrazia «papalina», il segno tangibile del lento esaurirsi della questione romana, ma che è stata vista anche come uno strumento della strategia giolittiana nei confronti del mondo cattolico.

Con Antonino Di San Giuliano, che assume la guida degli Esteri una prima volta dal dicembre 1905 al febbraio del 1906 e poi dal marzo 1910 al 16 ottobre 1914, giorno della sua scomparsa – due esperienze inframmezzate dalla carica di ambasciatore a Londra dall’ottobre 1906 al novembre 1909 e poi a Parigi dal novembre 1909 al marzo 1910 – la struttura venne modificata soltanto di poco. Con r.d. 1° agosto 1910, n. 607, venivano introdotti interventi non molto rilevanti ma piuttosto miranti «ad una migliore organicità e sistematicità nella ripartizione dei servizi». Interventi tra i quali va però menzionata per la sua importanza l’istituzione del Ministero delle colonie (r. d. 20 novembre 1912) e la conseguente soppressione della Direzione generale degli affari coloniali [Ferraris, p. 47]. Gli anni che vanno dal 1910 al 1914, anche in considerazione dei gravosi impegni internazionali dell’Italia, sono però ricordati come quelli in cui fu dato «un energico scossone all’atmosfera di routine» che tradizionalmente albergava alla Consulta: Di San Giuliano, che si avvalse di Giacomo De Martino come Segretario generale, volle una nuova politica del personale, con l’invio di ministri e consoli di migliore preparazione in sedi tradizionalmente considerate di secondaria importanza, con particolare riguardo all’Asia minore, Macedonia, Albania, Paesi arabi del Mediterraneo, considerati i più adatti a valorizzare i giovani e a testare il loro spirito d’iniziativa. In più, sono anni di grande mobilitazione di tutto il personale, letteralmente sommerso da telegrammi e missive, con i quali veniva sollecitato «ad operare, a studiare, a capire» [Cataluccio, p. 556]. Fu con uno di questi telegrammi che il Ministro poco prima della sua scomparsa dettò, l’11 agosto 1914, le istruzioni a Guglielmo Imperiali per il patto di Londra, che costituì la base per l’ingresso dell’Italia nella Grande guerra a fianco delle potenze dell’Intesa.

Nonostante la vittoria della Grande guerra, gli esiti della pace di Versailles che videro frustrate le nostre rivendicazioni territoriali, non giovarono alla diplomazia italiana, aspramente criticata per il cattivo andamento delle trattative. In più, sull’onda dell’entusiasmo per i propositi wilsoniani di open diplomacy, essa fu vista un po’ come il simbolo del fallimento della diplomazia tradizionale, giudicata vittima dei suoi stessi segreti e dei suoi stessi intrighi. Essa fu attaccata sia dalla destra nazionalista, che la criticava per incapacità e remissività, sia dalla sinistra, dove le vecchie categorie mazziniane di democratizzazione degli affari esteri trovavano ora conforto nei 14 punti di Wilson, mentre su versanti più radicali prendeva piede la critica marxista-leninista al bellicismo imperialista, di cui la diplomazia era vista come il braccio politico.

Il ricordo di Versailles ebbe degli effetti concreti sull’atteggiamento della diplomazia italiana nei riguardi del regime fascista, inizialmente considerato non negativamente, anche per la possibilità di «rimettersi in gioco». Studi molto documentati su tale fase, hanno dimostrato tuttavia come sia difficile poter parlare tout court di una «diplomazia fascista»: la coesione e l’omogeneità che sin dagli esordi unitari hanno caratterizzato il nostro corpo diplomatico, la sua apoliticità tecnico-funzionale, in un certo senso hanno giocato da deterrente a una sua subitanea e totale fascistizzazione. Al riguardo, vanno considerati altri due aspetti: la difficoltà che ebbe il regime nel dotarsi di efficienti élites politico-amministrative, che arriveranno ai vertici dello Stato fascista soltanto quando questo sarà ormai prossimo al collasso, e l’esistenza di un sistema diarchico in cui la diplomazia non poteva non sentire il tradizionale richiamo della Corona, a scapito del governo «di turno». Di questo «richiamo» si ebbe una riprova all’indomani dell’8 settembre, quando un piccolo drappello di diplomatici, rifiutandosi di seguire Mussolini a Salò e oltrepassando le linee, raggiunse il governo di Brindisi e ricostruì il Ministero degli Affari esteri. Si trattò di una scelta indipendente dal giudizio sulla persona del sovrano e sulla quale ebbero peso considerazioni di natura istituzionale: in primo luogo la necessità di salvaguardare la continuità giuridica dello Stato. Più che di lealtà dinastica, si può dunque parlare di consapevolezza delle proprie funzioni e di fedeltà costituzionale, cioè della persistenza di una tradizione liberale che poggiava le sue radici nel processo di costruzione dello Stato unitario e del suo successivo consolidamento.

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Brano tratto dal "Dizionario del liberalismo italiano", edito da Rubbettino Editore. Clicca qui per acquistarlo con il 15% di sconto