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Neoguelfismo

di Giampietro Berti

Il neoguelfismo è una particolare interpretazione del cattolicesimo liberale operata da Vincenzo Gioberti agli inizi degli anni Quaranta. Con il Primato morale e civile degli italiani (1843) l’abate torinese auspica un’alleanza tra religione e libertà in grado di conciliare l’ordine e la legittimità con le istanze di rinnovamento civile e spirituale emerse prepotentemente nella lotta patriottica contro il giogo straniero. I due momenti – quello religioso e quello politico – devono coesistere nella continuità con il passato grazie alla presenza della Chiesa cattolica. L’Italia deve cercare in se stessa, nella propria storia, la leva del riscatto nazionale. La mediazione fra passato e presente delinea il senso del realismo che trascorre in ogni pagina del Primato. Libro della conciliazione, esso esprime la dialettica moderata volta alla ricomposizione delle parti in un insieme armonico che le riassume e le comprende.

Occorre sottolineare però che la concezione ierocratica, che fa da sfondo a tutta la visione politica giobertiana, imprime anche una forma decisamente gerarchica alla sua strategia. Secondo Gioberti, bisogna stabilire una serie di priorità, perché come in teoria si riconosce che l’Ente crea le esistenze (l’Ente è il Primo filosofico), così in pratica si deve ammettere che «il sacerdozio è il Primo politico» e perciò, se fra i due ordini – quello civile e quello religioso – va riconosciuta una certa separazione diretta a mantenere la loro reciproca autonomia, va anche ribadito che spetta a quello religioso la supremazia morale. Scrive nel Primato:«La formula protologica: «L’Ente crea le esistenze» applicata alla società degli uomini in universale, suona in questi termini: «la religione crea la moralità e la civiltà del genere umano». La verità della qual sentenza viene attestata universalmente dalla storia; perché in ogni luogo e tempo gli ordini civili nacquero dai sacerdotali, la filosofia dalla teologia, l’educazione e la cultura dei popoli dalla religione».

E in effetti il liberalismo di Gioberti non smarrisce mai la sua fondamentale ispirazione religiosa che, come deve guidare sul versante speculativo la ricerca filosofica, così deve imporre in quello pratico i tempi e i modi del progresso umano. La religione è insomma, rispetto alla civiltà, ciò che l’Ente è rispetto all’esistente. Essa è la «parola» calata nel mondo, con la quale, attraverso la Rivelazione, l’oggetto universale dell’intuizione viene circoscritto e determinato.

Ne deriva una concezione politica dove la religione è mediatrice fra cielo e terra e perciò unica forza in grado di armonizzare i diritti e i doveri del mondo verso il divino e quindi, di fatto, vera possibilità capace di conciliare «la libertà e l’autorità». Il cattolicesimo liberale di Gioberti ha l’ambizione di porsi in una posizione mediana rispetto alle interpretazioni reazionarie dei gesuiti – tese a separare il destino eterno della Chiesa dalla storia mondana del contingente – e quelle progressive dei lamnesiani, volte invece a una loro completa identificazione. In questa mediazione filosofico-religiosa, che politicamente significa mediazione fra assolutismo e democrazia, si esprime per intero l’intento dialettico del neoguelfismo e perciò, di conseguenza, il carattere moderato del suo liberalismo.

In questo modo Gioberti è convinto di aver superato anche la divisione fra Stato e Chiesa. Se, infatti, non vi è incompatibilità fra la civiltà e la religione, fra l’istituto religioso e l’istituto civile, si deve constatare che essi esprimono un’uguale natura etica perché partecipano entrambi a una medesima vita ideale data dai valori comuni della civiltà cristiana. Lo Stato, da questo punto di vista, non sarebbe assolutamente subordinato alla Chiesa, né la Chiesa allo Stato. Nello stesso tempo, però, in quanto espressione concreta e visibile del cristianesimo, il cattolicesimo, nel riassumere l’unità ideale del mondo, possederebbe un’autorità morale superiore.

Come si vede, lo schema politico ricalca perfettamente quello filosofico. Come in filosofia è la religione a guidare la speculazione, così in politica è ancora il cattolicesimo a dare significato e fine all’intero progetto pratico. Il primato italiano è dovuto alle radici cattoliche e cristiane della propria storia, in modo tale che esse impongono anche nel presente la supremazia naturale del papato sugli altri Stati. Si tratta, è bene ripeterlo, di una supremazia morale che non va confusa con la teocrazia di De Maistre. Tuttavia, perché vi sia un vero Risorgimento occorre che il Papa riacquisti quella guida che già nei tempi passati ha dato all’Italia grandezza e dignità. In questo senso si può parlare in generale di una matrice ultramontana del neoguelfismo.

L’indissolubile coniugazione tra la filosofia e la politica, tra l’ispirazione religiosa e la considerazione terrena, rende indubbiamente problematica la decifrazione dell’autentica interpretazione giobertiana del neoguelfismo. Si può in effetti vedervi, come è stato visto, un abile espediente politico posto machiavellicamente al servizio dell’ideale patrio e perciò, da questo punto di vista, un’anticipazione soreliana avant la lettre dell’uso del mito.

L’idea di Gioberti però, pur mantenendo una fondamentale vocazione alla concretezza politica, non può essere ridotta a puro tatticismo. Riteniamo che i due momenti – quello religioso e quello politico – coesistano in modo problematico e tormentoso e che proprio questa difficile coesistenza possa spiegare il senso della proposta del rinnovamento nella continuità. Sta tutto qui, per l’abate torinese, il segreto perché vi sia un reale e non effimero progresso. Grazie alla continuità con il passato, dovuta soprattutto alla presenza costante della Chiesa, l’Italia può rigenerarsi senza nessun infeudamento straniero, in primis quello francese. Cioè gli italiani hanno tutto per ricercare in loro stessi, nella loro storia, la leva del riscatto nazionale.

