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Bonapartismo

di Eugenio Di Rienzo

Il giudizio storico sul bonapartismo appare ancora oggi condizionato da una «leggenda aurea» e da una «leggenda nera», che congiurano entrambi a stravolgere la fisionomia effettuale di un movimento e di un’ideologia, collocabili nell’arco politico del «centro-sinistra», intenzionati a porre in essere una forma di «governo popolare, illiberale e non parlamentare», che, scindendo, nella sfera stessa del suffragio universale, la «cittadinanza» dalla «democrazia», si proponevano l’obiettivo di realizzare un controllo capillare delle masse, tutto incentrato sul rapporto diretto tra governante e governati. Nell’immediatezza, nella spontaneità, nella genuinità di quel rapporto doveva rivelarsi la natura carismatica di un potere, che ricavava la sua legittimazione giuridica dall’«appello al popolo», considerato come suprema espressione dei diritti politici appartenenti alla totalità dei componenti della comunità nazionale, e tale da configurare un regime politico di «democrazia diretta», coronato da un vertice rigidamente monocratico.

La «leggenda aurea», elaborata dai fautori della supposta evoluzione liberale del sistema di potere di Napoleone III, ha insistito invece sulla capacità di cambiamento e di autorigenerazione di questa forma politica, fino a scorgere, fin nella stessa costituzione del 1852, gli elementi di un’organizzazione del potere «autoritaria», ma rispettosa dei diritti civili, e non «dittatoriale», che, sulla media distanza, avrebbe dato luogo, appunto, alla nascita di un Secondo «Empire libéral», liberista, fortemente impegnato sul fronte della questione sociale, tanto da costituire il primo esperimento europeo di Welfare State, naturalmente predisposto a convertire le sue pure indubbie ambizioni di grandeur, sul piano internazionale, in una politica di armonizzazione degli interessi europei, attenta alle esigenze del nuovo principio di nazionalità.

La «leggenda nera», sorta immediatamente dopo il colpo di Stato del 2 dicembre 1851, come espressione dell’opposizione interna ed emigrata, liberale e democratica (François Guizot, Anatole Prévost-Paradol, Edgard Quinet, Victor Hugo), ha al contrario sottolineato il carattere integralmente autocratico del secondo regime napoleonico (già messo in evidenza da un teorico della «dittatura conservatrice» del XIX secolo, come Donoso Cortès), definibile attraverso i neologismi di «democrazia cesaristica» e di «dispotismo democratico», la sua alleanza di fatto con le classi parassitarie o meno evolute della società, le mai smentite tendenze filoclericali che lo rendevano ostaggio del «partito cattolico», l’irrinunciabile sciovinismo e nazionalismo che lo asservivano di fatto alle smanie di potenza della casta militare.

I tratti distintivi di quest’ultima rappresentazione avrebbero trovato una loro composizione organica nell’analisi portata a termine da Carlo Marx sul carattere «regressivo» del «Cesarismo» bonapartista, in quanto momento di stallo nella competizione tra classi antagoniste, di sopraffazione della macchina amministrativa nei confronti della società e di conseguente esaurimento della dinamica politica. Questa situazione si verificava, come avrebbe ribadito Antonio Gramsci, quando «la crisi di egemonia non trova una soluzione organica, ma quella del capo carismatico», testimoniando in questo modo l’esistenza di «un equilibrio statico (i cui fattori possono essere disparati, ma in cui prevale l’immaturità delle forze progressive), e il fatto che nessun gruppo, né quello conservativo né quello progressivo, ha la forza necessaria alla vittoria e che anche il gruppo conservativo ha bisogno di un padrone». Non molto di più, dunque, e forse qualcosa di meno di quanto rivelavano alcune scarne ma efficacissime annotazioni di Alexis de Tocqueville, che, nella lettera inviata a Victor Lanjuinais nell’aprile del 1851, sosteneva che la Francia si trovava «in uno di quei momenti nel quale essa non vuole altro che la tranquillità e in cui chiunque tentasse di risvegliarla rischierebbe di essere un ospite sgradito», aggiungendo, nella corrispondenza indirizzata a Odilon Barrot nel luglio dell’anno successivo, a sette mesi dalla presa di potere di Luigi Bonaparte, di trovarsi ad assistere a «una sospensione pressoché completa della vita collettiva e nazionale».

