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Carboneria

di Fulvio Conti

Sulle origini della Carboneria, società segreta con fini politici che fu attiva in Europa e in America latina nei primi decenni dell’Ottocento, la ricerca storica non ha scritto ancora una pagina definitiva. Secondo l’opinione più accreditata, essa derivò dalla Società dei buoni cugini carbonai (i Bons cousins charbonniers), una sorta di «versione agraria del compagnonnage» [Cazzaniga 1999, p. 228] o di «metamorfosi rurale della massoneria di Besançon» [Billington 1986, p. 198], che fu presente nel Settecento in particolare nella regione del Giura, a cavallo tra Franca Contea, Savoia e Svizzera. La società dei charbonniers fu introdotta dagli eserciti napoleonici nell’Italia meridionale, dove essa si politicizzò germinando la Carboneria e diffondendosi rapidamente fra il 1808 al 1815, durante il regno di Gioacchino Murat che cercò di utilizzarla in chiave antiborbonica. Dalla Charbonnerie del Giura la Carboneria riprese sicuramente la struttura rituale e i catechismi per i gradi inferiori.

Alcuni studiosi sottolineano l’influenza esercitata sulla nascita della Carboneria da altre due tradizioni culturali e associative: la Société des Philadelphes, una «società segreta politico-militare a ideologia repubblicana, radicata alla fine del ’700 fra funzionari civili e militari» [Cazzaniga 1999, p. 230], anch’essa presente nella franca Contea e con un nucleo centrale a Parigi; e alcune logge massoniche costituite a Napoli sul finire del XVIII secolo, che rappresentavano una filiazione degli Illuminati di Baviera, da cui «mutuavano i gradi superiori e il programma politico della comunione dei beni» [ivi, p. 231]. La Carboneria italiana avrebbe dunque assimilato preesistenti modelli culturali e associativi franco-tedeschi, perlopiù caratterizzati dalla prevalenza di componenti razionalistiche di matrice massonica, contaminandoli con un misticismo cristiano che cercava di coniugare la dimensione iniziatica della setta con la sensibilità evangelica per la sete di riscatto delle plebi meridionali. Non a caso, la Carboneria coltivò il culto di San Teobaldo e nei suoi rituali confluì la rievocazione del sacrificio di Cristo. Così, specie nelle regioni del Mezzogiorno, fra gli affiliati vi furono numerosi esponenti del basso clero e delle confraternite cattoliche. Da qui la conclusione, basata sulla disamina dei rituali e dei catechismi e sulla loro lettura in chiave antropologica e filosofico-politica, che nell’esperienza carbonara «coesistono dunque i tre grandi filoni politici dell’Europa moderna: il liberalesimo, il comunismo e il cristianesimo sociale» [ivi, p. 237].

Ora, è certamente vero che nella Carboneria possiamo rintracciare anche un filone più radicale e con dichiarate finalità repubblicane, ma esso ebbe una dimensione assolutamente minoritaria. La sua presenza, spiega Della Peruta, è dovuta al fatto che la Carboneria fu «un movimento settario complesso ed eterogeneo, che non ebbe quasi mai una direzione centralizzata, e nel quale di conseguenza potevano trovare spazio gli esperimenti sincretistici e le particolari opinioni individuali dei componenti le singole “vendite”» [Della Peruta 2004, p. 13]. Altrettanto marginale fu la penetrazione nella Carboneria delle idee di Filippo Buonarroti, che nella formulazione prevista per il terzo e ultimo grado sollecitavano gli affiliati a battersi per la legge agraria, ossia per il comunismo dei beni e dei lavori. Così, le aspirazioni egualitarie e i motivi sociali che è dato ritrovare in qualche sporadico documento non paiono sufficienti per comprovare la tesi di chi ha visto nella Carboneria l’anello di giunzione fra le punte più avanzate del riformismo meridionale settecentesco e il democratismo radicale del Quarantotto fino alle prime elaborazioni socialiste di Pisacane [Berti 1962].

In realtà la Carboneria fu «una sorta di embrionale partito politico della borghesia costituzionale meridionale, e soprattutto di quella delle provincie (composta prevalentemente dai “galantuomini”, il ceto dei proprietari terrieri), che a partire dal 1812, l’anno della Costituzione spagnola) aspirava in sostanza alla trasformazione della monarchia (murattiana prima e borbonica poi) da assoluta in parlamentare, così da potersi assicurare un ruolo più efficace di controllo e di indirizzo all’interno dei meccanismi di potere, nel segno dell’eguaglianza politica da instaurare al posto dell’“oppressione” e del “dispotismo”» [Della Peruta 2004, p. 12]. Oltre che in vari documenti politico-programmatici prodotti dalle «vendite» carbonare, ciò trova conferma nell’analisi della composizione sociale degli affiliati, che furono in larghissima parte proprietari borghesi, professionisti (medici, avvocati, farmacisti) e impiegati, con una presenza significativa di sacerdoti e, in alcuni contesti geografici, di nuclei artigiani. La componente egemonica fu rappresentata da esponenti della piccola e media borghesia, che si riconoscevano in ideali liberali moderati e in istanze costituzionali finalizzate all’introduzione di governi parlamentari, per ottenere i quali erano disposti persino a stringere accordi con i legittimi regnanti.