È grazie a questa particolare supremazia del religioso sul politico che all’Italia deve essere anche riconosciuta la guida della rinascita europea. La storia italiana, in quanto soprattutto storia del papato, esprime i valori della civiltà cristiana che, per la loro natura universale, sono i valori della civiltà tout court. Così all’Italia non solo deve essere assegnato il primato morale, ma anche quello civile. La causa di tale supremazia va ricercata nel fatto che la religione cattolica, mentre risulta corrotta presso altri popoli, è rimasta integra in quello italiano grazie al magistero di Roma. Principio della civilizzazione europea, la Chiesa realizza quindi il primo ciclo creativo che si esprime nei termini: «l’Italia crea l’Europa cristiana e moderna», un ciclo poi degenerato dalla circolazione dell’eterodossia, sotto tutte le sue forme. A esso occorre contrapporre quello dell’ortodossia, che si dà a sua volta nell’altra formula: «l’Europa torna all’Italia». Ciò comporta «il riordinamento del primato religioso e intellettuale della schiatta pelagica sulle altre, che è quanto dire dell’Italia cattolica sul resto del globo terracqueo».

Nasce da questa immagine del passato il progetto neoguelfo della confederazione dei principi «sotto l’autorità moderatrice del pontefice». Per Gioberti l’unità è una chimera perché non risponde storicamente alla vera indole del popolo italiano, che invece ha sempre manifestato la propensione verso il principio federativo dell’unione. Nelle sue proposte di riordinamento interno degli Stati italiani l’abate torinese cerca di conciliare le esigenze dei principi con le aspirazioni dei popoli per un accordo «fra chi governa e chi è governato». Si tratta di una conciliazione moderata, per non dire conservatrice, perché egli si limita a tratteggiare un sistema di monarchia consultiva, riconnettendosi alla tradizione del riformismo settecentesco. Nell’orizzonte politico del Primato non campeggia la concezione della monarchia costituzionale, forse machiavellicamente omessa, come tante altre proposte, al fine di rendere più accettabile e quindi più conosciuto il suo progetto cattolico-liberale. È un esito moderato che discende dal forte realismo della sua visione politica. In una lettera a Giuseppe Massari scrive: «I principi sono deboli, vigliacchi, egoisti, morbidi, ignoranti, sprezzatori della virtù e della gloria ma pure sono:dove il popolo italiano non è che una voce, un’astrazione».

Con la confederazione sarebbe salva l’autonomia politica degli Stati, i quali potrebbero contemporaneamente riconoscere nella guida morale del Papa un principio superiore di unificazione dovuto alla comune religione cattolica, la sola in grado di riportare l’Italia al centro di un moto generale di rinnovamento; in tal modo, dialetticamente, il Risorgimento dell’una comporterebbe automaticamente quello dell’altra: «Il Risorgimento civile d’Italia sarebbe eziandio il Risorgimento spirituale di Roma». Bisogna identificare, afferma Gioberti, la causa italiana con quell’istituzione che meglio rappresenta e conserva il cardine della civiltà italica, cioè la Santa Sede. Il rinnovamento dell’Italia può realizzarsi soltanto nel quadro di una rinascita dell’universalismo papale. È facile notare anche qui come si ripresenti il rapporto dialettico tra assoluto e relativo, fra trascendenza e mondanizzazione. Attraverso il moto risorgimentale vi è in un certo senso il ritorno dell’esistente all’Ente. La causa universale della Chiesa cattolica si mondanizza in quella particolare dell’unione e della rinascita italiana che, nel suo continuo svolgersi, realizza questa restituzione dell’universalismo papale in se stesso.

L’intento antirivoluzionario del Gioberti è comunque evidente. Bisogna per lui precludere «ogni via alle rivoluzioni interne e alle innovazioni forestiere». Vale a dire che occorre cambiare il presente a partire dal presente, senza proporre assurdi salti antistorici quali, ad esempio, quelli degli ideali mazziniani e in genere giacobini dell’unità e della repubblica. Soprattutto ogni cambiamento non può che passare attraverso la formazione di una classe dirigente la quale, in quanto classe dei migliori intesa come aristocrazia elettiva di talenti naturali, sappia assumere e mediare le opposte e molteplici istanze in una forma politica onnicomprensiva data per lui dall’istituto monarchico e dall’assetto federativo. È propria della tradizione italiana questa capacità dialettica della mediazione; essa, nell’intento giobertiano, dovrebbe esprimere il vero fine della politica, cioè la realizzazione della circolarità del ritorno dell’esistente all’Ente.

Il progetto politico-religioso di Gioberti risente di questa ricerca della mediazione che si esprime in pratica come compromesso. Nell’intento di non trascurare ed escludere nessuna delle forze esistenti – cattolicesimo e civiltà moderna, papato e movimento nazionale, principi e popoli, conservazione e innovazione – questa idea finisce perciò col fondarsi in un colossale equivoco che la posteriore verifica dei fatti quarantotteschi dissolverà inevitabilmente. La dimensione utopica del neoguelfismo discende dunque, paradossalmente, dalla sua vocazione realistica, vale a dire dalla sua volontà di mantenersi politicamente aderente al presente mondano, pur pretendendo di conservare integro il messaggio trascendente del cattolicesimo.

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