Tale interpretazione trovava una forte corrispondenza nel pensiero democratico italiano, che vedeva nell’avvento del dominio bonapartista la testimonianza palese di un riflusso conservatore e reazionario, che si andava verificando ovunque in Europa e che avrebbe colpito con particolare violenza la Penisola. Tale sentimento era particolarmente forte in Mazzini, naturalmente, nella gran parte degli esuli mazziniani, rifugiatisi a Parigi, in Francesco Crispi e negli altri esponenti del repubblicanesimo radicale, che concordavano sul fatto che, con la vittoria di Luigi Bonaparte, la Francia aveva ormai perduto la sua carica rivoluzionaria, che si era trasferita in altre più giovani nazioni come l’Italia e l’Ungheria. Differiva tuttavia da questo giudizio Carlo Cattaneo che, nella corrispondenza con Carlo Pisacane della fine del 1851, scorgeva nel nuovo «18 brumaio» non la fine della Repubblica, ma piuttosto una sua modificazione violenta, inevitabile per assicurare l’eliminazione della più pericolosa minaccia alla democrazia, rappresentata dalla maggioranza conservatrice dell’Assemblea nazionale, aggiungendo che il «napoleonismo» non poteva essere considerato come il peggiore dei mali, perché, portato costituzionalmente a travolgere l’equilibrio internazionale del 1815, avrebbe assicurato la ripresa del movimento democratico europeo.

Il quadro del bonapartismo tornava a tratteggiarsi a tinte fosche in Carducci, che nel 1867, all’interno del primo libro dei Giambi ed Epodi, forniva un’icastica tipologia del «Cesarismo» di Napoleone III, il quale «dal delitto svolge il diritto, e dal misfatto il fato, e se un erario è al bisogno scassinato, o un cittadino per error è trafitto, tutto si sanerà con un editto». Questa stessa definizione sarebbe stata replicata e ampliata infine da Guglielmo Ferrero, che, nel ciclo delle lezioni pubbliche milanesi dedicate nella primavera del 1898 al tema del «militarismo», dedicava un’intera conferenza al secondo Bonaparte, definendolo, dopo aver coniugato l’analisi di Hugo a quella di Quinet, «il fondatore del nuovo cesarismo borghese, il più funesto dei giacobini, quello che spogliò il giacobinismo delle menzogne sentimentali, colui che fondò lo Stato del cesarismo democratico: uno Stato ladrone e mecenate ad un tempo, spogliatore ed elemosiniere, posto su quattro colonne: una retorica elaborata dal patriottismo e dalla gloria militare; un sistema colossale di mendicità, imperniato sullo Stato; una burocrazia capricciosa e tirannica; un’enorme corruzione politica».

Diverso invece era stato il giudizio sul fenomeno politico bonapartista elaborato dal pensiero liberale italiano, all’indomani stesso del golpe parigino, se il primo ministro piemontese Massimo D’Azeglio si dichiarava sconvolto dalla notizia di quell’avvenimento che aveva determinato la fine del «governo parlamentare» in Francia, ridando fiato ai tradizionali avversari dello Statuto concesso da Carlo Alberto; Vincenzo Gioberti scriveva a Giorgio Pallavicino che «la “rivoluzione di dicembre”, pur essendo stata in se stessa un atto violento, scellerato, infame, aveva sortito il benefico effetto di aver impedito più disastrosi disordini, in quanto azione repressiva delle diverse fazioni estremiste», la quale avrebbe in breve determinato nella Penisola la «morte del partito mazziniano». Parere non dissimile sarebbe stato espresso anche da Cavour, che, già dopo la schiacciante vittoria elettorale di Luigi Bonaparte nelle elezioni del 10 dicembre 1848, constatava con sollievo «che l’ordine sociale è stato salvato in Francia e in conseguenza in Europa, perché le rivoluzioni che non hanno il loro punto d’appoggio a Parigi sono delle rivoluzioni nate-morte», sostenendo inoltre che anche l’accendersi di focolai eversivi in Italia apparivano, alla luce di quell’evento, meno preoccupanti, poiché «dal momento che le passioni rivoluzionarie non saranno più eccitate dall’esempio della Francia, nessuno sconvolgimento sociale è da temersi».

