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Notabili/Notabilato

di Luigi Musella

La figura del notabile, per essere compresa a pieno, deve essere colta in quel cemento di ordine sociale ed etico-politico che finisce per ispessire e caratterizzare i tratti di quella che ormai può intendersi per «democrazia latina» [Galasso]. In effetti, solo in esso è possibile ravvisare e cogliere le ragioni di una permanenza come quella di un tale attore nella storia italiana. A tal fine, tuttavia, diventa indispensabile superare quegli aspetti di negatività che solitamente ne sono stati illustrati dalle scienze sociali attraverso categorie come quella di «clientelismo» o di «particolarismo», che hanno finito per sottolinearne di solito gli aspetti disgreganti e non quegli aggreganti e costruttivi. Infatti, è fin troppo evidente che clientelismo, particolarismo, trasformismo e quant’altro di simile si può pensare hanno determinato di fatto una catena di solidarietà sociali, di vincoli psicologici e morali, di convenzioni relative a valori e principii, che hanno avuto un ampio profilo proiettivo; hanno prodotto dinamismo e trasformazione; hanno dato luogo a fasi storiche di vita politica e civile caratterizzate da un alto livello di partecipazione e d’impegno.

Il «commendatore» descritto nel racconto Piccolo Mondo Moderno di Antonio Fogazzaro era un uomo «potente sui destini di molti». Godeva dell’ossequio spontaneo e interessato dei tanti suoi concittadini. Sapeva trattare, consigliare, suggerire con garbo, sorridendo col volto e gestendo con tatto tutti i segni che con mani e con voce poteva dispensare. Pensava e indirizzava le strategie infinite che le persone e le relazioni operanti tra i suoi conoscenti potevano dar luogo. Metteva dunque insieme pubblico e privato, intrecci personali e familiari con quelli d’interesse pubblico, ma per far ciò doveva conoscere i fatti di tutti, se non, addirittura, le psicologie di tutti. Nel comporre, scomporre e ricomporre la vita della sua provincia non si limitava a fare piaceri e scambi. Era essenziale capire dove conveniva intervenire e attraverso quali modi e maniere. Spesso non era tanto importante il quanto, ma il come.

In questo modo si costruiva la società civile e la nazione, si metteva in contatto integrandole la periferia con le città, il centro con il contado. In pratica, il notabile diveniva interprete ed esecutore di una civiltà complessa, che non si esauriva nello scambio di interessi. Certo vi erano anche questi, ma vi era anche tutta una cultura degli interessi, dei sentimenti e dell’agire quotidiano. Tutto ciò finiva poi per formare la complessiva realtà del paese, che viveva di un corpo e di circuiti attivi come un sistema venoso prevalente e con infiniti circuiti periferici. La cultura dell’Italia era proprio concretizzata e carnificata da questo tessuto denso che finiva per avere un proprio vissuto della democrazia. Gli scambi, allora, erano sì d’interessi e politici, ma anche di logiche sottili, di intese nascoste e, spesso, mai confessate, di parole e metafore che intendevano, ma il più delle volte lasciavano intendere. E anche quando i piaceri e le raccomandazioni si riferivano a precise cose e ad atti concreti, non tutto poteva essere esaudito attraverso la realizzazione.

Il notabile era, dunque, una persona che deteneva un particolare potere politico ed economico, e che aveva influenza nella vita e nelle relazioni di un gruppo sociale o politico. La propria influenza e il proprio potere non derivavano tanto da qualità personali, quanto da una solida posizione economico-sociale, rafforzata sul piano politico da una ramificata rete clientelare. Questo potere politico era nato in Italia, soprattutto, nel contesto della provincia. Una provincia intesa come mondo morale, con i suoi contorni precisi e nitidi. Fu, infatti, proprio questa la sede della civiltà dei notabili. Il notabile provinciale era, innanzi tutto, un borghese, non tanto nel senso economico del termine, quanto nel senso etimologico originario, quando borghese era sinonimo di «cittadino», di «urbano». Non viveva sulla terra, anche se viveva della terra. Per residenza, gusti e abitudini era essenzialmente persona di città, con la sua vocazione umanistica. Per tutti loro una persona rispettabile doveva mandare i propri figli alle scuole classiche e mantenere il proprio rango attraverso l’esercizio di una professione liberale o una carriera nella magistratura, nell’insegnamento e nell’esercito.