Furono proprio questi, secondo Salvatorelli, i punti di debolezza della Carboneria, vale a dire «l’indeterminatezza del programma politico» e «una certa tendenza al compromesso con i governi, tendenza che si spingeva fino a vagheggiare l’appoggio di questo o di quel governo antiliberale» [Salvatorelli 1974, p. 82]. A ciò va aggiunto il carattere iniziatico dell’associazione e il conseguente gradualismo, in base al quale l’adepto veniva messo a conoscenza del vero programma e degli scopi solo nel momento in cui veniva ritenuto meritevole di accedere ai gradi superiori. I gradi erano in genere tre: nel primo (apprendista) si professavano principi umanitari e si chiedeva all’affiliato di praticare costumi virtuosi e attività filantropiche; nel secondo (maestro carbonaro) si propugnava la lotta contro il dispotismo politico per instaurare un regime costituzionale e diffondere la libertà individuale e l’indipendenza nazionale; nel terzo (gran maestro) si proclamava la necessità di lottare per la Repubblica e per l’uguaglianza sociale.

L’importanza della Carboneria consisté proprio «nell’aver propagandato l’esigenza liberale-costituzionale, con unità di aspirazioni, in tutta Italia, e anzi sopra un piano europeo. […] L’idea fondamentale di questa opinione pubblica liberale-carbonara europea fu quella della rispondenza, dell’accoppiamento fra libertà individuale e libertà o indipendenza nazionale. Si considerava che la libertà di sviluppo dell’individuo era diritto incontestabile di ogni uomo, così come il libero sviluppo della propria nazionalità era diritto incancellabile di ogni popolo» [ivi, pp. 81-82]. Detto in altri termini, i carbonari furono parte essenziale di quella «nuova generazione di rivoluzionari liberali e costituzionalisti» che nel decennio 1815-1825 cercò di «mobilitare la massa dietro obbiettivi nazionali anziché universali» [Billington 1986, p. 195].

Nei vari nuclei carbonari attivi nella Penisola italiana, peraltro, tali obbiettivi furono abbastanza diversificati. Alla generica richiesta di una costituzione liberale si accompagnò nel Lombardo-Veneto la lotta per conquistare l’indipendenza dalla dominazione austriaca, nello Stato pontificio – specie nelle Romagne e nelle Marche – quella per porre fine al governo teocratico e ottenere riforme di carattere laico, in Sicilia aspirazioni autonomiste volte a ricostituire uno Stato separato da quello di Napoli.

In Italia la Carboneria arrivò a contare parecchie migliaia di affiliati e fu l’animatrice dei moti rivoluzionari del 1820-21. La dura repressione che a essi seguì portò tuttavia, dopo il 1821, a una profonda disgregazione delle organizzazioni settarie e in particolare di quelle carboniche, che conobbero un’effimera reviviscenza soltanto fra il 1829 e il 1830, quando anche G. Mazzini decise di entrare nelle file della Carboneria genovese. Dopo il 1831, anche per le critiche mosse alla Carboneria da Mazzini, che concentrò le sue energie nella Giovine Italia, l’associazione conobbe un rapido declino e tracce di una sua presenza attiva, ancora per qualche decennio, si ebbero quasi esclusivamente nello Stato pontificio.

Bibliografia

Berti G., I democratici e l’iniziativa meridionale nel Risorgimento, Feltrinelli, Milano 1962; Billington J.H., Con il fuoco nella mente. Le origini della fede rivoluzionaria, il Mulino, Bologna 1986; Cazzaniga G.M., La religione dei moderni, Ets, Pisa 1999; Della Peruta F., Il mondo latomistico della Restaurazione, in La Carboneria. Intrecci veneti, nazionali e internazionali, a cura di G. Berti, F. Della Peruta, Minelliana, Rovigo 2004; Salvatorelli L., Pensiero e azione del Risorgimento (1943), Einaudi, Torino 1974; Soriga R., Le società segrete, l’emigrazione politica e i primi moti per l’indipendenza. Scritti raccolti e ordinati da Silio Manfrediin,Società tipografica modenese, Modena 1942.

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