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Banche popolari

di Giuseppe De Lucia Lumeno

Le prime Banche popolari sorgono in Italia a partire dal 1864, sull’esempio dell’esperienza delle «Volksbanken» tedesche, apparse solo pochi anni prima. Il movimento del Credito popolare riscuoterà un immediato successo tanto che, nell’arco di un paio di decenni, si conteranno centinaia di nuove Banche popolari in tutta la Penisola. L’introduzione del modello «Banca popolare» in Italia è dovuta a un gruppo di giovani studiosi, tra i quali in particolare, Luigi Luzzatti, Tiziano Zalli, Nicostrato Castellini, Lisiade Pedroni e Pietro Vacchelli, i quali, spinti dall’entusiasmo per i numerosi esperimenti di economia sociale in atto nei diversi Paesi europei, decisero di sviluppare in Italia iniziative analoghe a quelle introdotte solo pochi anni prima in Prussia da Hermann Schulze-Delitzsch. Sarà proprio Luigi Luzzatti a curare la traduzione italiana del volume Delle Unioni di Credito ovvero delle Banche Popolari nel quale il modello «Popolare» veniva compiutamente delineato da Schulze-Delitzsch.

La fortuna che arrise alle Banche popolari anche nel nostro Paese fu dovuta a un’ampia serie di fattori. Da un lato, infatti, l’inadeguatezza del sistema bancario del periodo a soddisfare i bisogni dell’economia minuta, fatta di piccoli commercianti, artigiani, agricoltori, costretti a rivolgersi al mercato dell’usura, creava un bacino di utenza potenziale di dimensioni particolarmente estese. D’altra parte, la forma societaria scelta, basata su elementi cooperativistici e localistici, alimentava un’elevata attrattiva su un ampio numero di individui già in fase di costituzione. La solidità degli elementi fondamentali del progetto di Luzzatti, rimasti sostanzialmente inalterati sino ai nostri giorni, emerge chiaramente anche negli statuti delle prime Banche popolari. Tenuto conto della larghezza delle maglie che caratterizzava la trama della disciplina dell’epoca, si era posto infatti il problema della definizione di una struttura societaria adatta a garantire una corretta amministrazione della banca, data la finalità mutualistica e considerati i principi prudenziali cui avrebbe dovuto ispirarsi la gestione.

La formula scelta, di fatto, realizza ancora oggi una positiva convergenza di interessi fra soggetti appartenenti alle più varie condizioni sociali e professionali: l’esponente della comunità locale trova in essa una valida opportunità per divenire protagonista delle vicende di un’istituzione economica importante per il benessere comune; i piccoli imprenditori la concreta possibilità di accesso al credito bancario; i risparmiatori un conveniente investimento dei propri risparmi per assicurarsi una buona remunerazione del capitale, sia immediata che prorogata tramite la crescita del valore dell’azione. Le caratteristiche più rilevanti sul versante strutturale riguardano i limiti al possesso azionario, la circolazione controllata delle azioni e soprattutto l’istituto del voto capitario: ogni socio esprime cioè un singolo voto indipendentemente dal numero di azioni possedute. Tale vincolo impedisce la formazione di posizioni predominanti all’interno della compagine sociale pur consentendo investimenti anche elevati e a rendimenti che si caratterizzano per andamenti costanti nel tempo.

La costituzione delle prime Banche popolari fu solo l’inizio di un processo di rapido sviluppo, che portò la compagine, alle soglie del XX secolo, a incidere, grazie a oltre 800 aziende di credito, per circa un quarto del sistema bancario nazionale.

Per inquadrare adeguatamente il fenomeno è opportuno ricordare, in questa sede, che nelle idee del padre fondatore delle Banche popolari, Schulze-Delitzsch, – convinto assertore del liberalismo economico – queste aziende rappresentavano un potente strumento di elevazione sociale delle classi medie e piccole, fino a quel momento del tutto ignorate dalla politica. Strumento inserito nell’ambito di una visione «umana» del capitalismo, nel quale la libera facoltà di associazione dei cittadini era la soluzione alla crescente indigenza in cui versavano grandi masse di ex contadini inurbati e di artigiani travolti dalla crescita di produttività legata alla nascente industria pesante. Una visione che si inseriva nell’ampio novero di esperimenti al quale appartenevano le prime iniziative di cooperazione, sia di produzione e consumo (a partire dai pionieri di Rochdale), sia nel campo del credito (in primis con la Banca del popolo di Proudhon). Il movimento del Credito popolare riscosse immediato e diffuso successo anche in molti altri Paesi europei ed in particolare in Francia, Austria, Olanda e Belgio.

Condizioni fondamentali per lo sviluppo delle Banche popolari in Italia furono, nelle idee dei fondatori e negli Statuti che le riflettevano, la totale libertà d’impresa, l’assenza di sovvenzioni pubbliche, la fiducia nello spirito industriale che abitua alla pratica degli affari, l’educazione sociale e finanziaria degli stakeholders. «Mentre una banca protetta da un rigido monopolio si espande soltanto in quei luoghi che meglio appagano la sua attività finanziaria, quando il credito è libero – affermava Luzzatti – le banche sorgono dove il bisogno lo richiede».

Uscite indenni dalla grave crisi finanziaria e commerciale che investì l’Italia nel 1873, le Popolari continuarono a registrare un eccezionale sviluppo dando vita anche alle prime iniziative di categoria: nel 1876 nacque, infatti, l’Associazione nazionale fra le Banche popolari, con compiti di diffusione della cultura del Credito popolare e di misurazione statistica dell’operato di tali Banche.