In Italia l’estraneità fra Stato e società, tra istituzioni e masse è un tratto socio-culturale che non investe la realtà della vita politica e sociale in tutti i suoi aspetti e dettagli. Dal punto di vista politico e sociale lo Stato è presentissimo, non è affatto un corpus separatum o un insieme di corpi separati. L’intervento della classe politica e dell’amministrazione è costante, quotidiano e minuto nella vita del paese. Dalle prefetture ai tribunali, dalle scuole alle caserme, dall’agente delle tasse al maresciallo dei carabinieri, dagli uffici centrali a quelli periferici la compenetrazione tra la dimensione pubblica e quella sociale è fortissima. Le principali caratteristiche che la vita politica assume in tali condizioni lo mostrano con evidenza. Dalla raccomandazione e dal patrocinio di singoli e di intere comunità al procacciamento di affari, alla sollecitazione dell’espletamento delle pratiche amministrative, all’assunzione di cause di interesse locale (la stazione ferroviaria, la pretura, l’acquedotto, la scuola, ecc.), ai piccoli e meno piccoli favori (il trasferimento, l’impiego, il mutuo e così via) il rapporto fra classe politica, istituzioni e paese si sviluppa in una rete inestricabile di commistioni e di reciproche identificazioni. Proprio per questo al notabile spettava anche un ruolo di diffusore e percettore di cultura. E di cultura non solo politica.

In fondo, il notabile doveva apparire disinteressato e poco legato ai beni e agli interessi materiali, anche se, poi, soprattutto col tempo, sarebbe diventato sempre più difficile contemplare un’apparente superiorità con la necessità di riuscire a soddisfare i bisogni dei propri clientes. In effetti, un tratto comune al notabile sia di età liberale, sia di età repubblicana sarebbe sempre rimasto quello di apparire e dimostrarsi come controllore e dispensatore di risorse senza aver bisogno di una precisa collocazione socio-economica. In qualche modo il notabile avrebbe dovuto sempre potersi dimostrare capace di patronage senza per questo venir necessariamente collocato nella scala dei valori sociali rispondenti a quelli del possidente. Ed è proprio la difficile collocazione socio-economica del notabile a farci parlare di un comportamento notabilare da parte dei politici di fine Novecento, che purtuttavia ebbero una differente ascesa politica rispetto ai notabili di fine Ottocento. Quello che li accomunò fu, forse, proprio una gestione personalizzata e clientelare del potere e delle risorse che rese necessaria una figurazione rappresentativa del proprio sistema appunto attraverso attori come i notabili.

Nel secondo dopoguerra la figura del notabile mutò in alcuni tratti, anche se si dimostrò particolarmente adattabile alle nuove esigenze costituzionali ed elettorali. All’interno dei singoli partiti acquistò una nuova fisionomia. Arrivato prima ai vertici della politica locale e poi a quelli della politica nazionale, dopo una trafila quasi burocratica nell’apparato del partito, dove mediante la propria abilità di tenace negoziatore e la dispensa di favori e prebende a burocrati, elettori e amici di corrente, acquisì solide basi di potere in posti di responsabilità, circondandosi di uomini spesso mediocri ma fedeli, il notabile raccolse l’appoggio clientelare di ceti sociali e gruppi economici legati a interessi corporativi. Manovrando poi tra partito e autorità politica e amministrativa, il notabile, con il garantire, attraverso la pratica del sottogoverno, vantaggi (un finanziamento, una pensione, una commessa, un appalto, ecc.) ai suoi clienti, curò il proprio collegio elettorale.

La storia italiana dimostra ampiamente che il mutamento della classe politica non è mai stato radicale. Molto spesso si è registrata la lotta di una vecchia minoranza contro una nuova minoranza e ciò non ha mai comportato una trasformazione dei modi, delle forme e degli strumenti per la conservazione del potere. Si è trattato, quindi, di una circolazione delle élites. In effetti, il processo non è mai avvenuto come un ricambio vero e proprio, quanto piuttosto sotto la forma di un amalgamarsi dei nuovi elementi con i vecchi. E molto spesso, anche quando si è dovuto affrontare un vero e proprio processo da un sistema politico all’altro, la nuova classe politica ha cercato di assimilare all’interno delle nuove modalità, come quella del partito, ad esempio, i modi di fare propri del notabilato. Ecco perché noi possiamo ritrovare il modello notabilare, soprattutto per quanto riguarda la raccolta del consenso e la gestione dei rapporti tra elettori e parlamento, anche nelle forme di rappresentazione politica del secondo dopoguerra inoltrato. In qualche modo, anche il patrimonializzarsi della politica nel corso degli anni Ottanta ha svolto una azione funzionale a un modello di politico che nel contesto della società italiana è risultato vincente. Un modello che trova le sue ragioni nella cultura civile. Una cultura che continua, nonostante la fine delle ragioni socio-economiche del notabile di fine Ottocento, a ritenere importanti per la gestione del potere alcuni simboli, alcune risorse, alcune modalità di scambio e che, alla fine, riconosce potere rafforzandolo, solo a coloro che dimostrano di saperlo gestire nella pratica concreta della politica e nella rappresentazione di se stessi. Le ragioni profonde sul perché ci sia stato un ripetersi del comportamento notabilare da parte della classe politica dirigente vanno cercate nella natura in genere propriamente oligarchica di tutte le leadership, sia di età liberale, che di età fascista e repubblicana.

Bibliografia

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