Quell’apprezzamento certamente mutava di segno, con la prima, riservata, reazione di Cavour alla notizia del 2 dicembre, che fu di tono decisamente ideologico, ispirata a una netta intransigenza liberale, tutta concentrata nella preoccupazione di combattere le possibili ripercussioni autoritarie del colpo di Stato nel contesto internazionale, che con il suo classico connubio di dittatura e insurrezione militare, pareva destinato a far regredire la Francia nell’«era dei pretoriani piuttosto che in quella dei Cesari». Già nel settembre-ottobre del 1852, a seguito di un viaggio a Parigi, queste impressioni venivano però a modificarsi radicalmente e Cavour confessava nella sua corrispondenza che Napoleone III appariva del tutto padrone della situazione e tale sarebbe restato a condizione di riuscire a «non essere travolto dalla corrente reazionaria» e «ad accondiscendere agli istinti democratici delle masse, attraverso misure popolari», senza per questo cedere a una deriva demagogica. In questo caso, il Secondo impero si sarebbe trasformato «nel nuovo regno di Augusto, che doveva necessariamente far seguito «alla licenza dei Gracchi e alla gloria militare dei Cesari», assicurando alla nazione francese un radioso futuro alla cui realizzazione ogni suo cittadino doveva cercare di collaborare senza trincerarsi in una sterile opposizione, come invece sembravano fare i Guizot, i Cousin, i Thiers e «tutti quei liberali, degni di poca stima, che per odio al Bonaparte, sono disposti ad imitare la mala condotta degl’emigrati borbonici e a patteggiare coi nemici del loro paese».

Cavour appariva dunque fermamente persuaso che nel nuovo regime bonapartista, fondato sul suffragio universale, sui plebisciti, provvisto financo di qualche ostentazione di «socialismo» e alleato con le aspirazioni nazionali dei popoli oppressi, potevano riconoscersi forze assai più ampie e diversificate di quelle che avevano costituito la base politica della monarchia orleanista, in grado di dar vigore a una «rivoluzione conservatrice», che avrebbe potuto realizzarsi anche in Italia, sotto vessillo e conduzione moderata. In questa valutazione, sostanzialmente positiva, non deve apprezzarsi però soltanto l’acuta intuizione politica di un grande statista che aveva precocemente intuito che l’Imperatore dei Francesi sarebbe stato colui il quale nel 1859, in un opuscolo, elaborato nelle stanze delle Tuileries (Napoléon III et l’Italie), avrebbe dato pieno riconoscimento internazionale all’«elemento nazionale e liberale italiano, che si identifica con quanto di più legittimo è nelle aspirazioni dei popoli dell’Italia e nelle condizioni stesse della durata e del consolidamento dei governi», insistendo sulla necessità di coadiuvarne gli sforzi per debellare «l’elemento rivoluzionario, che corrisponde a delle teorie sovversive e a delle passioni violente egualmente incompatibili con l’ordine europeo, le leggi della civiltà, l’interesse religioso». Nel giudizio di Cavour, infatti, si rispecchiavano anche tutte le contraddizioni genetiche del nostro liberalismo, il quale, per riprendere qui una lucidissima analisi di de Ruggiero del 1922, scontava anche in questo caso il vizio d’origine che ne aveva segnato la fisionomia a partire proprio dalle lotte del Risorgimento, trovandosi «stretto da una parte tra le forze conservatrici e tra quelle reazionarie (diversamente ma non meno potenti delle antiche) e dall’altra tra le forze popolari straripanti». Una situazione di stallo, questa, che, per de Ruggiero, si sarebbe poi ampiamente riverberata nella «filosofia politica della Destra» e nella sua vocazione autoritaria e socialmente conservatrice, dato che «la dottrina di Bertrando Spaventa e dei suoi scolari, col dedurre l’autorità dalla libertà (celando troppo spesso alla vista dei profani l’alma parens), e col concentrare nello Stato tutta la forza spirituale ed etica della nazione» fu «in rapporto al liberalismo, la prima e radicale negazione».

Anche la Sinistra democratica, la cui ideologia veniva benissimo rappresentata da Crispi, avrebbe conservato un atteggiamento contraddistinto da una forte simpatia per il fenomeno politico bonapartista. Se Crispi infatti, nel luglio del 1860 aveva affermato di detestare «Napoleone cagion di tanti mali al nostro paese, e vero ostacolo che ci resta da superare per la completa conquista dell’unità nazionale», durante la sua successiva attività ministeriale, e particolarmente dopo il suo ritorno al potere nel 1893, egli avrebbe dimostrato di essere il legittimo erede della filosofia politica dell’artefice del Secondo impero, per quello che riguardava il disprezzo per il parlamentarismo e l’esaltazione di una leadership vigorosa, che, anche in assenza di uno strumento istituzionale di tipo plebiscitario, doveva essere capace di frantumare ogni indebita paratia, artificiosamente costruita dalla classe politica, tra la volontà delle masse e l’azione dell’«uomo forte» destinato a guidarle e a formarle in nazione. A ridosso dell’esperienza politica crispina, si andava infatti elaborando la teoria di un «Cesarismo italiano», che, decisamente contrastata da Guglielmo Ferrero nel saggio La reazione del 1895, trovava numerosi proseliti nella classe intellettuale del nostro Paese, pronti, anche a costo di operare un’indebita strumentalizzazione, a trarre le ultime conseguenze dalle considerazioni che Vilfredo Pareto avrebbe espresso, nel maggio del 1896, sulle debolezze della politica italiana, contrassegnata dall’inguaribile disarmonia tra società e istituzioni, e sulla fragilità della nostra borghesia, la quale «per indole timida, ha bisogno di uomini forti che la proteggano e se trova un Bonaparte, le si getta in braccio e, in mancanza di un Bonaparte, si contenta di Crispi».