L’importanza del modello «Popolare» trovò riscontro significativo anche nel Codice di Commercio del 1882, nel quale, per la prima volta, figurava l’istituto della società cooperativa, le cui linee guida, anche per mano dello stesso Luzzatti, vennero in gran parte mutuate dagli statuti delle Banche popolari, che di fatto furono le prime cooperative introdotte in Italia. All’epoca, le Banche popolari erano le più numerose imprese cooperative – il movimento italiano, infatti, era composto da 90 banche, 15 cooperative di consumo e solo una di produzione – e offrivano al legislatore un apparato statutario di riferimento omogeneo.

Protagoniste del panorama creditizio nazionale fino alla prima guerra mondiale, le Banche popolari conobbero, tra il 1920 e il 1940, una drastica riduzione nel numero (da circa 750 a 300), ma non negli sportelli, evitando, dunque, riflessi troppo negativi quanto a presenza sul territorio. L’incidenza del Credito popolare sul totale attivo delle aziende di credito scese, tuttavia, dal 22,3% al 13%. Le cause di questa involuzione furono, peraltro, prevalentemente politiche: le Banche popolari pagarono, infatti, l’impatto sul sistema economico degli eventi bellici, che esaltarono l’attività di alcuni rami produttivi connessi con la domanda di commesse militari, con riflessi negativi particolarmente pesanti sulla piccola impresa, e una politica economica mirante al sostegno di grandi imprese da parte di banche di maggiori dimensioni.

Nel secondo dopoguerra il trend si interrompe e le Banche popolari, grazie alla loro capillare presenza sul territorio, si rendono protagoniste della ricostruzione, consolidando nuovi rapporti con il nascente tessuto produttivo delle Pmi italiane. Sino alla fine degli anni Sessanta si osserva, pertanto, un rafforzamento della rete degli sportelli: la crescita media delle Banche popolari raggiunge circa 70 sportelli, pur con notevoli differenziazioni territoriali.

La forti relazioni che vengono a crearsi tra Popolari e Pmi pongono nel frattempo le basi per quella che sarà l’espansione del modello produttivo «distrettuale», destinato a sostenere la crescita economica italiana in misura sempre più evidente a partire dalla metà degli anni ’70. In questo contesto le Banche popolari irrobustiscono la propria patrimonializzazione pur non potendo espandersi dal punto di vista della diffusione territoriale in ragione della complessa regolamentazione che di fatto ingessa il sistema bancario nazionale.

A partire dalla legge 207/92 inizia però una progressiva deregulation del mercato del credito in Italia, grazie alla quale vengono gradualmente eliminati i vincoli, di specializzazione e di diffusione territoriale, all’attività delle Banche popolari. Ne è derivata, negli anni successivi, una rilevante espansione di alcune Banche popolari, le quali, mediante processi di crescita per linee interne ma anche tramite operazioni di concentrazione aziendale di significativa portata, hanno raggiunto dimensioni operative e strutture organizzative adeguate alle nuove esigenze del mercato.

La tradizionale vocazione al localismo delle Banche popolari e la salvaguardia della forma cooperativa, che garantisce un elevato livello di democraticità nella gestione della banca, sono state le basi su cui esse hanno edificato una solida e crescente posizione di mercato, distinguendosi come aziende private tipicamente al servizio del sistema socio-economico delle aree territoriali d’insediamento prima, e di un sempre più numeroso insieme di sistemi produttivi locali, negli ultimi anni. La possibilità di instaurare durature relazioni di clientela scaturisce, infatti, proprio dai peculiari elementi che da sempre caratterizzano il modello «Banca popolare». Inoltre, la profonda conoscenza delle effettive condizioni economiche e finanziarie della clientela, premessa cruciale per un’efficiente allocazione del credito, ha consentito alle Banche popolari anche un efficace controllo del rischio creditizio, strutturalmente inferiore rispetto alla media del comparto bancario.

Se, oggi, le Banche popolari dispongono di circa il 28% degli sportelli bancari in Italia ciò è dovuto, in sintesi, alla loro capacità di coniugare l’attitudine al localismo con un’ampia e democratica compagine sociale e una conseguente gestione in cui gli obiettivi di redditività si inseriscono in un corpus di regole statutarie orientate alla crescita di lungo periodo, non solo economica, ma anche culturale e civile, delle comunità.

In definitiva, il modello delle Banche popolari ha dimostrato e dimostrerà, se adeguatamente salvaguardato, di possedere qualità intrinseche che le rendono imprese bancarie uniche per propensione alla conoscenza del territorio, capacità di adattarsi alle più diverse condizioni di mercato e della tecnologia, qualità delle relazioni con tutti i propri stakeholders.

Bibliografia

Aa.Vv., 130 Anni di Associazione Il Credito Popolare al servizio del Paese, Edicred, Roma 2007; Associazione Nazionale fra le Banche Popolari, Banche Popolari: importanti per l’economia e modello in Europa, Edicred, Roma 2008; Id., Banche Popolari e Pmi, insieme per la crescita del territorio, Edicred, Roma 2008; Pipitone M., Scopo mutualistico e forma cooperativa, Credito Popolare, Quaderni, Roma 1997; Schulze-Delitzsch H., Delle Unioni di Credito ossia delle Banche Popolari (1871), Associazione Nazionale fra le Banche Popolari, Roma 2008.

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