Pasquale Villari e Sidney Sonnino avevano reclamato, in quegli stessi anni, la necessità di «tornare» allo spirito e alla lettera dello Statuto albertino, per ripristinare in senso nazionale l’ortodossia del «governo costituzionale», attribuendo un maggior rilievo a esecutivo e corona, per eliminare il rischio di un caotico e demagogico «governo d’assemblea» ma soprattutto per scongiurare una possibile deriva bonapartista. Altri analisti politici, anch’essi non estranei alla famiglia del «vario liberalismo italiano», avevano visto al contrario in quel drastico remedium la sola via d’uscita da uno stato di ingovernabilità permanente. Già nel 1890, infatti, Cesare Lombroso, nelle pagine de Il delitto politico e le rivoluzioni in rapporto al diritto, dopo aver ricordato le continue rivolte verificatesi sotto la monarchia parlamentare degli Orléans, «regime adatto per le classi colte», poi del tutto scomparse «sotto il Governo cesareo-democratico di Napoleone III, che più confortava le plebi col fasto e col tentativo di riforme sociali», indicava nel Cesarismo bonapartista la forma politica più idonea, per correggere i vizi della «democrazia latina», francese e italiana, pur concludendo che un siffatto regime, seppure provvisto di maggiore efficacia e durata, mai però avrebbe potuto dare vita a un governo «naturalmente libero».

Per arrivare a una convincente lettura storica e politica del bonapartismo, distaccata da un lato dalle passioni e dell’animosità, relative alla politica estera del Secondo impero in rapporto alla «questione romana» e al compimento della nostra unità nazionale, e dall’altra, non immediatamente condizionata dai riflessi sulla politica interna italiana, si dovrà attendere il lungo excursus che Benedetto Croce dedicava al bonapartismo nella sua Storia d’Europa del 1932, dove, in ogni caso, si partiva dal riconoscimento che «il colpo di Stato del 2 dicembre, preveduto, aspettato, temuto anche, ma non però contrastato, non fu l’insidia di un tiranno che con la violenza si impadronisce di un popolo che rilutta, ma piuttosto un intervento chirurgico che mise alla luce quel che la Francia aveva formato e nutrito nel suo grembo in quei quattro anni di democrazia e di antidemocrazia, che seguirono il 1848». Nelle pagine seguenti, Croce si soffermava certo, con larghi prestiti al libello Napoléon le petit di Victor Hugo, sul carattere violentemente illiberale e sui fenomeni di corruzione che avevano contraddistinto la prima fase del regime bonapartista, ma altresì riconosceva che il Secondo Impero non poteva essere assimilato né a una semplice variante aggiornata dell’«associazione assolutistica dei vecchi monarchi», né a una forma di governo del tutto dimentica di alcuni fondamentali principi ispiratori di carattere liberale, né a un sistema di potere tutto schiacciato sul paradigma della sopraffazione di classe del sistema capitalistico, né infine a un primo, esperimento dittatoriale di tendenza fascista.

Anche Luigi Salvatorelli, dopo Croce, avrebbe escluso la falsa analogia tra il bonapartismo e le ideologie totalitarie del XX secolo, che avrebbe invece contraddistinto fino ai nostri giorni, soprattutto in Italia, una parte considerevole della storiografia sull’argomento, quando, in un articolo del 1941, sosteneva che: «Occorre rendersi conto che il Secondo Impero, a differenza del primo, non aveva spento la vita politica francese. Durante il Secondo Impero, tutte le correnti politiche avevano continuato a scorrere in Francia, anche se parzialmente coperte, agli occhi del pubblico, dalle sovrastrutture poliziesche imperiali. Specialmente dopo il 1860, il Corpo legislativo aveva inteso discussioni politiche autentiche e importanti, aveva accolto gli echi, per quanto attenuati, dei contrasti di opinioni politiche in Francia. E, negli ultimi anni, la formazione dell’Empire libéral aveva rimesso sul tappeto tutti i problemi istituzionali».

Bibliografia

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